Nel tardo pomeriggio di qualche giorno prima di Natale, tra un cliente e l’altro, riesco ad allontanarmi per un po’ dal negozio per andare al vicino supermercato dopo un’imperiosa telefonata di mia madre. Necessari acquisti in vista dei prossimi due giorni festivi, rendono indispensabile provvedere con urgenza altrimenti non mi darà pace e comincerà la solita tiritera ormai conosciuta a memoria.

“Quando io potevo uscire facevo mille cose! Il Signore mi ha castigata facendomi “acciuncare” e niente va più come prima! Io ogni giorno andavo al negozio, preparavo il pranzo per tutta la famiglia, mi occupavo di tuo fratello, facevo la spesa, correvo dai miei genitori. E tu cosa fai? Niente! Tutto a “poi”, tutto con calma. E perdi solo tempo in chiacchiere inutili o sempre con chill’ strumient in man’ (il cellulare……). Cerviell’ a te e dinar’ a me! Che guajo agg’ passat! Chi me l’eva dicer!” .

Velocemente compro quello che devo, passando pure per l’edicola per lasciare gli auguri ai gestori che non vedrò per due giorni in quanto i giornali non saranno pubblicati e mi affretto a portare la spesa a casa per poi ritornare subito al lavoro. Apro il portone e subito un’ombra mi segue e sguscia accanto approfittandone per entrare. Brivido alla schiena. E se fosse un rapinatore? Il losco individuo si rivela ciarliero e comincia: ”Qui abita il notaio. Secondo piano, vero?” e comincia a camminarmi affianco dirigendosi verso la scala. Affretto il passo e lui affretta il suo per non perdermi. “C’è l’ascensore, vero?. Lo guardo e penso subito che mai salirei con lui da sola, in uno spazio così angusto. Stringe al petto una grossa busta di plastica, un involucro che sembra sporco di sangue. E se dietro la busta nascondesse un pugnale? Mi sorride con un ghigno e continua : ”Venite con me! Facciamo un viaggio solo!”

Seeee, penso! E mi torna in mente quello che accadde nel palazzo lo scorso anno quando un odore tremendo di putrefazione si diffuse per giorni nel cortile e per le scale e ci costrinse a tenere finestre e balconi chiusi fino a quando, dopo una quindicina di giorni che furono caratterizzati pure da un caldo terribile, in un sottoscala dell’edificio fu trovato il cadavere di una povera donna che lavorava presso una famiglia del palazzo e che aveva scelto di togliersi la vita o che forse (non si è mai saputo) era stata ammazzata in qualche modo.

“Ho portato un cinghiale – continua l’uomo – Il notaio mi ha fatto tanti piaceri e devo regalargli qualcosa. Così si usa! E’ Natale!” La porta dell’ascensore si apre e lui esclama: “Entrate, signò! E’ selvaggina che porto! Selvaggina!”. Scuoto, impaurita, la testa e, nonostante le mie due buste pesanti di spesa, dico: “Andate pure prima di me. Dopo salirò”. Mi guarda meravigliato e forse pensa che non voglia salire con lui perché non lo conosco. “Mi chiamo……” e dice il suo cognome. E cosa cambia saperlo? Se pensa di ammazzarmi, nessuno poi conoscerà il suo nome! Certamente gli sto dando un  grosso dispiacere oppure non riesce a capire le mie motivazioni ma rifiuto ancora una volta di salire da sola con lui. L’ascensore si avvia al secondo piano ed aspetto il mio turno. Scampato pericolo! Quando finalmente entro e premo il pulsante del mio piano, mi assale un forte odore di sangue che fa quasi svenire. La selvaggina!

Ed io, quella che potrebbe anche rischiare la vita, sono la figlia degenere che non fa niente e perde il suo tempo in chiacchiere! Ma che si deve passare!

di Graziella Bergantino