Per la rubrica “Ho letto il film”, diremo oggi di una serie televisiva, tratta da un enorme successo editoriale. 6 milioni per puntata: i lettori dei romanzi di Maurizio de Giovanni che, insieme ai telespettatori della fiction “I bastardi di Pizzofalcone”, hanno assediato le poltrone e acceso la TV.

La storia è coinvolgente e il lettore sa da subito da che parte stare.

Un gruppo di persone riesce pian piano a risalire da un inciampo che la vita ha teso loro. Il tifo per la squadra è inevitabile: la vittoria del successo coinvolge, capitolo dopo capitolo, puntata dopo puntata. Casi da risolvere che fanno da cornice alle storie personali dei sei agenti della squadra di polizia.

La trasposizione cinematografica di una saga amatissima è un’operazione molto delicata, i cui risultati non sono scontati. Trattare le storie di de Giovanni espone a un rischio altissimo, perché parte di un immaginario fin troppo radicato.

Ma l’audience non lascia dubbi sul successo della fiction, già alla seconda serie, che ha visto avvicendarsi il regista Carlo Carleo alla direzione di Alessandro D’Alatri.

La sensazione è che le storie siano state scritte appositamente per essere sceneggiate e, a parer mio, la risposta è nelle parole dello stesso autore Maurizio de Giovanni, quando racconta che i suoi libri nascono da storie comuni, le sue ispirazioni dal film della vita, che lui è chiamato a raccontare e poi a trasporre in un continuo gioco delle parti.

Lo stretto rapporto intercorso fra l’autore-sceneggiatore, il regista e gli attori della fiction ha reso la trasposizione estremamente fedele ai testi, facendo presto dimenticare ai moltissimi lettori le immagini create dalla propria fantasia.

E se come in ogni trasposizione c’è qualcosa che si guadagna e qualcosa che si perde, il guadagno è sicuramente rappresentato dalla scenografia naturale della città che, seppur raccontata nei testi con cura di particolari, ha raggiunto il massimo della godibilità nelle immagini che hanno dato visibilità e lustro a luoghi conosciuti e non. Perso? Forse un po’ d’anima che, a tratti, gli attori non sono riusciti a tirar fuori, come magistralmente fa la penna dell’autore.

Lucia Montanaro