Il mistero del più bel fondoschiena dell’antichità

Nella sala XXV del Museo Archeologico Nazionale di Napoli è esposta una statua che immediatamente cattura l’attenzione dei visitatori: è la Venere Callipigia. Curiosamente, entrando nella sala non la vedrete esposta frontalmente come qualsiasi altro reperto, bensì di spalle. Naturalmente non è un caso se la statua è esposta in questo modo. Il suo nome è già un indizio: ‘Callipigia’ in greco significa ‘dalle belle natiche’ e l’opera è stata più volte citata come ‘il più bel fondoschiena dell’antichità’, se poi aggiungiamo che si tratta delle natiche della dea della bellezza Venere, che i Greci chiamavano Afrodite, vi sarà chiaro il motivo per cui quest’opera d’arte è insolitamente esposta di schiena anziché frontalmente. La storia di questo capolavoro dell’arte antica è in parte ignota. Sappiamo che la statua è stata rinvenuta nei pressi della Domus Aurea e che risale all’età adrianea, quindi al II sec.d.C.; si tratta di una copia romana da un originale greco del II sec.a.C., sebbene l’iconografia risalga al IV sec.a.C. Nel 1594 fu acquistata dalla famiglia Farnese, di cui abbellì il palazzo meglio noto come Villa della Farnesina. La statua fu esposta al centro della ‘Sala dei Filosofi’ e formava un gruppo di tre statue insieme alle due Veneri accovacciate, anch’esse in esposizione al MANN. Nella ‘Sala dei Filosofi’ erano esposti ritratti di filosofi e letterati, ed è curiosa la collocazione che i Farnese scelsero per la Venere Callipigia che, essendo posizionata al centro della sala, sembrava essere osservata dai filosofi e dai letterati i cui ritratti la circondavano. Nel 1786, insieme a gran parte della famosa Collezione Farnese, fu trasferita a Napoli (per la storia della Collezione Farnese vi rimandiamo all’articolo che trovate cliccando su questo link https://www.napoliflash24.it/progetto-mann-la-storia-del-museo-la-collezione-farnese-fiore-allocchiello-del-mann/ ); nel 1792 la Venere Callipigia era esposta al Museo di Capodimonte, solo nel 1802 fu trasferita al Palazzo degli Studi, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e inizialmente posta nella collezione segreta per la sua spiccata sensualità. La statua fu ritrovata priva di testa, che fu aggiunta in un primo momento dalla famiglia Farnese quando l’acquistarono, poi, successivamente al trasferimento a Napoli, fu Carlo Albacini a provvedere al restauro dell’opera, in particolare alla sostituzione della testa, e al ripristino delle spalle, del braccio sinistro con parte del lembo del peplo, della mano destra e del polpaccio destro, ma il restauro, molto ben fatto, ha lasciato alla statua il suo stile ellenistico.

La dea è raffigurata nell’atto dell’anasyrma, ovvero mentre scopre i fianchi e il fondoschiena sollevando il peplo, e volge lo sguardo all’indietro per ammirarli con consapevole malizia.

Della statua esistono diverse repliche anche del ‘600, tra cui quelle di Jean-Jacques Clérion e François Barois. Eppure, di questa statua così ammirata e famosa, molto resta avvolto nel mistero: per prima cosa non tutti sono d’accordo nell’individuare la dea Afrodite nella donna raffigurata, qualcuno ritiene possa trattarsi di una etera o di una danzatrice; inoltre è incerto anche il periodo storico di riferimento, che varia tra il III e il II secolo a.C. Ma è dubbio anche il luogo d’origine, che alcuni pensano possa  essere la Sicilia o, più ampiamente, la Magna Grecia, mentre altri sostengono possa essere l’Asia Minore. Se la donna raffigurata è realmente la dea della bellezza Afrodite, bisogna considerare che aveva i suoi maggiori centri di culto ad Erice, in Sicilia, e a Cipro. Secondo la versione più nota del mito, infatti, Afrodite sarebbe nata dalla schiuma delle onde di Citera, un’isola a sud del Peloponneso, ma gli abitanti di Cipro sostenevano fosse nata dalla spuma del loro mare. Il suo nome deriva da ‘Afros’, in greco ‘spuma del mare’ e i suoi epiteti più noti erano Afrodite Kiprisa (Afrodite di Cipro) e Afrodite Kithira (Afrodite di Citera). Un giorno forse gli archeologi sveleranno il mistero di questa statua, ma nulla potrà portarle via quel fascino che da millenni ammalia chi ha la fortuna di trovarsi di fronte alla sua sensuale bellezza.