Ancora un racconto per il dramma dei migranti. Lo sguardo di Stefania Adiletta si ferma su una madre che canta una ninna nanna al proprio bambino. Nonostante la precarietà della guerra, l’angoscia della morte incombente, la paura di perdersi, il linguaggio dell’amore cura ogni ferita ed è uguale in ogni parte del mondo, in ogni tempo, in qualsiasi circostanza. Stefania Adiletta ci racconta l’universale sentimento di maternità che accomuna le donne del mondo.

Aleppo Est 

di Stefania Adiletta 

In lontananza echi di bombe.

Tremavano i vetri alle finestre, il buio avvolgeva chiunque tra le corsie, le sirene impazzite. Si affannavano i medici come se dalla loro celerità dipendesse la vita degli altri. Corpi esanimi giacevano in terra. Per loro erano arrivati troppo tardi.

A ogni scoppio balzava nel petto il cuore impaurito delle madri, chine al capezzale dei loro figli, e si protendevano ancor di più sui loro corpi, come in un estremo tentativo salvifico nei loro confronti.

Guerriere mortali proteggevano la loro prole a costo della loro stessa esistenza, come se far scudo con le loro tenere carni potesse preservare da ulteriori oltraggi quelle da loro amate oltre la loro stessa vita.

Indelebili segni la guerra aveva inciso sulle piccole membra dei loro figli.

Invisibili e profonde ancor di più erano le cicatrici che le madri portavano dentro senza poterle esibire.

Tangibile la sofferenza di chi giaceva, innocentemente violato nella sua integrità fisica, in letti di fortuna.

Troppo strazio da sopportare persino per una madre.

Troppa frustrazione da sostenere per coloro che tentano invano di salvarli. Troppo distanti le ragioni delle parti per sperare in una rappacificazione.

Troppo lontano il mondo che non comprende.

Dormi Tariq – bisbigliò con voce rassicurante Amal mentre accarezzava la fronte rovente del figlio con un semplice panno inumidito.

Dormi figlio mio, il domani è vicino e col sole tutto sarà diverso. Non più dolore, né paura, neppure il ricordo potrà più ghermirti.

Dormi bambino mio, mamma è vicino a te e non ti lascerà. Cancellerò io  la tua angoscia: con le mie carezze lenirò il tuo dolore, infonderò coraggio con i miei baci al tuo cuore, darò sollievo con il mio calore alla tua anima.

Se il pensiero di Amal fosse stato voce avrebbero udito queste parole le altre madri. In silenzio pregavano il loro Dio come tutte le madri del mondo. Il volto impassibile, la voce ferma ma indebolita dall’incertezza che nelle vene bruciava fino a consumarle. Il coraggio in quella disperazione non faceva però trasparire nulla. I figli venivano prima delle loro paure.

Una ninna nanna interruppe le loro mute preghiere dando voce con la dolcezza allo strazio che le attanagliava. Una madre iniziò il suo canto d’amore che si sostituì, cancellandoli di colpo, ai rumori della guerra.

C’è una semplice nenia  che accomuna le madri di tutto il mondo e i loro figli. Non importa dove siano, quale la loro lingua, la religione o il colore della pelle. È universale il linguaggio dell’amore di una madre per suo figlio.