Come di consueto, il racconto dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso Iocisto, la libreria di tutti.

Questa settimana Renata Marigliano ci  propone un racconto  suggestivo, dal tratto surreale, sulle infinite opportunità che la lettura offre come possibilità di vita altra   sempre tra realtà immaginazione. Cosa leggiamo e chi siamo quando leggiamo?  Quanto è possibile che una storia parli di noi o quanto siamo disposti a metterci in gioco leggendo?

“Il testo Fuoco è risultato segnalato dalla Giuria del Concorso Nazionale “Valle delle Storie” promosso dall’Associazione Terra di Mezzo e dalla Biblioteca Errante di Vallefiorita”.

Con questa pubblicazione  Renata Marigliano concorre al Premio Napoliflash 2018 che sarà assegnato al racconto più cliccato.

Fuoco 

Renata Marigliano

Sil’vestr Vasilyev era un uomo ragionevole e non beveva vodka.

Le due affermazioni, a prima vista superflue e tra loro sconnesse,  risultano indispensabili alla luce della storia che sto per raccontarvi.

Dicevo, quindi, che Sil’vestr Vasilyev era un uomo ragionevole e che non beveva vodka. E, affinché non mi si obietti nulla, vi dirò che non solo nulla aveva turbato la quiete ovattata delle ultime quarantotto ore del suo dicembre moscovita (ormai, aveva definitivamente smaltito i postumi della manifestazione studentesca, all’università), ma anche che un’ostinata gastrite lo aveva tenuto tutto il tempo lontano dalla bottiglia di vino rosso italiano ricevuta in dono dal padre, ancora cristallizzata sotto la pellicola trasparente del cesto alimentare in cui troneggiava.

Quando iniziò a vedere la stanza per metà spropositatamente ingigantita e per metà sommersa in una mezzaluna di mors, pensò che il suo bicchiere fosse decisamente troppo vuoto per tenerlo ancora in mano, e decise di alzarsi per riempirlo nuovamente. Avvicinò il bicchiere alla bottiglia stracolma e vi riversò il liquido con tutti i vedraicometifaràbene della madre.

Di nuovo: stanza ingrandita, stanza mezzo immersa nel mors, bicchiere giù.

Dopodiché, con gesto rapido e quasi automatico, afferrò il romanzo che avrebbe dovuto leggere ed analizzare per l’esame di letteratura comparata. L’incipit, a dire il vero, gli era sembrato piuttosto noioso, almeno dalla lettura affrontata in prima mattinata. Sperò con tutte le sue forze che qualcosa, nel frattempo, fosse cambiato, augurandosi con intensità che quella lettura potesse diventare qualcosa di realmente avvincente, che lo tenesse lì, incollato, che lo rendesse insensibile al freddo, al mal di stomaco, persino al mors, al cesto alimentare del padre, alle rassicurazioni della madre. Voleva ascoltare a tutti i costi meravigliose illusioni dalle labbra di carta di quel libro.

Magari, riuscendo anche a preparare quell’esame nel minor tempo possibile.

Le palpebre semichiuse si mettevano sulla difensiva mentre quelle pagine si spiegavano davanti ai suoi occhi. A dirigerle, schierarle, erano le direttive di dita capaci di individuare da dove riprendere a leggere, avvertendo il punto esatto in cui il libro era rimasto aperto per più tempo l’ultima volta. Sil’vestr rilesse la pagina immediatamente precedente all’ultima letta per prepararsi meglio ai successivi fatti narrati.

“Già”, pensò il giovane uomo. “La storia della giovane ragazza che lascia la campagna e arriva in città per cercare fortuna. La formuletta magica di sempre. Ma perché all’università ci vogliono tanto male? Ecco, ora conoscerà il solito furfantello che finirà per metterla nei guai, lei soffrirà, ma lo redimerà, traendone vantaggio. Come quell’opportunista di Mila, a caccia di buoni partiti apparentemente problematici che, poi, finiscono sempre per risultare galline dalle uova d’oro. Menomale che, almeno, ogni tanto qualche bella batosta se l’è presa, specialmente dalle potenziali suocere. Mica tutte le madri sono state come la mia, con lei. Le capitò quella strega, l’ultima volta… beh, pazienza!”.

I suoi pensieri si erano sovrapposti perfettamente a ciò che stava leggendo, tanto da oscurarne totalmente il significato, riducendo la lettura ad un mero esercizio meccanico. Chiuse il libro con insofferenza. Osservò per un attimo fuori dalla finestra. Il ramo spoglio di un albero proiettava, sul vetro offuscato della stanza, una sagoma simile a quella di una mano, tutta intenta a salutalo, e con grande trasporto, per giunta.

