Prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria legata al diffondersi del Coronavirus, un quarto della popolazione italiana era già a rischio di indigenza. Il tentativo comunitario di raggiungere l’obiettivo europeo per il 2020 era già fallito perché, numeri alla mano, venti milioni di cittadini non sarebbero emersi dalla loro condizione di miseria entro la fine di quest’anno. La situazione è stata fotografata dall’Eurostat nell’ultimo rapporto, i cui risultati sono stati diffusi anche dalle agenzie di stampa nazionali a metà ottobre 2019, in occasione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà“. Stando a quelle rilevazioni, dal 2008 le condizioni generali di ben nove Paesi europei sarebbero peggiorate, in Italia la povertà sarebbe cresciuta dell’1,8%, un italiano su quattro era a rischio di esclusione sociale. La Campania è stata confermata tra le Regioni più fragili del Vecchio Continente. Nella stessa giornata di un anno fa, la Caritas italiana ha lanciato il Rapporto “Povertà in attesa“, dove sottolinea che la condizione di necessità, nel tempo, sta coinvolgendo sempre più cittadini e i bisogni stanno diventando cronici, multidimensionali e persistenti. Nel Mezzogiorno sono italiani il 67% dei nuovi poveri censiti. In questo contesto, poiché non abbiamo a disposizione elaborazioni più recenti, utili per entrare nel dettaglio della situazione campana, abbiamo chiesto spiegazioni a Benedetta Ferone, responsabile dei servizi per i senza fissa dimora che la Comunità di Sant’Egidio offre in Campania. Da anni scende in strada assieme agli altri volontari, operatori di pace impegnati a tessere una rete di amicizia e di sostegno per rendere stabili i progetti di solidarietà oggi esistenti e rompere il muro di silenzio tirato su dall’ignoranza e dall’indifferenza.

D- E’ possibile quantificare il numero di persone che vivono abitualmente per le strade di Napoli?

R- Dalle rilevazioni di un anno fa, inizio 2019, dei servizi in strada della Comunità di sant’Egidio a Napoli e nelle periferie campane, sono state incontrate poco meno di 1000 persone. Si è rilevato un aumento degli italiani che rispetto al 2017 passano dal 21 al 25% del totale. Quest’andamento è dovuto soprattutto all’aumento degli uomini italiani in strada per cause diverse, ma in prevalenza per la perdita o la mancanza del lavoro. Il dato più preoccupante è l’aumento dei giovani con meno di 35 anni che passano dal 30% nel 2017 al 41% del 2019.

D- Chi compone le unità di strada?

R- All’inizio, in strada eravamo solo noi, mentre la Caritas era in rete con le mense e i centri di ascolto. Poi, si sono aggiunte associazioni, gruppi, parrocchie e anche famiglie o condomini. Oggi sono oltre 60 le realtà che a Napoli distribuiscono abitualmente cibo e beni di prima necessità a chi vive in strada. L’attività delle unità di strada della comunità di sant’Egidio a Napoli è iniziata circa 30 anni fa, nel 1992, alla stazione centrale. Oggi abbraccia l’intera città, le sue periferie e, nel resto della Campania, opera nelle città di Aversa e Salerno.

D- Cosa fa un operatore di queste unità?

R- Le unità di strada sono formate da volontari che si muovono in automobili. Ogni unità gira nella zona della città che le è stata assegnata, per svolgere un compito che è il servizio della Comunità: farsi prossimi nei confronti dei poveri. Con loro abbiamo almeno un appuntamento settimanale, li raggiungiamo nei luoghi dove si trovano, ma cerchiamo anche coloro che sono più nascosti e portiamo loro cibo, bevande, coperte e amicizia. I volontari seguono le attività, gli incontri formativi e di confronto della comunità. Ognuno ha competenze diverse, ma non specifiche. Si agisce sempre in rete, quindi in collaborazione con gli altri servizi della comunità, con le strutture pubbliche e con quelle del privato sociale. Per intenderci, se si tratta di senza dimora anziani ci mettiamo in contatto con chi fa servizio agli anziani, magari per avere notizie dei loro diritti; oppure, se qualcuno finisce in carcere, non lo lasciamo solo, ma iniziamo a collaborare con chi fa servizio nelle carceri per raggiungerlo con i colloqui. Per strada si incontrano persone molto diverse e con problemi che variano. L’essere comunità accanto ai poveri, siano anziani, rom, disabili, immigrati, carcerati o minori, da oltre cinquant’anni costituisce un patrimonio di umanità ed esperienza umana molto preziosa. Ma non solo. Ogni anno dalla Comunità viene redatta la guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi“, che dal 2006 recensisce i servizi gratuiti ai poveri in Campania. Sono oltre 500 le voci che servono ad orientare chi è in difficoltà.

D- Tutto questo bagaglio d’esperienza vi sarà servito per affrontare la nuova emergenza?

R- Sicuramente essere a contatto con i poveri, soprattutto con quelli che vivono per strada, ci ha aiutato a non arrivare impreparati davanti all’emergenza causata dal nuovo Coronavirus. Sapevamo cosa fare, quindi da subito abbiamo lanciato un appello ai singoli e alle aziende per reperire beni alimentari, in questo modo, abbiamo distribuito già oltre 1500 spese alimentari ad altrettanti nuclei familiari. Oggi, agiamo con le cautele necessarie: usiamo mascherine e guanti, rispettiamo la distanza di sicurezza di un metro, ci alterniamo. Non abbiamo mai interrotto il nostro aiuto, che invece è stato potenziato per sopperire alla riduzione di molti servizi pubblici e privati. Penso soprattutto all’assistenza agli anziani, oltre che a quella ai senza dimora.

