Tre giorni fa accennavo a questa gara, ricordando il match di campionato (vittoria Napoli 3-1 in quel di Firenze); oggi compie 60 anni il protagonista di quella serata storica, quella che ci fa gonfiare il petto d’orgoglio, l’orgoglio di chi sta riscrivendo la storia, di chi sta ribaltando gerarchie prestabilite da occulti poteri. Il riscatto di un popolo fiero grazie al suo indimenticabile Masaniello, l’eroe che aveva consentito due anni prima di salire per la prima volta sulla vetta tricolore; quella sera il Dio del calcio stava preparando una diavoleria fondamentale per salire sul tetto d’Europa.

Certo, la squadra partenopea non era solita a determinati palcoscenici, è vero anche che il risultato dell’andata poteva sembrare alquanto rassicurante; fatto sta che a Monaco di Baviera, in uno stadio stracolmo, giocare una semifinale non è mai una passeggiata di salute! Ed i protagonisti di quella sfida, ancora oggi, non hanno mai nascosto che una tensione palpabile c’era, eccome! Ma quando ci sono di mezzo gli Dei può accadere qualsiasi cosa: e quella sera, quella notte se preferite, c’era una figura sacra rappresentata da un uomo basso e riccioluto rispondente al nome di Diego Armando Maradona. Che decise di vincerla prima di giocarla, che decise di regalare un successo mondiale ed immortale negli anni, ad un gruppo musicale semisconosciuto, di donare al popolo partenopeo un ricordo indelebile e, nello stesso momento, agli spettatori tedeschi presenti, un racconto per i loro nipotini.

Quel fenomeno nel riscaldamento pregara aveva pensato bene di stemperare la tensione dei suoi compagni di squadra e di comunicare al mondo collegato, e soprattutto a quegli arroganti tedeschi che affollavano, l’Olympyastadion, che il Napoli non avrebbe rappresentato la vittima sacrificale, non avrebbe subito la rimonta dei giganti tedeschi. Ancora oggi rivedo le immagini e leggo quei nomi e avverto un brivido lungo la schiena, un’emozione ancora viva: ricordo il tecnico bavarese Juup Heynckes, il “5” Augenthaler, Reuter che poi sarebbe passato ai bianconeri, ancora Wohlfarth ed Eck che vinse il ballottaggio con un’altra vecchia conoscenza del campionato italiano, Johnny Ekström. Lo speaker, il Dj, o chi diavolo per loro, durante la fase di riscaldamento appunto dicevamo, decisero di deliziare i presenti con buona musica, una musica che desse la carica. Ad un certo punto “entrò” il pezzo degli Opus, “Live is life”, praticamente il resto è storia… Diego che decideva in una esaltazione onnipotente e consapevole, di riscaldarsi palleggiando a ritmo di musica con la capacità di un incantevole e formidabile giocoliere; i compagni di squadra ancora una volta avvertivano la sensazione di avere Dio dalla loro parte, che quello stesso Dio non li avrebbe abbandonati, che anzi, li avrebbe guidati. Ed era bello vedere quei baldanzosi bavaresi incantati da quel fenomeno, ammiravano e cominciavano a comprendere che ci sarebbe stato poco da fare. Quel fenomeno, dopo aver guidato la sua Nazionale sul tetto del mondo praticamente da solo, aveva deciso di regalare gioia e vittorie sin qui sconosciute al popolo napoletano, se lo era prefissato e non avrebbe conosciuto ostacolo alcuno, non quel Diego. Il succo della partita sta tutto lì, in quel riscaldamento; i 90′ trascorreranno con un Napoli mai in difficoltà e la qualificazione alla finale mai in discussione. Un primo tempo a reti inviolate e gli azzurri che la sbloccavano al quarto d’ora della ripresa con Diego lesto ad approfittare di uno svarione del “2” tedesco, tale Natchtweih, e servire su un piatto d’argento il pallone da appoggiare soltanto in rete a Careca. Pochi minuti ed il Bayern trovava il pareggio da angolo approfittando di un’uscita poco efficace di Giuliano Giuliani, con una girata di Augentalher. Dopo poco la mezz’ora però il Napoli era micidiale in contropiede, Diego lanciava in campo aperto ancora Antonio Careca con un delizioso mancino, il bomber brasiliano era freddo e spietato nel fare secco Aumann, 2-1 Napoli! L’orgoglio bavarese portava poco dopo al 2-2 di Reuter, abile nel saltare Renica al limite dell’area e scoccare un esterno destro che non lasciava scampo al portiere azzurro. Un pareggio che proiettava il Napoli alla finale di Coppa Uefa, una finale da giocare nel doppio confronto con un’altra tedesca, lo Stoccarda. Ma questa è un’altra storia…

19 Aprile 1989