Mi perdo nel tuo corpo,

ascolto la tua voce, hai perso,

ed io ho vinto, ed io ho perso.

Non capisco le tue parole,

è un suono a me sconosciuto,

prendi un foglio e scrivi

il tuo nome e a me basta.

La sala raccoglie pensieri,

la nostra fame di baci,

i nostri gesti loquaci,

la voglia di urlare ridendo

alla notte fuori le porte.

Le stelle sono ospitanti

di quel nascosto linguaggio

fatto di sguardi e silenzi,

e noi, noi tremiamo leggeri

alla luce di un sogno.

È la strada, la strada maestra,

come in un giorno di festa,

disperde le risa, in riflessi

sui vetri, dei palazzi sgargianti,

antiche regie di amanti.

Vorrei portarmi con te

lungo la Senna,

ad ascoltare, il violino

di un suonatore viandante,

lo scorrere lento,

seduti sugli argini, in silenzio

in silenzio. Tenersi per mano,

e osservare con gli occhi socchiusi,

la maestosa città millenaria,

ove re e imperatori dettavano al mondo

regole e guerre, imparziali.

Noi andiamo, restiamo, ci amiamo,

in faccia al mondo, divisi

da uno spazio sottile fra i visi,

il respiro conquista le labbra

e gli sguardi uniscono

intensi, i nostri taciti intenti.

Di tutto il tempo passato

a cercarci, a tenerci nel cuore

lungo i viali alberati. E la torre,

la torre, si staglia lontana

nel cielo, di ferro la torre, e il cielo.

Per questa tua lontananza,

che è presenza, riflesso di luce,

d’artemisia, d’ambra, d’argento.

Ed io raccolgo, inginocchiato

ai tuoi piedi al tuo grembo,

in un sogno leggero, lieve

davvero, il profumo d’incenso.

Lungo la strada che parla di noi.

A presto, mio destino,

vedremo insieme i gerani in fiore .

Francesco Quaranta