Sil’vestr riaprì il libro. La prima cosa che le sue pupille fagocitarono, dilatandosi, fu proprio il nome di Mila. “Cuorioso”, esclamò. Chiuse per un attimo le palpebre, e le riaprì. Quel libro, Mila, e le sue mani rigide che sostenevano quel supporto di storie, tutto, insomma, era nelle medesime condizioni. “Che strano”, pensò Sil’vestr. “Giurerei di non aver letto questo nome prima d’ora, nel romanzo”.

Continuò a leggere.

Mila aveva compiuto, per l’ennesima volta, il vano tentativo di approcciare un giovanotto di famiglia facoltosa. Di certo, non si sarebbe potuto definire, quel ragazzo, un uomo senza problemi esistenziali di un certo peso, almeno apparentemente, ma la donna provava l’irrefrenabile necessità di colmare una lacuna affettiva che ancora le nuoceva, ed a qualsiasi costo.

Sil’vestr non si accorse di aver fatto scivolare il libro dalle proprie mani dritto sulla moquette appena ripulita dalla madre. Rimase per un attimo a fissare la finestra, con la mano-ramo che si dimenava sempre più forte, vittima delle intemperie o forse in preda alla solitudine.

Non si era ancora messo a sedere da quando aveva bevuto l’ultimo sorso di mors. Allontanò repentinamente bicchiere e bottiglia e avvertì una reale necessità di sedersi.

Recuperò il libro. Si stupì di aprirlo ad una pagina vuota. Si era quasi convinto di un errore di stampa, quando vide il fondo della pagina, nel punto del libro che era rimasto in piedi dopo la caduta, delle lettere stampate esclusivamente lungo il bordo inferiore, in modo sparpagliato, caotico ed apparentemente illogico. Proverò a rendervi qui di seguito, ed in caratteri occidentali, un’idea di ciò che Sil’vestr trovò realmente davanti ai suoi occhi: 

    Ahfuuowrkòwng ieiwpydhn kkjhjosopa  jfek!!               fkopgrjo      ueowlmvmlp pfojoir 

ryuuk                                  hyuuk                                 ddew

 vcxz:;

        Rwef  hweui  ewrhj  da;odhi  dkail      qwppih       rgwuk           rwoih , lacmkua   opqyf

                                                                                 Fesdgk pplsedef dhjdslkk opwqeednn

Sil’vestr riuscì a malapena a contenere un urlo. Richiuse subito il libro, lo strinse tra le mani come si può chiudere tra le labbra un segreto. Senza neppure accorgersene, lo mise in posizione orizzontale, perfettamente parallela al suolo, dopo avergli dato una leggera scrollatina. Intanto, teneva l’indice inserito in corrispondenza della pagina tanto temuta. Riaprì il libro e rimase inebetito davanti ad una pagina ritornata perfettamente stampata e leggibile. A confonderlo e a terrorizzarlo ancora di più, la consapevolezza, per non dire la certezza, di aver irreversibilmente cominciato ad assecondare la perversa realtà di quel libro.

Continuò a leggere, per vedere dove potesse arrivare il suo terrore e dove la volontà di quel romanzo. Continuò a leggere di Mila, dei suoi uomini, e poi di uno in particolare, di se stesso, e a quel punto le pagine diventavano specchi, e lui ci si vedeva tutto, fino alla punta dei piedi, perfettamente nitido, anche nei dettagli di sé che non conosceva. Lesse anche di sua madre, dei suoi tormenti, e del padre, e della storia di ognuno, e allora le pagine presero ad assomigliare a dei vecchi filmati di famiglia, e sapevano di pelle, di quella degli involucri delle vecchie cineprese.

E poi, all’improvviso, il libro smise di parlare di sé, o, per meglio dire, cominciò a parlare di Sil’vestr nel medesimo tempo in cui narrava le vicende di Madame Bovary, Heathcliff, Jacopo Ortis, che ora erano diventati rispettivamente una donna d’affari in carriera tutta lavoro e famiglia, un impiegato di banca, un barzellettiere. Si erano semplicemente stufati di interpretare lo stesso ruolo, la stessa identica parte da così tanti secoli, e quello era stato l’unico libro a permettere loro di essere qualcosa di diverso, di unico, di irripetibile.

Proprio nel momento in cui il giovane stava per conoscere la fine di Sil’vestr, di Emma, e di tutti gli altri personaggi del romanzo, il ramo penetrò con violenza la finestra del salotto, fino a ridurla in mille pezzi. Le mani lasciarono andare il romanzo, che parve gettarsi in un lampo nel fuoco e prese ad ardere immediatamente, ravvivandolo tutto. Si leggeva solo, su una pagina ancora per metà integra:

Povero personaggio di una storia ancora sconosciuta. Tutti noi siamo in questo libro, e nessuno, come te, ne conosce la fine. Giochi la tua parte, Sil’vestr, in attesa che qualcuno decida per te il finale, buttandoti nel fuoco. Ma il fuoco sei tu, autore e personaggio, aria e scintilla, e ti troverai in ogni libro e in ogni fuoco. Cercati nelle tue amate labbra di carta, trovati, scrivi da te il tuo finale.