Ancora un racconto dell’Officina delle parole ispirato al nuovo romanzo di Giulio Perrone “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli). E di suocera in suocera, Carmelo Marra ha avuto una certa idea…

Una signora genovese

 Carmelo Marra

La suoneria dei messaggi interruppe i miei pensieri mentre, disteso sul divano, iniziavo a godermi il mio pomeriggio di libertà: quel rumore sinistro non prometteva nulla di buono.

  • Pesto i gemelli al centro commerciale, quella strofa di mia madre non può pestarli allo zoo – Mia moglie non stava attraversando un momento particolarmente sereno ma da qui a voler picchiare i nostri figli mi sembrava un tantino esagerato.
  • Poveri bambini, sono un po’ vivaci ma tu e quella strofa di tua madre volete addirittura pestarli in un luogo pubblico – risposi aggiungendo tante faccine che ridevano con le lacrime.
  • Maledetto correttore automatico, volevo dire POTARLI
  • Perchè tua madre non può potarli ? Mi sembra la stagione adatta – continuai a scherzare mentre non riuscivo a trattenere le risate.
  • Quella strofa mi ha cotto il callo, deve giocare a burrasca con le amiche – e dopo due secondi
  • UFFA !!! VOGLIO MUGGIRE

Ormai avevo le lacrime agli occhi per il troppo ridere ma, mentre a fatica cercavo le parole per tranquillizzarla e non rovinarmi il pomeriggio divano-centrico, mi arrivò un messaggio vocale

  • Voglio morire, non muggire…quella stronza deve giocare a burraco con le amiche e perciò non può portare i gemelli allo zoo…addio rigenerante giornata di shopping…maledetta…non la sopporto più…DEVI UCCIDERLA!

Quella frase produsse su di me lo stesso effetto di un gatto che scivola su una lavagna: mi gelò il sangue. Istintivamente, cancellai quella conversazione per non lasciare prove o, semplicemente, per la strana convinzione che così facendo avrei eliminato anche quell’orrendo proposito dalla testa di mia moglie.

Mia suocera non era mai stata un problema per me, anzi mi era pure simpatica; aveva un solo difetto, il burraco. Per quel gioco poteva pure esplodere il Vesuvio, lei e le sue amiche avrebbero concluso certamente la partita e poi, se c’era tempo, avrebbero provveduto a mettersi in salvo: questo, però, non era un grosso danno per uno come me che da giovane desiderava una moglie orfana e figlia unica. Del resto, ero sempre stato convinto che il modo di dire suocera in napoletano, ‘a ‘gnora, era un’intelligente contrazione del verbo ignorare ma con lei mi si era spalancato un mondo, quello popolato da rigatoni alla genovese e ziti al ragù: da quel momento ‘a gnora era una contrazione di Signora delle mie papille gustative. Mio nonno Gennaro mi aveva sempre detto “Se trovi una donna che ti prepara la genovese, senza preoccuparsi di appuzzolentire tutta la casa per tre giorni, allora sposatela subito, non fartela scappare.”, forse avrei dovuto sposare mia suocera.

Mentre riflettevo su quella opportunità, mia moglie rientrò: la mia libertà pomeridiana era volata via mentre io ero rimasto impigliato nella rete dei miei pensieri, culinari e non.

Feci finta di niente, cercando di essere il più naturale possibile ed evitai persino di fare appunti sull’abbondante spesa modello scoppio terza guerra mondiale, abitudine che da sempre era motivo di discussione.

A cena non toccai quasi nulla, intento com’ero a sbirciare il suo comportamento stranamente calmo ma, quando ormai ero convinto di aver scampato il pericolo,

“Hai deciso come fare ? ” le sue parole furono un pugno nello stomaco che mi bloccò la digestione, anche dei pensieri.

“Fare cosa?”  finsi spudoratamente.

“Allora non hai capito? Devi uccidere mia mamma!” replicò con una freddezza che mi spaventò.

Non sapevo cosa dire e l’unica frase di senso compiuto che riuscii a farfugliare fu

“Ma perchè devo farlo io? In fondo, sei tu la figlia.”

Le lettere si erano accoppiate autonomamente senza consultarmi e me ne stavo già pentendo quando lei troncò la discussione a modo suo

“Ma che dici? Io non posso, sono la figlia, PARE BRUTTO!”

Il moralismo estetico di mia moglie era l’arma di distruzione di ogni possibile obiezione, il suo “pare brutto” non ammetteva repliche e io ero perennemente impreparato di fronte a quella ghigliottina delle opinioni altrui, soprattutto le mie.

Rimasi sospeso in uno stato catatonico mentre anche il televisore si prendeva gioco di me: “Quel mostro di suocera” era il film scelto dalla mia affettuosa consorte per la nostra serata rilassante.

Ero completamente in balìa dell’unico neurone di cui dispongono gli uomini, quando, alle 2 di notte, arrivò l’illuminazione: avrei usato il cianuro.

Sì, era l’intuizione giusta.

Le istruzioni dicevano: veleno letale, insapore e solubile in acqua, provoca una perdita di coscienza brutale e la morte può sopravvenire rapidamente per arresto cardiaco. Il cianuro è estremamente volatile e non lascia traccia nel corpo umano. Nella maggior parte dei casi, la vittima di un avvelenamento da cianuro emana un odore caratteristico di mandorla amara.

Quell’odore poteva essere un problema ma, se lo avessi usato dopo un pranzo a base di genovese, avrei risolto. Un ghigno diabolico si arrampicò sulla mia faccia accompagnato da un pensiero paradossale: la puzza delle cipolle, tanto odiata da mia moglie sarebbe stata la sua ancora di salvezza.

La soddisfazione per la soluzione trovata mi provocò un certo languorino: aprii il frigorifero e tra le provviste post-belliche fece capolino il contenitore con la famosa genovese di mia suocera.

Lo afferrai, spalancai le finestre della cucina e lo riscaldai.

Quell’olezzo paradisiaco smosse i miei pensieri più dell’acceleratore di particelle del Cern: avrei portato a termine il mio incarico tra qualche settimana.

Intanto domenica mi sarei goduto il ragù, quello che pippèa per una notte intera, e poi avrei deciso come procedere: magari avrei ascoltato il consiglio di mio nonno, anche per un vedovo poteva andar bene.