Ogni settimana pubblicheremo un racconto dell’Officina delle parole , laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso la libreria Iocisto in via Cimarosa 20, Napoli.

L’autore del racconto più cliccato vincerà la targa Napoliflash24, per cui leggete con attenzione, votate e fate votare.

Renata Marigliano con estrema bravura ci porta in un universo femminile doloroso e spesso frainteso contrariamente a ogni apparenza.

Donna Perfetta

Renata Marigliano

Donna Perfetta apre gli occhi, al mattino.

Bussa per primo alle sue palpebre lo stesso soffitto bianco.

Le rinfaccia, puntuale, i troppi segni scuri e le increspature in incontrollabile aumento.

Donna Perfetta raccoglie il groviglio dei pensieri notturni nel fiocco di seta rosa che le lambisce le spalle, rituale di una manciata di secondi.

Si mette seduta, sente il suo grembo vuoto per la seconda volta. E’ stato fucina di una materia che ora corre sull’incoscienza ossuta di un paio di gambe svelte e sulla tonda ingenuità di quattro arti ancora incerti.

Donna Perfetta scaccia dalla finestra spalancata i sogni notturni che ancora le si aggrappano alla  sottoveste, segnandola di mille pieghe indesiderate.

A colazione, Donna Perfetta è presa d’assalto dalle sopracciglia tese del marito che galoppano nel vuoto su pupille affilate; dallo sguardo perso e pieno di domande del figlio adolescente, che il vuoto lo teme; dalle labbra di quello minore che succhia da lei il coraggio di andare avanti, misto a qualche goccia di latte.

Donna Perfetta si alza dalla tavola, consegna il piccolo alle cure evanescenti di una culla bianca.

La si vede raccogliere qualcosa dal tavolo e far scivolare giù per il tubo del lavello della cucina i resti della lotta appena consumata. Solo la macchia violacea e tumefatta sull’avambraccio destro, ora virante al verde-giallo, non si decide a scrostarsi e a raggiungere le altre scorie.

Il resto, invece, sparso sul pavimento, attaccato alle pareti, insinuato tra gli interstizi delle persiane e tra le pagine dei pochi libri andrà via più tardi, senza troppi sforzi, quando la casa sarà vuota.

Donna Perfetta è sola.

Ripulito il campo di battaglia, sperimenta un senso di inutilità, al cospetto di una casa che sembra non avere più bisogno di lei.

Mette un bavaglio ai suoi pensieri.

Inizia a ricamare.

La sua non è una tela, pagina bianca per macchie di colore impazzite. E’ l’insieme di un numero preciso di quadrati, da riempire con un numero preciso di tinte, ognuna delle quali segnalata da codici altrettanto precisi. Donna Perfetta gestisce con sicurezza le tonalità di colore, stampate e numerate sul suo schema di ricamo. Il verde scuro e il verde chiaro hanno i loro spazi, i loro territori, come i campi di alberi da frutto tra i quali correva libera da ragazzina, con piante che cambiavano forma e colore in modo imprevedibile, se ci passavi in mezzo. Se poi si esce fuori dal labile contorno della foglia ricamata, precedentemente tracciato, allora si rifà tutto, perché così il soggetto risulta impreciso, non va bene, come ho fatto a sbagliare.

Donna Perfetta si è punta.

Mette da parte, con immotivata fretta, tela e scatola del ricamo, quasi a liberarsi di qualcosa di pericoloso, di proibito. Ripone tutto nel cassetto del mobile antico che affianca il divano su cui è seduta.

Donna Perfetta ha le pupille che le si rincorrono veloci sotto le palpebre chiuse, ma non può accorgersene. Non può accorgersi nemmeno degli scatti rapidi ed imprevedibili della sua mano, che si muove da sola. Sembra quella di un direttore d’orchestra nel vano tentativo di afferrare una nota. Il petto di Donna Perfetta si muove finalmente leggero, prendendo per sé tutto il tempo di cui ha bisogno.

Donna Perfetta riapre gli occhi, mentre il suo corpo dorme ancora, anche se la mano ha smesso di provare ad afferrare quella nota. Le pupille non si rincorrono più, concentrate a mettere a fuoco un’espressione indolente che entra dalla porta di casa, con attorno la sagoma di suo marito.

Sbuca, subito dopo, quella di suo figlio maggiore. Il neonato inizia a piangere.

Donna Perfetta è già in piedi, osserva il figlio. Scorge un’eccessiva lucentezza in quello sguardo adolescente, resa malinconica da tracce miste di tristezza e sale accumulate nell’angolo di un occhio. Donna Perfetta lo osserva con pupille enormi che fissano chissà che cosa dentro di lui. Precipita dentro suo figlio e si schianta sull’immenso fondo del suo dolore.

Donna Perfetta batte le palpebre. Sembra essere tornata in sé dopo una trance. Alle spalle, una pentola, che contiene chissà cosa, inizia a borbottare.

Donna Perfetta si volta e vi ritrova sul coperchio tracce dello stesso sale che prima vestiva a lutto la palpebra del figlio.

Ma suo marito non lo sa, e non potrà mai saperlo.

Non saprà mai che Donna Perfetta è appena stata medico, psicologa, avvocato, volontaria e persino esploratrice, guardia del corpo e soldato, e tutto questo con quell’unico sguardo. Non saprà nemmeno che lo è stata cento, mille, centomila altre volte, con cento, mille, centomila altri sguardi, parole, gesti, domande, preghiere.

Suo marito non sa, e non saprà mai di quando Donna Perfetta ha soccorso l’animo del figlio, dilaniato dalle schegge del tradimento del primo amico, con trasfusioni di parole in quelle emorragie di notti insonni; non era con lei mentre teneva per mano i ricordi della madre, nel loro penoso viaggio verso un oblio senza ritorno e terminato appena il giorno prima; non c’era quando ha difeso se stessa e la propria famiglia nel licenziarsi da chi alimentava aspettative future affamando il presente dei suoi cari; e quando prima, per quello stesso lavoro, aveva consumato lo sguardo e le ossa sul terreno di battaglia di un concorso impossibile.

Suo marito non sa, e non saprà mai che le mura domestiche che lo circondano sono, in realtà, le quattro pareti del posto di lavoro, del posto dei mille lavori di Donna Perfetta.

La sera, a letto, continuerà a meravigliarsi dell’eccessiva stanchezza di quella donna che conduce una vita perfetta, nella sua casa perfetta, perché nulla le manca: il gioiello, la macchina per il pane, i soldi che pagherà sulla soglia di casa a chi le porterà la spesa.