Le numerose fake news che girano sul web, sono diventante un vero pericolo sociale, al punto che qualcuno pensa che l’informazione oggi andrebbe controllata

Mai come oggi il mondo è invaso da notizie. Viviamo sotto un costante bombardamento di news che arrivano non solo attraverso tv, radio e stampa, come accadeva fino a pochi decenni fa, ma soprattutto sul web, dove viaggiano in tempo reale. Purtroppo il web offre molto più spazio anche a chi, per i motivi più vari, diffonde notizie false: le tristemente note ‘fake news’. E non si tratta di un fenomeno da prendere sotto gamba, perché i danni che queste notizie costruite provocano, possono essere enormi in ogni senso. In Sri Lanka, Stato a maggioranza buddista in tensione con la minoranza musulmana, furono diffusi su Facebook numerosi post fake in cui si diceva che i musulmani avevano ordito un complotto per sterminare i buddisti, in particolare si diffuse la falsa notizia che fosse stato arrestato un farmacista musulmano in possesso di 23.000 pillole per sterilizzare i buddisti. Un giorno, in un ristorante, un cliente trovò qualcosa di strano nel cibo e chiese se gli avessero messo le pillole per sterilizzare i buddisti nella pietanza, ma i ristoratori, non parlando il cingalese, cercarono di calmare il cliente annuendo. Tale gesto fu scambiato per un’ammissione di colpa, i ristoratori furono picchiati e si scatenò una guerriglia urbana che portò alla distruzione del ristorante e all’incendio della moschea di Ampara. Ma accadde addirittura di peggio: queste scene, riprese coi cellulari e divulgate sui social, di fatto avvalorarono l’ipotesi del complotto, allargando la rivolta anche in altre città, causando numerosi incendi di moschee, molti feriti ed un ragazzo morto. In questa storia (e in tante altre simili), bisogna tenere presente che i social network sono costruiti appositamente per alimentare tutti i post e le notizie che creano emozioni e coinvolgimento, compresi i messaggi di odio, che coinvolgono le persone sensibili e più influenzabili.

Un altro esempio di fake news che creano allarme sociale, lo abbiamo avuto recentemente in Italia. Un blogger di nome Gianluca Lipani alimentava il razzismo sul suo blog, chiamato ‘Senza Censura’, con fake news razziste, inventandosi violenze, rapine e altri reati, sempre compiuti da minoranze etniche. Il suo scopo, però, non era a sfondo razzista o politico, bensì avere migliaia di like e condivisioni, attraverso i quali otteneva sempre più richieste di pubblicità e banner pubblicitari. Quando la Polizia Postale gli chiuse il blog denunciandolo per istigazione alla discriminazione razziale, accertò che Lipani era riuscito a guadagnare circa mille euro a settimana grazie alla pubblicità ottenuta con le sue fake news, e lui stesso dichiarò che il suo scopo era fare soldi e non alimentare il razzismo.

