Vendetta della società sul reo o giustizia necessaria? Nessuna delle due.

Le cronache dei giornali, anche recenti, riportano spesso di situazioni disperate nelle carceri italiane, di multe da parte della Comunità Europea all’Italia per il mancato rispetto delle norme e di detenuti che si suicidano, ed è ancora molto attuale e viva la polemica sulla morte di un detenuto nel carcere di Poggioreale.

L’istituzione del carcere esiste da sempre nella storia dell’uomo, e se per lungo tempo è stato un luogo dove tenere il colpevole in attesa di torturarlo o giustiziarlo senza che avesse alcuna possibilità di riabilitazione, non è passato poi così poco tempo dal 1764, anno in cui Cesare Beccaria scrisse il famoso “Dei delitti e delle pene”, in cui predicava l’abolizione della pena di morte e introduceva l’idea della riabilitazione del reo. Eppure da allora resta ancora molto da fare, se si vuole almeno avvicinarsi all’obiettivo descritto da Beccaria. Alcuni sostengono che il carcere in Italia sia talmente disumano da ritenerlo una sorta di vendetta da parte della società nei confronti del colpevole, mentre per i più rappresenta un luogo dove tenere i criminali per avere una società più sicura. Ma esistono altre forme di punizione per chi commette crimini? Non tutti sanno che esiste una giustizia detta ‘retributiva’, che è quella che applica il codice penale e per cui si va in carcere a seguito di un reato per cui sia previsto, ma esiste anche la giustizia detta ‘riparativa’, che da l’opportunità al reo di rimediare a ciò che ha commesso. L’esempio più famoso di giustizia ‘riparativa’ è stata l’istituzione della “Commissione per la verità e la riconciliazione” in Sud Africa dopo l’apartheid, che alla fine degli anni ’90 riconciliò un’intera nazione stabilendo amnistie e soluzioni ‘riparative’ in uno Stato dove, fino ad allora, alle persone di colore non veniva riconosciuto alcun diritto. Ovviamente si tratta di un caso molto particolare, ma esempi di giustizia ‘riparativa’ esistono anche molto più vicini a noi: in Spagna già da oltre vent’anni viene applicata nei tribunali minorili, ma esiste da tanto anche negli Stati Uniti, dove la recidiva si abbatte 24/25% in caso di giustizia riparativa, e poi in Germania e in tanti altri Stati.

In Italia la legge prevede che le carceri abbiano una funzione rieducativa: il 19% dei detenuti affidati ai servizi sociali ricade nel crimine, mentre tra quelli non affidati ai servizi sociali ben il 68% torna in carcere. Purtroppo però, in realtà la rieducazione funziona poco, questo perché sono esigui i finanziamenti per i programmi di recupero e di istruzione per i detenuti: infatti nel carcere di Busto Arsizio c’è solo un  rieducatore ogni 169 detenuti, e gli altri istituti penitenziari non stanno messi molto meglio. Nelle nostre carceri, inoltre, abbiamo un 35% di detenuti in attesa di giudizio, e se è vero che in molti casi è meglio che alcuni di essi non vadano in giro liberamente per le strade, è anche vero che tra loro ci sono alcuni imprigionati per reati lievi o di cui, in qualche caso, verranno anche assolti. In questa ottica non va dimenticato il famigerato ‘carcere duro’ previsto dal 41bis e mal visto anche dalla Comunità Europea a cui, però, andrebbe detto che se fosse esistito prima delle stragi siciliane, i suoi ideatori, Falcone e Borsellino, sarebbero ancora vivi dato che l’ordine di compiere quelle stragi partì dal carcere, e oggi avremmo forse due eroi vivi, anziché morti. Tutto ciò dovrebbe far riflettere le persone che vedono tutto bianco o tutto nero, perché probabilmente anche in questo caso avevano ragione i latini a dire che il giusto è nel mezzo. Il carcere non può né deve essere la vendetta della società verso un individuo resosi colpevole di un reato, ma non può non esistere in una società composta da milioni di individui e in cui, da sempre, la responsabilità delle proprie azioni e, appunto, individuale. L’attenzione andrebbe posta, piuttosto, sul tipo di rimedio che si intende porre e, in questo senso, introdurre la giustizia ‘riparativa’ anche in Italia, potrebbe aiutare a sfollare le carceri e, dunque, favorire anche la riabilitazione di chi vi è detenuto. Attualmente in Italia vige l’obbligatorietà dell’azione penale, ma anche grazie a numerose direttive europee, la giustizia ‘riparativa’ si sta facendo largo, soprattutto nei casi che riguardano minori. Inoltre già da tempo è stata creata la figura del Giudice di Pace, e sebbene siamo ancora molto indietro rispetto alla Finlandia, dove la conciliazione tra le parti avviene negli uffici di Polizia, evitando querele e aule di tribunale, è già un passo avanti verso una giustizia che non possa essere vista come qualcosa di disumano, ma come una giusta punizione che permette la riabilitazione del reo, nei casi in cui anche lui, ovviamente, intenda redimersi.