Lì dove nacquero le ferrovie italiane, ora c’è un museo che ci narra la sua storia

Oggi i bambini si divertono a scorrazzare tra i miei sette padiglioni pieni di locomotive di ogni tipo, vagoni storici, carrozze reali, e tutti gli altri “giocattoli” che trovano nei miei 36.000 metri quadrati. Ma non non dovete pensare che siano gli unici a divertirsi; i genitori che li accompagnano, soprattutto i papà, a volte sono più indisciplinati dei figli, e i vigilanti devono spesso richiamarli perché oltrepassano i limiti per vedere come sono fatte dentro le carrozze, o per salire su una locomotiva e cercare di capire com’era spalare carbone per far viaggiare un treno. Sapeste quante volte i genitori cercano di entrare nelle vecchie carrozze, ormai in disuso, su cui hanno viaggiato tanti anni fa portando con loro i sogni della giovinezza. Se ancora non lo avete capito, io non sono una stazione ferroviaria, bensì un museo, il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, così mi hanno chiamato quando fui inaugurato, il 7 ottobre del 1989, anno in cui le Ferrovie dello Stato festeggiavano il loro 150° anniversario. Chi viene a visitarmi non vede statue antiche, affreschi, quadri o le altre antichità che si trovano generalmente nei musei, ma vedrà qualcosa che difficilmente troverà altrove: tanti treni e vagoni di ogni genere. Una volta, però, non ero un museo. Dovete sapere infatti, che agli inizi dell’800 Napoli era all’avanguardia nel settore trasporti: nella città partenopea fu costruito il primo piroscafo del Mediterraneo e, proprio dove ora trovate i miei padiglioni, fu inaugurata la prima tratta ferroviaria d’Italia. Non dimenticherò mai quel giorno: era il 3 ottobre del 1839 e i due convogli percorsero i 7411 metri della tratta Napoli-Portici in 11 minuti. Fu così che nel 1840 il re Ferdinando II di Borbone, che intendeva liberarsi dalla supremazia tecnologica di Francia e Inghilterra, decise di far sorgere a Pietrarsa un’area industriale su cui fossero costruite locomotive a vapore, e fu proprio questa la mia prima destinazione col nome di Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa. Centinaia di locomotive sono state costruite tra le mie mura, dal Piemonte arrivò il generale Alfonso La Marmora, inviato dal suo governo per studiarmi: anche al nord, più di mezzo secolo prima che nascesse la FIAT, volevano realizzare un opificio che mi somigliasse! In Russia, poi, lo zar Nicola I dispose che il complesso ferroviario di Kronstadt fosse costruito prendendo me quale modello! Lo ammetto, ero orgoglioso che l’Europa intera si fosse fermata a guardarmi stupita, ma quel periodo non durò a lungo. Già nel 1861, con l’Unità d’Italia, i piemontesi mi giudicarono non redditizio e volevano addirittura demolirmi. L’anno dopo fui ceduto alla ditta Bozza che ridusse il personale, causando scioperi e disordini finiti nel sangue: fu il 6 agosto 1863, durante uno sciopero, che i bersaglieri caricarono; in quei disordini vidi 7 morti e 20 feriti gravi, tutti uomini senza colpa il cui sangue era stato versato sul mio terreno. Sebbene il mio declino continuasse, la produzione di locomotive non si fermò e nel 1905 entrai a far parte delle neonate Ferrovie dello Stato. Furono le locomotive elettriche e poi quelle diesel che decretarono la mia fine, quel 15 novembre 1975, e si decise di farmi diventare un museo. Dopo l’inaugurazione fu deciso di ristrutturarmi, e così rimasi chiuso a lungo, fino al 19 dicembre 2007, giorno in cui, finalmente, le mie grandi porte furono aperte a tutti. Ora nei miei capannoni trovate una riproduzione del 1939 della celebre locomotiva Bayard, proprio quella che fece il viaggio inaugurale della prima tratta ferroviaria d’Italia, la Napoli-Portici; ma potete ammirare anche il favoloso treno reale del 1929, ben 11 carrozze costruite in occasione del matrimonio tra Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio, e poi tantissime locomotive come la romantica “Cirillo” e la prestigiosa “480”, e anche l’ultima arrivata: la vettura “presidenziale” donatami nel 1989 dall’allora Presidente Cossiga. Ognuna di loro ha una storia da raccontarvi, ma questo, appunto, è un’altra storia!