Alla luce di tali enormi danni che le fake news possono provocare, alcuni ritengono che le notizie non debbano più essere libere, ma vagliate prima di essere divulgate. Se ciò servisse a eliminare solo le fake news e a lasciare circolare tutte le altre notizie, garantendo la pluralità di opinioni, sarebbe una soluzione perfetta. Ma, in realtà, controllare l’informazione significa ripristinare la censura. Selezionando le informazioni si creano opinioni e pregiudizi. In questo modo iniziò il fascismo: infatti, nonostante i tentativi di ribellione della Federazione Stampa Italiana, nessuno diede loro ascolto, e Mussolini,  per contrastare la federazione, creò il Sindacato Fascista dei Giornalisti; e quando dell’assassinio di Matteotti fu chiesta chiarezza anche dalla stampa di destra, Mussolini reagì annunciando la dittatura e abolendo la libertà di stampa. È accaduto in Italia, ma il controllo dei mass media è una delle prime mosse di qualsiasi dittatura. Ma la censura nasconde anche altri rischi: il disastro di Chernobyl, ad esempio, fu ammesso dalla Russia solo quattro giorni dopo, causando danni alla salute delle persone di tutto il mondo, che non erano state informate. Dunque si può affermare che la libertà di stampa è qualcosa di necessario e da salvaguardare, affinché il cosiddetto ‘quarto potere’ ci notizi su ciò che fanno gli altri tre poteri: legislativo, giudiziario ed esecutivo. Ma lo fa in modo davvero libero o è spesso condizionata da ‘fattori esterni’? Sappiamo bene che le maggiori testate giornalistiche fanno parte di gruppi editoriali controllati da potenti uomini della finanza o da partiti politici, ciò porta a pensare che la libertà di stampa è sì fondamentale, ma spesso è difficile che sia realmente libera. Tuttavia c’è chi pensa che i gruppi editoriali siano necessari proprio per garantire la libertà di stampa, perché i grandi reportage hanno bisogno di ingenti risorse economiche, quindi è meglio sapere da dove arrivano i fondi per l’editoria. Nel 1971, ad esempio, Katherine Graham (allora editrice del Washington Post) portò avanti lo scandalo ‘Pentagon Paper’, e il conseguente ‘Watergate’ che, invece , fu bloccato al New York Times dalle ingiunzioni del presidente Nixon. La Graham riuscì a portare avanti l’inchiesta, perché aveva la potenza economica per contrastare le minacce di Nixon e del procuratore che lo appoggiava, ma va anche detto che il suo giornale era ed è tradizionalmente vicino ai democratici e, quindi, avverso a Nixon che era repubblicano. Questo ci fa ulteriormente riflettere sull’opportunità che la proprietà dei giornali sia in mano a gruppi editoriali, che vengono condizionati non solo dal rendimento economico, ma anche dagli altri poteri che, ovviamente, non amano le notizie che possano danneggiarli. Tuttavia oggi, col web e i social, è quasi impossibile che una notizia non esca, per cui si sono  sviluppate diverse tecniche al fine di farle passare inosservate. Si può pubblicarla in modo non visibile, curarne il posizionamento nel giornale, e usare titoli di poco risalto o che rimandano a storie non centrali nell’evento o anche, nel corpo dello scritto, evidenziare aspetti secondari invece di quello principale. Il 15 gennaio scorso, ad esempio, il Presidente della Commissione Europea, Juncker, a margine di un suo discorso affermò candidamente: “Mi è sempre dispiaciuta la mancanza di solidarietà che è apparsa al momento di quella che è chiamata la crisi greca. Non siamo stati abbastanza solidali e abbiamo insultato e coperto di invettive la Grecia”. Un’ammissione di colpa che, se vigesse la par condicio anche per i mass media, sarebbe dovuta apparire su tutte le prime pagine mondiali per giorni, così come si parlò per settimane intere della possibile grexit. E invece la notizia è stata data da tutti i principali mass media, ma inserendola nel corpo di articoli più ampi o/e relegata in un angolino in cui pochi l’hanno letta e, in ogni caso, è stata presto dimenticata. Ci sono anche altri modi per limitare i ‘danni’ di una notizia.  Jack Besos, proprietario di Amazon e editore del Washington Post, minacciato dal National Enquire  (il cui editore è vicino a Trump) di far uscire una storia di tradimenti che lo riguarda, ha reagito pubblicando la notizia sulla sua piattaforma libera e minacciando di querelarli se fossero andati avanti; a tutt’ora il National Enquire non lo ha fatto. Ma il bombardamento quotidiano delle news sul web causa, tra le altre cose, una nuova patologia chiamata tecnostress, ovvero un esaurimento nervoso dovuto all’eccesso di informazioni provenienti dal web, e che colpisce principalmente informatori tecnologici, giornalisti e operatori finanziari. Ma non sono solo queste categorie a subire gli effetti del tecnostress. La dimostrazione di come la troppa informazione può essere dannosa, è anche (e forse soprattutto) nella mancanza di controllo delle fonti, spesso causata dalla troppa superficialità o dal basso livello di istruzione. Si viene confortati dalle notizie che confermano le nostre idee, con la complicità di un giornalismo che va a caccia di clic facili e quindi ci fa leggere ciò che vogliamo. In un’epoca di grande sfiducia verso le autorità e le istituzioni, si preferisce sognare attraverso le tante notizie fuorvianti del web anziché affrontare la realtà che, invece, bisognerebbe cercare verificando le fonti e il tipo di diffusione data alle notizie. Tutto ciò, inoltre, provoca un’alterazione della visione della realtà in gran parte della popolazione. Secondo un’approfondita ricerca effettuata nel 2018 dalla Ipsos (società internazionale che si occupa di indagini di mercato), l’Italia è il Paese occidentale con la percezione della realtà più alterata. L’indagine, effettuata attraverso 50.000 interviste in 13 Paesi industrializzati, ha rivelato che secondo gli italiani ci sono 20 musulmani ogni 100 abitanti, mentre in realtà sono il 3,7%, e 49 disoccupati su 100, che invece sono 10,4 su 100; l’italiano medio crede che quasi metà dei carcerati siano stranieri, mentre ne sono un terzo, e che in Italia ci sia il 20% di laureati, quando la percentuale reale è del 9,5%. Questa palese alterazione della realtà, dovuta al bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti, ci dovrebbe far pensare che probabilmente non abbiamo bisogno di tanta informazione, ma piuttosto di un’informazione controllata che dia solo le notizie verificate, ma controllare l’informazione significa anche limitarne la libertà, ovvero, come si è detto prima, applicare una censura. I punti cardine di questa discussione sulla libertà di stampa, in sintesi restano: 1) i gruppi editoriali a capo dei mass media sono un bene o un male? Abbiamo visto come sia necessario avere grossi fondi economici  per portare avanti reportage importanti, ma anche come questi gruppi editoriali possano controllare, allo stesso modo, le notizie. 2) il bombardamento mediatico sul web, va controllato? Anche in questo caso abbiamo visto come controllarlo equivarrebbe a ripristinare una forma di censura, ma lasciarlo senza alcun controllo può provocare gli enormi danni di cui abbiamo parlato. 3) il web garantisce la pluralità dell’informazione o accresce piuttosto la disinformazione? In questo caso la risposta ce la da il filosofo, linguista e teorico dell’informazione, Noam Chomsky: “Mi sembra che spesso i nuovi media portino a una visione più ristretta del mondo, perché le persone sono attratte dai mezzi che esprimono esattamente la loro stessa concezione. Se su un giornale come il New York Times si trovano ancora un certo numero di opinioni differenti, un blog tende invece ad averne una sola. D’altra parte internet mi permette di leggere i giornali di tutto il mondo. Dipende quindi da come si usano. Possono essere un bene, allargando i nostri orizzonti, così come un male.” Ma se per questa ultima domanda, abbiamo trovato una risposta, per le altre due non abbiamo la pretesa di farlo. Del resto l’obiettivo di questo articolo non era fornirvi risposte quanto, piuttosto, farvi sorgere domande a cui ognuno di voi può dare la propria risposta… dopo essersi accuratamente informato.