Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobillà, della borghesia e del popolo còlti nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago, nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.

Il presepio napoletano, per esempio, inserisce nella scena popolani, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli: il male è rappresentato nell’osteria e nei suoi avventori, mentre il personaggio di Ciccibacco, che porta il vino in un carretto con le botti, impersona il Diavolo.

Sempre agli artisti napoletani si deve l’aver dotato i personaggi di arti in fil di ferro e l’averli abbigliati di abiti delle più preziose stoffe, adornati con monili e muniti degli strumenti di lavoro tipici dei mestieri dell’epoca e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari.

A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti di Genova e quelli siciliani che, fatta eccezione per i siracusani che usano la cera, si ispirano sia per i materiali che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana.

A Napoli già sul finire del secolo XVII si passò a modellare le teste delle figure del presepio in creta, con occhi di vetro, conservando il legno per le sole parti estreme degli arti (affidate del resto ad artisti specializzati) perché più soggette ad urti e rotture; in terracotta si fecero anche le nature morte, il pollame, ovini, suini, mentre il legno si usava ancora quasi esclusivamente per animali grandi, che per questo conserveranno sempre un carattere di stilizzazione. Verso la fine del XVII secolo (1640) l’artista napoletano Michele Perrone ( conosciuto dai napoletani con il nome di “Tonno Ciappa”) realizza il primo pastore con l’anima in filo di ferro ricoperto di stoppa e per il quale erano scolpiti in legno soltanto la testa e gli arti. Questa fu una grande invenzione per l’arte presepiale, perchè consentiva di modificare la postura di un pastore senza troppe difficoltà.La lavorazione della terracotta finì per attirare nel campo del presepio anche scultori rinomati, come Lorenzo Vaccaro (1655-1706) e il suo allievo Bartolomeo Granucci. Di Pietro Ceraso è il Presepe più grande mai realizzato con tale tecnica, commissionato per la chiesa di Santa Maria in Portico a Napoli.

Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.

Nel ‘700 il presepio napoletano visse la sua stagione d’oro. Uscì dalle chiese dove era stato oggetto di devozione religiosa, per entrare nelle case dell’aristocrazia e divenire oggetto di un culto ben più frivolo e mondano.

Sotto l’influsso del re, nobili e ricchi borghesi gareggiarono nell’allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari, in cui il gruppo della Sacra Famiglia fu sopraffatto da un tripudio di scene profane che riproducevano ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell’epoca. Furono investiti capitali per assicurarsi i “pastori” più belli e la collaborazione degli artisti più rinomati; il sacro evento divenne pretesto per far sfoggio di cultura, ricchezza e potenza.

A realizzare le armi, gli strumenti musicali, i vasi preziosi e gli altri minuti ornamenti dei personaggi del corteo dei re magi vennero chiamati argentieri e gioiellieri famosi.

Le frutta e le cibarie esposte nei banchetti o consumate nelle taverne erano realizzate in cera colorata.

Le statuette realizzate dai migliori artigiani arrivarono a costare delle vere fortune: si calcola addirittura l’equivalente di un mese di stipendio di un funzionario di corte. Famiglie nobili giunsero a rovinarsi pur di realizzare presepi che potessero competere in magnificenza con quello reale, e meritare -nel periodo natalizio- la visita del sovrano.

Nella prima metà dell’800 la moda dei presepi di èlite sembra al tramonto. Lo stesso presepe reale fu trasferito nella reggia di Caserta dove ne è ancora conservato quello che è sopravvissuto all’incuria ed ai periodici furti.

La diffusione a livello popolare si realizzò con figurini più piccoli (15 20 centimetri) e, in alcuni casi, la scomparsa delle «vestiture»: ogni famiglia in occasione del Natale iniziò a costruire un Presepe in casa riproducendo la Natività con statuine in gesso o terracotta, poi in plastica e altri materiali (cera, coralli, cartapesta, e così via) forniti dagli artigiani.

