Ancora un’investigazione nell’animo femminile. Il racconto di questa settimana dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso Iocisto, è di Stefania Adiletta. Con tratti patetici e forti  racconta il dolore di una maternità violata dalla morte prematura di una figlia.

Lettera ad una figlia.

Ti desideravo, ti desideravo tanto. Ti desideravo come solo l’impetuosità di una giovane madre avverte nell’anelare di racchiudere il mistero della vita nel suo grembo.

Ti desideravo con l’irragionevolezza che il mettere al mondo un figlio comporta, con l’incoscienza che questo atto grandioso e infinito implica.

Ti desideravo ancor prima di capire che quello sarebbe stato il momento giusto per averti, ancor prima di sapere che, quel leggero battito d’ali, quel fruscio nel mio ventre, mi confermasse la tua presenza.

Ti desideravo ancor prima che un’ecografia mi dichiarasse il tuo sesso, felice di ricreare la complicità, la confidenza, il gioco di quel legame indissolubile che unisce una madre a sua figlia. Un legame nel rispetto di un ordine antico, stabilito e mai scritto, che appartiene solo ed esclusivamente al genere femminile.

Ma cos’è il desiderio se non una speranza disattesa quando assisti impotente al supplizio del frutto del tuo corpo? E allora tu, madre, ti laceri insieme alle tue carni incomprensibilmente composte. E lo strazio, l’impotenza e il dolore, il dolore inesprimibile, a cui ancor oggi sto cercando di dar voce con le parole, vorrebbero irrompere in un urlo che resta invece soffocato e silente. Un urlo terribile che implode nelle viscere ancora dolenti per quello che ti eri illusa, sarebbe dovuto essere un lieto evento. Un lieto evento trasformatosi in un tragico epilogo.

Ma che cos’è ancora il desiderio dinanzi a quell’unico bacio che il tempo ci ha concesso? Rinchiusa in quello scrigno di vetro che avrebbe dovuto proteggerti dal mondo e che invece ti ha strappata da me senza possibilità di appello. Una barriera che ti ha privata delle mie carezze o di una ninna nanna, che mi ostino ancora a cantarti nell’illusione che tu possa ascoltare anche da lì.

Che cos’è il desiderio dinanzi al compiersi di un destino ineluttabile in cui si implora la Pietas Divina che non si compie? Nessuna pietà, nemmeno dinanzi alla più innocente delle anime. Restano impressi quei pochi momenti in cui ti ho avuta, terminati in ciò che non avresti mai voluto né conoscere né immaginare. Resta così solo un corpo, il mio, immagine di madre incompiuta.

Cos’è ancora il desiderio dinanzi alla tua fugace esistenza, figlia mia, il cui volo breve, leggero e irripetibile, è stato come quello di una farfalla? Un volo durato quell’unico battito d’ali che ha sovvertito l’ordine naturale della vita, con la tua morte prima della mia.

Cos’è oggi il desiderio se non la nostalgia di quel fruscio, avvertito in un mattino d’autunno? O la mancanza di te, figlia mia? Di te a cui rivolgo i miei segreti pensieri, di te che non ho visto crescere, di te che vorrei avere accanto, di te e di quell’unico bacio che ci è stato accordato. Un bacio che durerà all’infinito.

Stefania Adiletta