Concetta Barra era solita raccontare favole al piccolo Peppe seduta con lui intorno al braciere nelle sere d’inverno.
Questo sicuramente ha contribuito a far sì che Peppe Barra, da perfetto comico dell’arte, abbia saputo “contaminare”, come abbiamo visto nelle puntate precedenti, generi così apparentemente slegati tra loro fino a fonderli in una forma originale attraverso un linguaggio musicale, rituale e poetico.
Egli è un accurato ricercatore delle tradizioni con la capacità di riesaminare e riscrivere fino a comporre opere attuali pur datate centinaia di anni. Ne sono prove i testi classici, le canzoni e le tammurriate, le favole tratte dal Basile e le filastrocche popolari, le liriche teatrali e le poesie, le barcarole procidane e le storie di viandanti e di re che fanno parte del suo variegato repertorio.
Come non citare “La cantata dei pastori“, opera composta alla fine del Seicento da Andrea Perrucci. Barra esalta l’opera popolare a carattere sacro dai risvolti comici e trasforma lo scrivano Razzullo, perennemente afflitto dalla fame e incapace di svolgere un lavoro stabile, in una figura imprevedibile che irrompe nella storia di Maria e Giuseppe, impegnati in un avventuroso viaggio per Betlemme.
Egli traduce in napoletano uno dei capolavori dei fratelli Mancuso: “Se dimane je muresse“, e con “Don Raffaè“, omaggia il poeta Fabrizio De André con la canzone più feroce mai scritta sulla camorra. Il tutto rigorosamente in dialetto, una lingua che diventa mezzo di comunicazione insostituibile.

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Ma è in Suonno che Peppe Barra raccoglie in un unico affresco suoni, umori e ritmi del Mediterraneo, con grande naturalezza. Evocando l’infanzia trascorsa in una casa a picco sul mare di Procida, costruisce i suoi testi nel mondo fiabesco della Napoli seicentesca, avvalendosi dell’ironia e della malizia per poi spaziare dal ricordo della madre Concetta (Barcarola) alle canzoni dei suoi cari amici (Profumi e balocchi o Pigliate ‘na pastiglia).
Nel 2003 esce il libro “Le vecchie vergini” di Barra e Massimo Andreoli, una fiaba in lingua italonapoletana che comprenderà un opera teatrale, una videocassetta, un CD comprendente la colonna sonora dello spettacolo e un film di animazione. E con il nuovo repertorio musicale, rivisitato e aggiornato prepara lo spettacolo “Marea marè“, storia di emigrazione, suddiviso in parti cantate e in parti recitate. Fa ancora un disco intitolato “Peppe Barra in concerto“, che è un disco dal vivo e tutto sommato anche la sua storia. A dicembre del 2003 delizia il pubblico del Trianon con lo spettacolo “La cantata dei pastori“, mentre contemporaneamente esce nelle sale cinematografiche il film “Opopomoz”, un film cartone animato nel quale Barra doppia ben 2 personaggi. Sarà anche protagonista del capodanno del 2004 in Piazza del Plebiscito nella sua amata Napoli, prima di partire per New York dove rappresenterà l’Italia in qualità di artista cantante e attore.
Partecipa al film “Pinocchio” di Roberto Benigni nel ruolo del Grillo Parlante e rappresenta il “Don Giovanni” diretto da Maurizio Scaparro con musiche di Nicola Piovani.
Nel 2005 pubblica un nuovo album, “Matina” e mette poi in scena il “Decamerone” di Boccaccio, sempre con musiche di Lino Cannavacciuolo.
La versatilità interpretativa di Peppe Barra si dimostra particolarmente felice nel “contaminare” con energia travolgente un repertorio che seleziona i brani più belli e significativi della musica partenopea, dal ‘600 ai giorni nostri: dagli anonimi a Basile, da E. A. Mario ad Armando Gill, da Leonardo Vinci a Pergolesi fino a De Andrè in napoletano.
I brani sono rivisitati sempre con il sorriso sulle labbra e la sua innata voglia di divertirsi e divertire, di “regalare una rosa a chi vuole ridere“, custodendo in maniera indiscutibile l’intero patrimonio culturale partenopeo.

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Voce e dialetto sono gli strumenti principali del suo lavoro. La sua voce gli consente di raggiungere in scena risultati mirabili, con il sostegno di musicisti straordinari che da lungo tempo sono i suoi compagni di viaggio.
Barra riscopre le radici più profonde del proprio essere e della propria terra attraverso un viaggio tra le culture mediterranee, la scoperta di una lingua e di una tradizione.
Il suo segreto è la comunicazione intelligente attraverso ricordi e confessioni, dalle cose di casa con la mamma Concetta, alle linee più intricate e nascoste della tradizione partenopea.
Dobbiamo impugnare la cultura come un’arma per affrontare i momenti terribilmente oscuri che stiamo vivendo“… Una carriera lunga, quella di Peppe. Ma che certamente il talento dell’artista saprà rendere ancora ricca di eventi e progetti, a dispetto dei suoi “invisibili” 70 anni e poco più…

di Carlo Fedele

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