“Il presepio è il Vangelo tradotto in dialetto partenopeo” affermò Michele Cuciniello, il collezionista napoletano che fece dono al Museo di San Martino della sua collezione di “pastori”, animali e accessori del XVII e XIX secolo, e per l’occasione ideò e fece costruire nel museo uno splendido presepio, inaugurato, con grande successo, il 28 dicembre 1879. Al progetto e all’esecuzione dello splendido apparato scenico concorsero Luigi Farina per l’esecuzione del “masso” in sughero, legno, cartapesta, stucco, terracotta e l’architetto Fausto Niccolini autore del sistema di illuminazione naturale spiovente dall’alto, nonché lo scenografo Luigi Masi per le pitture del paesaggio e della calotta di cielo. Abbandonato in seguito al degrado e a discutibili restauri, il più famoso presepio napoletano è stato di recente restaurato con rigore storico-filologico.

Tra le collezioni private più importanti non si può non ricordare quella del principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina austriaca.

A cavallo dei due secoli diminuì sensibilmente l’interesse per i presepi, ma ci furono dei collezionisti che impedirono che molte rappresentazioni andassero irrimediabilmente perdute. Ne fu un esempio Max Schmederer, consigliere di commercio di Monaco, che raccolse presepi di tutto il mondo e lasciò in eredità ai suoi posteri una delle più grandi collezioni di presepi del mondo, che oggi è possibile ammirare al Museo Nazionale di Monaco di Baviera.

In un’enciclopedia datata 1955, si trova menzione di una tradizione allora diffusa nelle tre Venezie, quella dei presepi ambulanti che circolavano per le vie dei paesi e dei villaggi, toccando talora anche le borgate.

La tradizione del Presepe fu portata fuori dall’Italia, specialmente nei territori di missione, innanzitutto dai francescani e dai gesuiti, poi da altri Ordini religiosi.

In Francia il Presepe si chiama “crèche”, forse in omaggio al Presepe di Greccio di san Francesco. La prima comparsa nelle case francesi del Presepe è attestata intorno al XVII secolo, attraverso la forma di scatole vitree.

In Spagna il Presepe fu introdotto grazie agli scambi e ai traffici intercorsi durante la dominazione borbonica tra Napoli e la Spagna. Esso diventa quasi subito oggetto di culto popolare, tanto che fu coniato un proverbio: “Presepe fai, pane mangerai”.

II Presepe tridimensionale portoghese raggiunse la massima diffusione e i più alti risultati artistici solo nella seconda metà del Settecento, grazie al genio creativo di un italiano, Alessandro Giusti, che diede vita alla scuola del barro (creta) di Mafra.

Anche nei Paesi di lingua tedesca il Presepe è presente in occasione del Natale. La scenografia tipica utilizzata prevede il tipico paesaggio del nord Europa. Tra le usanze più diffuse, c’è il Presepe trasportabile che rievoca “la ricerca dell’alloggio” di Giuseppe e Maria ai tempi del censimento in Palestina.

Nei Paesi slavi il tipico Presepe è trasportabile e viene costruito in un piccolo armadietto con tendine, da uno o tre piani. La forma varia dalla piccola chiesa alla stalla. Il Russia si chiama “wertep”, in Polonia “szopka”, mentre in Ungheria “Betlemme”.

Il Presepe in America Latina fu introdotto dai conquistatori come oggetto di culto. La sua diffusione è dovuta ai primi emigranti provenienti dal Vecchio Mondo.

In Africa i primi missionari dovettero faticare molto per convincere la popolazione locale che il “nuovo” Dio aveva sembianze tipiche dell’uomo bianco. Così, inizialmente, i primi presepi erano di gesso non colorato.

Il Presepe, secondo la tradizione, deve essere fatto il giorno di san Nicola o di santa Lucia (di sant’Ambrogio a Milano), lasciando però la greppia vuota. Nella notte di Natale si aggiunge il Bambinello nella greppia. Il Presepe si completa il 6 di gennaio, con l’arrivo dei tre magi venuti dall’Oriente a portare in dono oro, incenso e mirra.