D- Come sopravvive un senzatetto a un’emergenza sanitaria legata a un virus?

R- Gran parte dei senzatetto vive ancora in strada, spesso non ha la possibilità essere accolta: in città sono disponibili solo 250 posti letto che risultano essere già tutti occupati. Purtroppo, per ora non c’è la possibilità di nuovi ingressi. Salvo che al centro la Tenda. Le mense aperte danno cibo da asporto. Il sevizio doccia è garantito da quattro realtà. E’ aperta una struttura ambulatoriale, al cui lavoro si aggiunge quello dell’unità mobile dell’Asl Napoli centro. I piccoli commerci, l’elemosina, la pizza e il caffè sospesi chiaramente sono venuti meno, lasciando un vuoto che aumenta il disagio. Chi è in strada si sente solo e abbandonato, spesso l’unico incontro che vive è quello con i volontari, che la sera portano il pasto. A loro chiedono più cibo, acqua, coperte e mascherine. Personalmente, resto stupita da quanto l’incontro ridia umanità ai poveri e ai volontari. Un senzatetto di origine polacca, che versava in condizioni pessime, dopo aver ricevuto il pasto mi ha detto: “Grazie perché ci fate vivere! Mi raccomando quando vai a casa dà una carezza a tuo figlio!”. Questa frase è la sintesi di rapporti personali tessuti nel tempo, che rompono l’isolamento e ridanno fiducia. Il futuro sarà difficile, penso che per tanto tempo bisognerà attrezzarsi per un aumento del numero dei poveri che già vivono nel disagio fisico e mentale, spesso aggravato dalla mancanza di una casa.

D- Esiste una risposta più adeguata di altre, per garantire la salute collettiva? 

R- Abbiamo chiesto al Prefetto che il decreto Cura Italia si traducesse in ospitalità ai senza fissa dimora tramite l’apertura di alberghi, che garantiscono l’isolamento in stanze, evitando la promiscuità. Lo abbiamo domandato pur sapendo che l’accoglienza h24 avrebbe potuto scoraggiare alcuni dall’accettare l’aiuto. Ma pensiamo che, data la situazione, se a cogliere l’offerta fossero state anche solo poche decine di aventi diritto avremmo comunque avuto una risposta positiva, garantendo un tetto, il cibo e l’igiene personale a chi abitualmente cerca tutto ciò, ma non lo trova.

D- Perché la proposta dell’ospitalità in alberghi non è praticabile? Ne esistono di altre?

R- Perché il decreto Cura Italia permette l’accesso alle strutture alberghiere per chi è in quarantena per decisione medica. Abbiamo pensato si possa ovviare al problema attraverso strutture sanitarie semi-dismesse, dopo i tagli alla sanità, purché siano buone da un punto di vista strutturale. L’ultima soluzione individuata è una palestra, ma sembra essere l’ultima alternativa valida, perché non garantisce che gli spazi individuali siano ben igienizzati ogni giorno. Le unità di strada continueranno ad operare, ma serve altro. Delegare al terzo settore responsabilità che sono proprie della collettività è una strategia che non va mai bene.   

D- Ci parla del lavoro che da decenni fa la Comunità di Sant’Egidio a Napoli?

R- Da quasi dieci anni cerchiamo di incontrarci periodicamente e coordinarci via telefono, whatsapp e mail, in modo che tutti siano raggiunti, anche la persona che è andata a finire nell’angolo più buio e remoto della strada. Con questi strumenti tentiamo anche di trasmettere notizie circa ricoveri e altri bisogni. Agli inizi degli anni Novanta, alla stazione Centrale incontravamo i primi immigrati, anziani e qualche malato psichiatrico che era uscito dai manicomi post legge Basaglia.
Ricordo ancora Elisa C., una donna anziana originaria di sant’Agata de Goti. La conoscemmo la prima volta che iniziammo il nostro servizio da volontari. Era una sera di novembre del 1992. Elisa ci disse: “Io sono vostra nonna e voi i miei nipoti”, facendoci intuire che quel gesto ci avrebbe portato a qualcosa di molto più grande. Oggi la situazione è molto cambiata: parliamo di circa 2000 persone che vivono per strada o che hanno situazioni abitative precarie. Tra questi ci sono disoccupati, persone con dipendenza da alcol, droga o gioco, malati psichiatrici, padri separati, donne sole, nuclei familiari che hanno perso la casa. C’è chi dorme sui cartoni, chi in auto o nelle stazioni metro, sotto i porticati o in strutture abbandonate. Il nostro approccio si basa sull’appuntamento: offriamo la cena ogni giorno in luoghi diversi, alternandoci con le altre associazioni e le parrocchie. Da quell’incontro scaturisce una lenta fidelizzazione, cioè un rapporto di fiducia nel quale si rompe l’isolamento e si cerca di tessere rapporti personali volti a riagganciare le persone alla rete di aiuto pubblica e del volontariato, perché si riapproprino dei loro diritti. Solo negli ultimi anni è stata realmente applicata a Napoli la grande campagna per la residenza anagrafica, chiave d’accesso a molti diritti. Chi ce l’ha può curarsi, può votare, può trovare un lavoro e quindi può avere un reddito.
“Come stai? Mi interessa di te, la tua vita è importante!”. E’ questa la leva per far risollevare chi si sente perduto e, a volte, non ha la forza neppure di chiedere aiuto.