Giovedì 27 giugno alle ore 18.00, presso il PAN (Napoli, via dei Mille 60), sarà presentato il romanzo “L’unica ragione” di Vincenza Alfano (Ed. Homo Scrivens, 2019) , con interventi di Nino Daniele (assessore alla cultura e turismo), Giliberto Di Petta (psichiatra), Aldo Putignano (editore); la moderazione di Guido Pocobelli Ragosta (giornalista RAI) e l’interludio musicale di Luca Signorini (violoncellista del S. Carlo, giornalista e scrittore).

Il romanzo ci interroga rispetto a quesiti dirompenti “cosa succede quando chi ci ama è “propriamente” un  folle che ha ricevuto il brevetto di pazzia con una precisa diagnosi e un regolare soggiorno in manicomio?”; “cosa succede quando questo folle che ci ama e che si ama è nostra madre o nostra figlia?”

A figurarsi questa situazione, il romanticismo un po’ svenevole di frasi del tipo “sono pazzamente innamorato/a” viene drasticamente smorzato.

Ma i pazzi amano? Ne sono in grado? In che modo lo fanno? Come si reagisce all’amore di un pazzo?

Se sottrarsi alla relazione con il folle estraneo alla sfera familiare sembra in qualche modo possibile, sebbene le cronache di stolking mostrino perlopiù il contrario; certamente la fuga diventa molto complicata e soprattutto non necessariamente salvifica quando il folle è legato dal vincolo biologico più intimo: la genitorialità. Insomma quando ci si trova nella condizione di avere un figlio folle, o un genitore folle.

Nel romanzo si racconta la vicenda familiare che coinvolge tre donne: Tanina, Lucia, Ines; nonna, madre e nipote. Al centro della narrazione c’è lei, Lucia, la pazza.

L’unica ragione è anche un libro di denuncia sociale che però lascia spazio alla lirica e all’assoluta bellezza della forma letteraria delle sue pagine. È un libro che parla di follia e descrive la dimensione della follia, nelle ultime decadi del secolo scorso nella città di Napoli, in modo assolutamente autentico, diretto e spietato.

Lucia non è l’unica protagonista del libro, la affiancano sua madre e sua figlia in un tragico destino che mostra bene come, quando in una famiglia c’è un malato, tutta la famiglia è malata.

Tanina, capostipite della saga, è emblema di quella generazione di donne che subivano, pressoché arrese, il proprio destino, salvo poi inventarsi una via di fuga, ritagliarsi un ambito di gratificazione, nel caso della protagonista la civetteria o forse la seduzione.

Tanina, fuori dal politicamente corretto, è una madre sfortunata, ha generato una figlia folle e cerca ogni appiglio per sottrarsi a questa “infamia”. Per tale motivo anche l’elettroshock, l’internamento o qualsiasi altro compromesso possibile le sembrano soluzioni accettabili e le lacrime della sua bambina non scalfiscono il suo cuore. Tanina è la madre delusa, quasi il suo archetipo, perché nella autenticità di una confessione, ogni madre, se non poche elette, si ritiene delusa dai propri figli, mai identici al sogno che aveva partorito di loro.

Cosa dire allora della figlia, di Ines? Un altro archetipo: la bambina infelice, l’orfana. Non si è orfani soltanto quando la morte sottrae i genitori, ma ogni volta in cui un bambino non è amato nel modo in cui avrebbe bisogno di essere amato, ossia, per l’inconciliabile differenziazione degli esseri umani, quasi sempre.

La follia di Lucia esalta la sua inadeguatezza ma ogni lettore e ogni lettrice trovano una piccola parte di se stessi in Ines. Nelle carezze e nei sorrisi di incoraggiamento che sono negati a Ines si ritrovano quelli che sono stati sottratti a tutti noi bambini, per stanchezza, assenza, incapacità dei nostri genitori. E per un tragico destino umano, a ognuno di noi potrebbe mancare la forza di sorridere il giorno in cui il nostro sorriso sarà necessario a nostro figlio.

E così il legame biologico sancisce una contiguità dei corpi che non si trasforma in vicinanza di affetti, non diventa nido d’amore, o forse lo diventa solo per alcuni istanti, a tratti, a rimarcare l’assenza della continuità. L’amore da approdo sicuro diventa laguna, città sommersa, luogo della precarietà esistenziale dove per sopravvivere occorre adattarsi a vivere giorno dopo giorno, sentendo alla sera il sollievo di essere sopravvissuti, ancora ma soltanto per un giorno.

“Sono ancora viva”, “sono ancora fuori dal manicomio”, “la mia mamma è ancora con me”, “la mia mamma oggi sta meglio e non mi ha picchiato”, queste le speranze di esistenze al limite, esiliate dalla normalità da qualcosa che gli psichiatri chiamano “follia”, che i poeti chiamano “mal di vivere”, che il lettore chiamerà “il mio dolore”, riconoscendosi in esso.

Riemergendo da un romanzo che colpisce al cuore e alla mente, soltanto una cosa può essere affermata con certezza: l’amore non è follia e il folle ama come chiunque altro, con gli stessi limiti, con le identiche speranze, con uguale passione.

Questo libro afferma in estremo: l’amore non salva dalla follia e la follia non salva dall’amore.