La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Una pagina fitta fitta di wikipedia dove ci si perde tra la miriade di attività e di premi ricevuti per i suoi lavori in radio e in TV, e come giornalista, come scrittore e come museologo; il tutto, per 63 anni di grande smalto e simpatia, che sprizzano energia, passione e caparbietà: Paolo Jorio, direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro dal 2003 e, dal 2018, del Museo civico Gaetano Filangieri (entrando così a far parte anche del consiglio direttivo del meraviglioso Museo Correale di Sorrento).

«La necessità di non accontentarmi mai e soprattutto l’avere sempre nuovi obiettivi» è ciò che lo ha mosso attraverso questi svariati campi professionali.

Il suo primo e mai accantonato amore infinito, quasi innato in lui, è per la radio, sorto con gli albori delle radio private. «Scoprendo poi che la radio, uno degli elementi più completi di comunicazione al mondo, è diventato il campo per tutto il resto della mia formazione. Dieci anni di Radio Rai, quindi a un livello alto, mi hanno fatto capire che la comunicazione aveva una serie di declinazioni derivanti da un punto comune: la capacità di immaginare e di trasferire le immagini attraverso la parola. E grazie all’alfabetizzazione radiofonica, mi è stato molto facile passare dalla radio alla televisione.»

«E dalla radio e la televisione ai musei? Passaggio che non sembra affatto consequenziale…»

«Apparentemente… in realtà, ho realizzato circa cento documentari d’arte. Anzi, già in radio, nella famosa trasmissione 3131, avevo sperimentato l’innovativa formula di documentari sul tema dell’arte basati esclusivamente sulla narrazione. Il primo di quelli per la TV fu su Napoli, il mio grande amore: 10 puntate sui borghi di questa città, trasmesse su Rai 1 e Rai 3, e da quel momento ho sviluppato il piacere dell’arte. Stando in quel campo, nel 1996 sono venuto in contatto col tesoro di san Gennaro per un documentario commissionatomi dalla BBC. Confesso che avevo sempre guardato con difficoltà al miracolo del santo, con la cosiddetta puzza sotto al naso, perché pensavo che fosse solo folklore. Invece, studiando, ho scoperto un universo straordinario, compreso appunto il tesoro. L’urgenza, quasi, di fondare il Museo del Tesoro di San Gennaro, provata dopo il documentario, ha fatto sì che cominciassi a immergermi nello studio dei musei.»

Dopo una laurea in Giurisprudenza, conseguita più per assecondare i genitori, arriva quindi anche quella in Storia dell’Arte, con specializzazione in museologia e museografia.

«Mi feci affidare poi da “Viaggi” di Repubblica una rubrica dedicata solo ai musei, specificatamente a quelli insoliti. Grazie al cielo, il direttore Giovanni Scipioni mi diede fiducia.»

Fu così che, studiando tutti i musei possibili, riuscì a capire come potesse rendere reale il suo progetto del museo del tesoro: gli ci sono voluti sette anni di duro lavoro prima che fosse visibile a tutti il maestoso tesoro fino ad allora chiuso nel caveau del Banco di Napoli, riuscendo a superare anche le resistenze di qualche componente della Deputazione della Reale Cappella del Tesoro, seppure qualche altro deputato avesse, invece, già ipotizzato un museo del genere.

«La Deputazione è un’antichissima istituzione laica fondata nel 1527 per un eccezionale voto della città di Napoli che in quel periodo era flagellata da tre drammi: il coinvolgimento, nel 1526, nella guerra contro l’imperatore Carlo V, una peste con 250 mila morti, a causa dell’avvelenamento del Bolla, e il Vesuvio particolarmente esuberante con 30 terremoti al giorno. La nostra città, rappresentata dagli antichi sedili, ovvero le attuali circoscrizioni, fece un voto al santo: se avesse posto fine a questi tre flagelli, gli avrebbe costruito la nuova cappella del tesoro. La genialità dei napoletani non li fermò alle sole preghiere, ma arrivò a far sottoscrivere addirittura un atto notarile: ebbene sì, un atto col santo morto 1200 anni prima! Da un lato la città, rappresentata dai sedili, poi un notaio per redigere l’atto e dall’altro lato, cinque notai che garantivano per san Gennaro, il quale effettivamente pose termine ai flagelli e così la città mantenne la parola. Da allora le famiglie che compongono la Deputazione iniziano a tramandarsi l’oneroso incarico di custodire e curare la cappella con le reliquie e il tesoro, ed ecco che nasce la mia idea di realizzare il museo e aprire questo tesoro alla città.»

