Il Borgo Marinari (o l’isoletta di Megaride) stanziamento umano nell’insenatura creata dallo sbocco del leggendario fiume Sebeto alle falde del promontorio di Pizzofalcone.
Resta agganciato al continente da un ponte, che fu fatto fortificare la prima volta nel 1595 da don Giovanni Zunica, viceré di Napoli.
È profondamente legato alle origini della città di Napoli, colonizzata nel IX secolo a C., per opera di mercanti e viaggiatori Anatolici ed Achei, a partire dall’antichissimo approdo fenicio di Castel dell’Ovo che lo occupa quasi interamente ed ellenizzato solo in epoca successiva dai Capresi e dai Rodi.
Mantiene tutt’oggi lo splendore di una zona di sbarco primitivo, di stampo greco, piccolo borgo cinto dalla moderna scogliera frangiflutti, sul ciglio del golfo. Stagliato alle sue spalle dal gran cono del Vesuvio è lì che nasce il mito della Sirena Partenope.
Durante le sommosse di Masaniello e del suo capopopolo Annese, il borgo fu occupato dalla gendarmeria dei vicinissimi acquartieramenti spagnoli di Monte di Dio e dell’Egiziaca per tirare le cannonate dall’altra parte della città dei sollevati, ed ancora parte attiva ebbe a riguardo circa i fatti di sangue legati alla Repubblica Partenopea del 1799, il tumulto dei rivoltosi asserragliati negli anfratti di Castel Dell’Ovo a resistere contro le scorrerie delle navi inglesi di stanza nel porto.

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Il borgo è fronteggiato da costruzioni in stile squisitamente Liberty dei Grandi Alberghi. Più precisamente nel tratto fuori Santa Lucia, porzione orientale del Lungomare di Via Partenope, e dall’ideale continuità marinaresca e pittoresca del Pallonetto.
La zona del Borgo è forse quella nella quale maggiormente in città s’intrecciano eredità storiche, culturali, religiose; è stata oggetto di espressione di pittori, poeti, musicisti.
Per questo, nella storia della cultura antica e moderna di Napoli, il Borgo è uno dei luoghi più affascinanti e sfruttati.
Questa parte della città è dotata di un’inesauribile energia, con una vocazione all’incontro di culture e di genti diverse; oltre ad essere un palcoscenico di bellezze naturali e testimone della genialità dell’uomo.

«L’anno nuovo trovò la Rossa riversa in una barca, un vecchio gozzo giù al Borgo Marinari sul pontile antistante i grandi ristoranti. Il vento secco e gelido faceva ondeggiare le barche facendole urtare continuamente vicino agli ormeggi, un ticchettio e un silenzio contemporaneamente segnavano il tempo tutt’intorno. I bar del Borgo Marinari quella notte erano rimasti chiusi. Il Borgo era deserto […].
Il mare era una tavola blu, il sole che da più di una settimana non si faceva vedere quella mattina fece capolino. Gli alberi di Natale preparati dai ristoranti venivano continuamente mossi dal vento. Castel dell’Ovo, imponente, con le sue fondamenta nell’acqua di mare, castello salato, ventilato, bagnato, pieno di ricordi, misteri, bugie, vendette, aveva visto morire la Rossa, ma stava là muto, cieco, sordo, avvolto nel suo silenzio e nella sua pietra di tufo…».
(Peppe Lanzetta, Messico napoletano, Milano, Feltrinelli, 2003, p.126).

Un Messico napoletano” di Peppe Lanzetta, un libro bello, verace, sincero e schietto. Scritto senza ipocrisie racconta una storia napoletana, nelle miserie e nelle bellezze della città partenopea. A volte è crudo, ma mai volgare, di quella crudezza che ti fa sentire le cose vive, reali. E’ un libro poetico, talvolta anche sognante.

Splendido lo scenario, trama drammatica. Questo nostro mare, magico e vitale, nasconde, nei suoi abissi, ricordi, misteri, bugie, vendette. La Rossa, diciannovenne, è l’ennesima vittima di una faida locale. Il fare deserto e la solitudine sono le peggiori condanne per una città che invece vive di folla, di rumore, di frenesia. Il mare della Rossa è il mare della estraneità, in cui gli esclusi annegano irrimediabilmente: in queste acque non si può trovare riparo ed il sangue lavato non perde il suo colore rosso e vivo.

lanzetta

di Carlo Fedele