Cosa fai nella vita? Sono insegnante…sono un dottore….sono un idraulico…sono un avvocato…sono un macchinista. Quante volte si risponde così a questa domanda. Siamo quello che facciamo? Quanto contribuisce il nostro lavoro, la nostra professione al nostro senso d’identità? Fortunatamente o sfortunatamente la professione è uno dei perni intorno al quale ruota la nostra identità. Quindi cosa succede quando non si ha un lavoro, quando si rimane disoccupati?

Quando si perde il lavoro o più in generale quando non si ha un lavoro, la prima cosa a cui si pensa è la mancanza di denaro, come si fa a pagare l’affitto, le bollette, a mangiare.  Ma la mancanza di fonti di guadagno non è tutto, è certamente importante, ma essere disoccupati ha altre è più profonde implicazioni.

Non avere un lavoro significa non avere un ruolo nella società. La mancanza di un ruolo, di una parte da svolgere all’interno della struttura sociale indebolisce il senso di se, che ogni individuo costruisce sul suo lavoro e che contribuisce alla propria identità.

Così la perdita o mancanza di un’occupazione influenza drammaticamente due lati della personalità: il ruolo sociale e l’autostima.
La mancanza di lavoro si accompagna spesso ad una perdita o una diminuzione dell’autostima, e quanto  più si era attaccati al proprio lavoro, tanto più sarà traumatica la separazione dal ruolo perso.

Tante sono le parti che l’individuo ricopre ogni giorno:  genitore, lavoratore, coniuge, figlio, amico, membro di una comunità.
Tutti questi ruoli dovrebbero essere in equilibrio, ma quando l’aspetto dato al lavoro è predominante la sua perdita comporterà un malessere molto forte.

Le differenze culturali e le infrastrutture di supporto possono fare una differenza determinante sulle modo di reagire dell’individuo.
Per esempio in paesi in cui sono presenti sussidi dI disoccupazione, il senso di perdita e di non appartenenza è minore, ugualmente mancano le preoccupazioni finanziarie che possono portare all’ansia ed alla depressione.

La disoccupazione è profondamente legata ad una crisi di identità, poiché la perdita del ruolo sociale svolto fino a quel momento lascia un vuoto in quel settore della nostra identità e non solo, nel caso degli uomini, per esempio, va in crisi anche la propria identità di genere. Per tradizione culturale l’uomo è colui che deve portare i soldi a casa e pensare al sostentamento della famiglia, quindi il portare i soldi a casa è un elemento fondamentale dell’identità maschile. Quando l’uomo perde il lavoro, perde di conseguenza anche questo ruolo.

In un mondo ideale la propria identità non dovrebbe essere legata al lavoro che si svolge, ma il peso culturale della società  dato al fattore lavorativo è tale da rendere impossibile la separazione del lavoro da chi siamo…in altre parole siamo quello che facciamo. Forse l’importante è capire che si può sempre ricominciare, e si può sempre trovare un’altro lavoro ed adattare la propria identità al nuovo ruolo che si ricopre.

Forse però meglio ancora sarebbe cercare di costruire un senso d’identità che sia indipendente dalla professione che facciamo, così alla domanda “cosa fai nella vita?”  sarebbe meglio rispondere: “faccio il dottore…faccio l’insegnante…faccio l’elettricista”, piuttosto che: “sono un dottore…sono un insegnante…sono un elettricista”, perché dopotutto forse non è vero che siamo quello che facciamo.

Simona Caruso