Nel dicembre 2003, sotto l’alto Patronato del presidente della Repubblica, allora Carlo Azeglio Ciampi, Jorio inaugura il Museo del Tesoro di San Gennaro: un museo che non gode di finanziamenti ma si fonda esclusivamente sulle entrate prodotte dai visitatori (arrivati a 97.000 prima del COVID), «praticamente un autofinanziamento, com’è giusto che sia per un’impresa culturale.» Il valore del tesoro, secondo gli esperti superiore alla corona d’Inghilterra, non è quantificabile, e non solo per gli oggetti fenomenali, ma perché è un unicum, un tesoro intatto dal 1305 ai giorni nostri. Un tesoro laico, in quanto appartiene alla cittadinanza e non alla Chiesa, un tesoro che non ha mai finanziato una guerra e che non ha mai subito furti, grazie alla fede stessa dei napoletani che si è rivelata nei secoli il suo più valido antifurto.

«Dino Risi, in “Operazione San Gennaro”, è stato capace di rappresentare in pellicola la sostanza della relazione tra il popolo napoletano e il santo. Lei come lo vede quest’intreccio magico?»

«Il santo è una figura filiale, non distaccata dalla cittadinanza; anche gli antichissimi canti delle cosiddette parenti di san Gennaro, che invocano il miracolo, parlano di Figlio mio e, com’è tipico della nostra cultura, mamma e figlio sono intoccabili. Proprio perché figlio, e parte integrante di Napoli, c’è per lui un rispetto infinito. Non è un caso che san Gennaro fu nominato patrono solo alla metà del 1600 ma i napoletani lo elessero autonomamente come santo protettore da subito: fu capace di unire tutti, popolo e nobili. Difatti, Carlo II d’Angiò si trovò a dover fronteggiare una così forte fede popolare e a cavalcarla in modo illuminato, ovvero realizzando il busto di san Gennaro, nel 1305: un simbolo imperituro, opera degli orafi provenzali chiamati a corte, che diedero vita all’arte orafa napoletana, cosa che fu propedeutica della prima corporazione mondiale di orafi a Napoli, situata nel Borgo degli Orefici.»

«E com’è riuscito a resistere nei secoli, secondo il suo parere, questo legame viscerale col santo, nonostante tali e tanti significativi cambiamenti culturali?»

«Forse perché Napoli è la città meno globalizzata del mondo, l’unica che ha ancora conservato alcuni fattori fondamentali della non-globalizzazione: i vicoli si reggono ancora sull’economia e la politica propria del vicolo – lasciando perdere le negatività, ovviamente – ma comunque una città in cui resiste intatta la propria identità, e lo affermo con orgoglio straordinario!»

Pisside gemmata

«Qual è il pezzo del tesoro che preferisce?»

«La pisside gemmata in oro, rubini, zaffiri, smeraldi e brillanti, regalata da Ferdinando II di Borbone nel 1831: di una raffinatezza ed eleganza incredibili! E poi, come opera scultorea, il busto di sant’Irene, santa che ha la delega di proteggere Napoli dai fulmini: è la perfezione della fantasia e dell’immaginazione in una sintesi efficacissima.»

Busto di santa Irene

Proprio la capacità di sintetizzare è al centro di un aneddoto che il direttore mi racconta e su cui ancora ride: «Nella prima stanza del museo c’è una porzione della più grande pianta della città del duca di Noja: si tratta di un albero con tanti rami, ciascuno dei quali rappresenta un sedile della città con gli stemmi delle famiglie che facevano parte di quel sedile. Due estati fa, una signora del popolo guarda quest’albero e pronuncia, testuale: “Uà, l’albero ginecologico”, e lì ho capito che, nella sua semplicità, aveva sintetizzato secoli di storia e di cultura… fantastico!»

