Il Natale è occasione per riflettere, per fissare lo sguardo su dettagli che sfuggono, per provare a dire cose che non sempre si ha la forza di dire.

Nel racconto di Rosco di sera, le luci del Natale non offuscano la vista di una figlia che contempla nella magrezza del corpo di suo padre, smunto dal trascorrere degli anni,  la corposità della sua anima. E la affida così al Bambino che nasce. Struggente, tenero, forte. Si vota con un like.

La corposità dell’anima

Rosco di Sera

 

La tavola imbandita il giorno di Natale, il calore del rosso e dell’oro della tovaglia buona delle feste, la luce della candela che lentamente si consuma, l’ansia innocente dei nipotini in attesa dei regali, gli abbracci dei parenti che non vedi da tempo, il rumore del ruscelletto del presepe in cui risplende il Bambino appena nato.

Provo a respirare quella gioia. Provo a farmi accecare dalle luci. Provo a farmi stordire dalle chiacchiere.

Provo a saziarmi di presente. Provo a ubriacarmi di consuetudine.

Provo a razionalizzare l’inesorabile passare del tempo e a cancellare mentalmente le tracce che ha lasciato su di te.

Ma ho freddo.

Quel freddo che ti muove la mandibola senza poterla controllare. Come quando ti ho visto impaurito, mentre in ospedale nessuno sapeva che ti stesse capitando, e non riuscivi nemmeno a bere un po’ di tè.

Quel freddo che ti raggela le ossa senza poterle in alcun modo riscaldare. Come quando ti ho visto pietrificato, mentre tua madre moriva, e non avevi nemmeno potuto salutarla.

Quel freddo che ti stringe il cuore pensando a quanto freddo devi avere tu senza un filo di grasso addosso. Come quando ti vedo infagottato in quel giubbino enorme che togli solo a primavera inoltrata. Talmente enorme che ce ne vuole per arrivare a stringerti.

Ho freddo tutte le volte che ti vedo e non riesco ad abbracciarti per il timore di urtare contro la tua magrezza ed essere costretta a vederla in tutta la sua durezza. E allora ti sfioro, impercettibilmente, cercando di non disturbarti. E cercando di trattenere, finché è possibile, la vita che scorre in te.

Una vita che ho visto segnata dalla paura alternata al dolore. Scandita dal dovere alternato al castigo. Imbevuta di sacrificio alternato alla speranza. Perché nonostante tutto, io la speranza in te l’ho sempre vista. La speranza ha tessuto la trama della tua vita, donandole quella corposità a cui il fisico ha dovuto rinunciare, suo malgrado. O forse proprio a compensazione della progressiva esilità della tua figura.

Una speranza che quand’eri giovane era supportata e stimolata dall’intelletto, fiero di avere le risposte giuste ai mille interrogativi che ti ponevi. Col tempo l’intelletto ti ha un po’ deluso perché cozzava con qualcos’altro che stava prendendo forma dentro di te. La Fede, ovvero la speranza sostenuta dall’imponderabile, dal soprannaturale, dall’essenza stessa della vita. Oltre la vita stessa.

Ho provato, negli anni, a capire se quel senso della speranza nascondesse la tua paura di vivere o se, piuttosto, fosse deresponsabilizzazione e affidamento di sé e del proprio destino a Qualcun altro.

Ho provato a riportarti sulla Terra e a farti amare le cose di questo mondo, piuttosto che quelle dell’Aldilà.

Ho provato a trascinarti nelle nostre turbolenze di figli ma ho sempre visto quel senso di minimizzazione rispetto a quel Qualcosa di grande.

Che tu hai sempre visto e assorbito sulla tua pelle. Fino a vederlo, anch’io, scavato nella tua carne.

E che ti dà calore. Anche senza un filo di grasso addosso.

E che ti darà calore eterno quel giorno che abbandonerai anche la tua esile corposità. E sarai finalmente un solo corpo con Lui.

Quel Bambino appena nato che oggi sorride nella sua culla.