Poco più di venti giorni e ci saremo.

Sarà di nuovo il momento di allestire presepe ed albero di Natale.

Ne parlavo con un collega, con “il collega” a voi ormai familiare per essere l’interlocutore per eccellenza delle mie interviste, Gennaro Nasti.

E’ andata così: domenica mattina gli mando un messaggio, e gli dico: “Ma lo sai che noi docenti napoletani avremo sempre una marcia in più, rispetto a tutti gli altri? Noi abbiamo il presepe!”

Immagino che il collega abbia per un attimo pensato che la Didattica Digitale Integrata mi avesse messa definitivamente K.O., e che abbia garbatamente dissimulato.

Ma poi, per fortuna, pare abbia abbandonato completamente l’idea di un mio burn out. Entrambi, parlando, siamo arrivati ad un’unica conclusione: a pensarci bene, che cos’è, il presepe, se non una straordinaria rappresentazione e simulazione della complessità del reale, ricca di dettagli, ma in scala ridotta e, per questo, controllabile?

In questa simulazione della realtà, abbracciata per intero dallo sguardo, l’animo dell’osservatore vaga sicuro, al riparo da una complessità eccessiva, ma non insensibile alle sue declinazioni.

Ed è proprio questa attitudine, quella che un docente attento, oggi, cerca di ottenere dai propri alunni. E, credere nelle potenti ricadute didattiche della simulazione è una precondizione necessaria a tutto questo.

Il collega Gennaro Nasti, docente di tecnologia presso la scuola secondaria di primo grado, ha molto da raccontarci su questo. Ed io ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con lui, a tal proposito.

Gennaro, spiegheresti in poche parole il senso della simulazione in ambito didattico?

Quando incoraggiamo un bambino a sperimentare le proprie scelte e a mettere in campo le azioni che immagina egli diviene protagonista del proprio apprendimento e sviluppa grande autostima. Ho avuto modo di verificare che un ambiente di simulazione può essere un programma informatico, ma anche una attività di tinkering o making: due metodologie didattiche che permettono ai bambini, anche piccolissimi, di allenare le competenze chiave del XXI secolo.

In particolare il tinkering, ovvero lo “smanettare”, è libero sfogo di creatività ma anche acquisizione di consapevolezza e ricerca costante del giusto espediente. Il making, ovvero il dare vita a un progetto comune tramite la fabbricazione, favorisce la capacità di collaborare e comunicare e sviluppa il pensiero critico. In questo senso alcuni alunni sono particolarmente stimolati rispetto alla realizzazione di artefatti tecnologici, come la riproduzione di un modello semplificato di mulino ad acqua, per restare in tema di presepe.

Il termine “simulazione”, in un’accezione più ampia, viene visto come anticipazione mentale di un processo da eseguire e può essere considerato tale un processo effettuato in fase di progettazione per comprendere come evolverà il sistema per effetto delle azioni proposte.

Quali sono i vantaggi oggettivi di tale situazione di apprendimento, rispetto agli altri metodi di insegnamento/apprendimento?

Queste metodologie didattiche ben si adattano anche ai docenti con doti di manualità e creatività, che riescono a sperimentare in maniera gratificante all’interno di momenti educativi ispiranti ed efficaci, senza necessariamente possedere competenze tecniche particolari, ma semplicemente accompagnando i bambini o rendendosi disponibili a imparare con loro. I più piccoli, invece, possono esercitare euristiche di apprendimento che strutturano e potenziano l’intelligenza emotiva, creativa e tecnica, immergendosi in laboratori che danno tanta importanza al prodotto finale quanta ne danno al processo messo in atto per raggiungerlo.

Il coinvolgimento diretto dei bambini si accompagna allo sviluppo della capacità di osservazione, ideazione, confronto, collaborazione, pensiero logico, modellazione e prototipazione. Ciò consente loro di esprimersi insieme, traducendo la fantasia in realtà attraverso fasi di esplorazione, test, riflessione, e facendo dell’errore un’opportunità di apprendimento.

Ricordi la prima volta in cui hai impostato un contesto di apprendimento dove la simulazione risultasse cruciale?

Durante il lockdown di marzo ho sperimentato il tinkering in alcuni corsi di formazione per docenti del primo ciclo e devo dire che ho ricevuto restituzioni davvero entusiasmanti. Pensa che gli alunni dei docenti che avevo in formazione hanno prodotto loro stessi, con la guida dei loro insegnanti, artefatti con materiali di recupero disponibile in tutte la abitazioni, come oggetti con carica a molla o idraulica o a pressione. Insomma un successo notevole soprattutto perché ho ricevuto la conferma che tanti bambini hanno ritrovato slancio e entusiasmo cimentandosi con quel tipo di attività.

Trovi che, quella della simulazione, sia una pratica sufficientemente diffusa, tra gli insegnanti, oggi?

La scuola è uno snodo cruciale per ogni politica attiva del territorio, che diventa la risorsa inestimabile per ridare fiducia alle persone e per rendere presente e immediato il futuro prossimo. Senza dubbio l’innovazione all’interno del contesto scolastico aumenta la crescita culturale e rende disponibili le opportunità lavorative, sia dipendenti che ispirate dalla iniziativa personale.

A mio avviso ci sarà sempre spazio per attuare questo tipo di didattica attiva e partecipativa, soprattutto con l’introduzione della Didattica Digitale Integrata o a distanza.

Salutiamoci con una domanda che guardi al futuro prossimo: hai già in mente la prossima simulazione in cui calare i tuoi alunni?

Sto progettando percorsi didattici centrati sulla cibernetica quale scienza che studia i meccanismi di comunicazione e di interazione negli esseri viventi, sia allo scopo di aumentare le conoscenze di tali meccanismi, sia per derivarne modelli che possano essere riprodotti artificialmente. Vorrei provare a introdurre questi concetti nelle classi e incoraggiare gli alunni a creare modelli in ambienti di programmazione già previsti dalle linee guida ministeriali.