Temevo quella notizia, credevo in cuor mio di riuscire grazie ad una serie di concatenati eventi astrali, ad evitare la chiamata alla leva: ma quel mattino soleggiato di novembre mi sbatté in faccia l’inevitabile realtà, l’Aeronautica chiamava! Pochi mesi ancora di vita “normale” poi sarei dovuto partire per Taranto, ma quella che mi saltò agli occhi fu la data segnata sul cartello, 27 marzo; non poteva essere che una data finita 6 anni prima di diritto nel mio cuore, custodita come una delle mie più grandi gioie calcistiche venisse macchiata da tale evento “catastrofico”. Sì, perché mai avrei voluto trascorrere quell’anno in divisa, tra i motivi c’era anche (ebbene sì) il fatto di non poter seguire assiduamente il mio Napoli. Ma ritorniamo a quella data, 27 marzo di 6 anni prima, una domenica di campionato, verrebbe da dire una come tante (forse non decisiva per la classifica, anzi sicuramente) ma in realtà non lo era. Al San Paolo arrivava il Diavolo!

Quella mattina la tensione fece brutti scherzi e ci buttò giù dal letto molto presto tanto da convincerci a fare colazione in una Partenope non del tutto sveglia, per parlare e scaricare magari un po’ di tensione (lo so per chi non è avvezzo al tifo o ad una certa cultura legata ad esso il fatto potrebbe risultare assurdo, esagerato e forse anche folle); io e il mio amico fraterno Ciccio ci eravamo scelti da bambini, tante affinità e la comune passione per la maglia. Ed anche quella domenica mattina sul mitico “Sì” della Piaggio che in salita faceva leggermente fatica a sopportarci ci avviammo verso Fuorigrotta con il nostro immancabile bomberino azzurro degli “Ultrà“: ci aspettava un posto tra i ragazzi del Commando in prima linea per dar manforte alla squadra e sostenerla come se non ci fosse un domani. Varcammo i tornelli, ci guardammo, volevamo in maniera misteriosa, immotivata, la stessa cosa, ma forse ad entrambi mancava il coraggio per fare quella proposta: ci bloccammo, furono secondi lunghissimi interrotti da un mio “Ciccio, e se ce la vedessimo lontano dagli altri, un po’ più in alto, io questa partita la sento troppo!”. Non ci fu bisogno di nessuna parola, Ciccio fece un mezzo sorrisetto che volle dire mille parole, si era liberato di un peso, avvertivamo identiche sensazioni!

Prendemmo posto ad un’altezza in Curva B che ti consente di vedere la partita in maniera quasi ineccepibile e cominciammo a sorseggiare i primi “Caffè Borghetti“, i primi di una lunga serie… Mancavano ancora alcune ore all’inizio e si parlava della qualunque quando ad un certo punto ecco sbucare dal varco una decina di Carabinieri, pochi minuti ed il numero divenne più corposo (credo quasi un centinaio): non so perché ma scelsero di andare a riempire le 3-4 file dove eravamo accomodati anche noi che alla fine risultavamo una minuscola macchia celeste tra l’oceano di divise. Il fatto, se poteva costituire il massimo della sicurezza al contempo rappresentava una sorta di repressione inconscia (durante la gara si diventa animali). Ma posso assicurarvi che al calcio d’inizio la mia mente resettò la presenza dell’Arma e cominciai la mia personale partita nella partita; il Milan era una macchina inarrestabile che si avviava a vincere il suo ennesimo Scudetto ed aveva anche la mente rivolta alla fase calda della Champions, il Napoli una squadra rinnovata, brillantemente guidata dall’emergente Marcello Lippi che stava cercando un posto buono per la qualificazione alla Coppa Uefa. L’erba del San Paolo era totalmente ricoperta da una sorta di coriandoli, milioni di fogliettini bianchi lanciati al momento dell’ingresso in campo delle squadre da altezza siderale, fu impossibile cercare di toglierli dal campo e quindi per tutto il match ci fu questa insolita veste. La gara fu piacevole, gli azzurri sostenuti da un pubblico strepitoso erano caricati a pallettoni e concentratissimi; Pari fece quel che poté su Lentini ed il più insidioso fu Marco Simone che prima esaltò le doti del grande Pino Taglialatela poi con un destro dal limite quasi buttò giù la traversa. Sospiro di sollievo! Sembrava ormai uno 0-0 scritto, inevitabile, forse anche giusto, ma improvvisamente al minuto magico 79 avvenne qualcosa di parecchio emozionante, una sequenza difficile, impossibile da dimenticare: Buso prende palla nella propria metà campo e la porta avanti, la sfera giunge a Fonseca, questi va in contrasto con un avversario ed il possesso giunge ancora a Buso che di sinistro lancia in profondità per Paolo Di Canio. Il fantasista del Napoli è defilato però e pare aver perso l’abbrivio, è circondato da avversari e su di lui ci sono nientemeno che un certo Baresi e Panucci in seconda battuta, con Costacurta e Maldini vigili e pronti ad intervenire. Il nitido ricordo di quegli interminabili secondi mi vede protagonista di irripetibili e poco educati concetti rivolti nei confronti di Daniel Fonseca, reo a mio avviso di avere un atteggiamento altamente strafottente nei confronti del compagno lasciato in balia degli insuperabili avversari. Ma lo scatenato Paolo volle prendersi la scena, il suo genio e sregolatezza venne fuori alla massima potenza, all’apice della sua espressione; finta di sinistro e ritorno sul destro verso il campo, una danza, un tacco a portarsela sul sinistro (il suo piede debole) e bomba sotto la traversa a mortificare il gigante Sebastiano Rossi. Il San Paolo esplose praticamente, la corsa di Paoletto sotto la “B” con la maglia della salute, il calciatore sommerso da tutta la squadra, fotografi, cameramen, un tripudio da pelle d’oca! Io e Ciccio stessa reazione, ci abbracciammo, uscirono lacrime; attendemmo soltanto che Di Canio si rialzasse, giusto il tempo per vedersi sventolare il cartellino giallo. Mancavano dieci minuti, magari il recupero, praticamente un’eternità: per la prima volta e probabilmente resterà l’unica della mia vita, decisi di lasciare lo stadio, volli andare via, un’azione istintiva ma decisa. Scappammo verso il motorino in fretta allontanandoci da quelle che eventualmente potevano essere le reazioni del pubblico, quasi a non voler accettare un’eventuale esito diverso da quello che si era prospettato. Scappammo, il finale doveva consegnarcelo “90’minuto” e così fu!

Giornata indimenticabile, uno dei giorni legati al Napoli tra i più entusiasmanti in assoluto. Chi ha vissuto quella giornata sa di cosa sto parlando e chissà, magari si starà emozionando nel rievocare quei momenti.

27 marzo 1994, ventisei anni fa. CHI SI O’ SCORD CCHIU’!