Carta di Noja – particolare

Quando gli è stata offerta l’opportunità di dirigere anche il Museo civico Gaetano Filangieri, l’ha colta immediatamente come ulteriore sfida. «Un museo che totalizzava 3.000 persone all’anno e stava per essere chiuso nuovamente e che in due anni, prima del blocco del lockdown, abbiamo portato a 37 mila visitatori. Li vivo come due pianeti: quello spirituale, egregiamente rappresentato da san Gennaro, e quello intellettuale, della famiglia Filangieri. Pensi che Filangieri senior, nel 1780, a soli 27 anni, scrive un’opera monumentale che è “La scienza della legislazione”, con dei capisaldi che faranno da guida nel futuro e che Benjamin Franklin, uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti, ha utilizzato, attraverso un’intensa corrispondenza con lo stesso Filangieri, per concepire la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America… il massimo dell’illuminismo napoletano! Il nipote, invece, che potrebbe essere considerato un formatore ante litteram, scrive un’opera sulle arti e i mestieri napoletani, restituendo al pubblico l’eccellenza napoletana di secoli, rendendo poi necessario il passaggio da processo artigianale a processo industriale. Si deve a lui la fondazione del museo artistico-industriale nella sede di Palazzo Como – dov’è attualmente il museo – la cui facciata acquisì e fece arretrare di 20 metri, per salvarla dall’abbattimento durante il Risanamento. E dunque, per una persona come me che ama smisuratamente Napoli, quale aspirazione più alta di quella di dirigere due realtà come queste!»

Quando lo si sente parlare dei suoi musei, con trasporto e preparazione, e mai con tono spocchioso, si coglie appieno l’orgoglio che prova e il fermento sempre vivo per le continue evoluzioni di questo lavoro.

«Umani momenti di sconforto, però, li ha provati, no?»

«Sicuramente! Quando verificavo le enormi difficoltà per procedere nella realizzazione del Museo del Tesoro, e ora, in questo periodo di COVID, in cui davvero l’intera economia traballa: quanto si è costruito rischia di crollare in un attimo, e non perché si sia costruito sulla sabbia ma perché abbiamo tutti necessità di un aiuto. Mai come ora si è capito che la tanto sottovalutata industria culturale e turistica sia invece il nostro perno

«Ecco, veniamo al lockdown e alla riapertura.»

«Nel periodo di chiusura obbligata ho curato, per tutte le scuole che ne hanno fatto richiesta, quasi un centinaio di visite guidate gratuite online, per sentirmi io stesso ancora parte del tutto e perché, se leviamo ai giovani la capacità di incuriosirsi, è finita. La riapertura è stata faticosa. Dapprima solo due giorni alla settimana e da agosto aperti tutti i giorni, ma con uno sforzo immane.»

«Qual è la funzione dei musei oggi?»

«Completamente variata dalla concezione novecentesca. Dai musei basati sulla custodia e la classificazione delle opere, con una mera esposizione cronologica degli oggetti, la cui comprensione presupponeva una profonda cultura già insita nel visitatore, siamo arrivati al museo che è il racconto della propria storia. È immergersi in una macchina del tempo e, attraverso la narrazione degli oggetti, capire il valore dell’arte e della Storia dell’Arte, che è forse il valore assoluto dell’Uomo. Le visite nei musei devono essere una vera e propria esperienza, supportata dalle metodologie digitali. Se si riesce a intersecare economia con cultura e arte, in Italia, Paese che possiede la più alta concentrazione di beni culturali al mondo, allora potremmo diventare la prima potenza economica mondiale.»

Più che essere mosso da sogni, mi appare come un uomo con progetti sempre molto ben definiti nella mente, per realizzare i quali si è adoperato con pazienza e determinazione, felice di aver fatto tutto quello che desiderava, compreso scrivere e pubblicare romanzi. «Il filo di lana, sull’emigrazione, è un romanzo a cui tengo moltissimo e che ha vinto anche tanti tanti premi. C’è un vuoto, però, in questo momento della mia vita, che è la radio, ma presto lo colmerò, perché ho un progetto segreto, rivoluzionario e decisamente innovativo…»

«Insomma, alla sua città ha dato a piene mani, ricevendo anche tanto. Cosa desidera ancora realizzare per Napoli, nell’ambito della cultura e della Bellezza?»

«Ritengo che debba crescere il distretto museale “Via Duomo la strada dei Musei” di cui sono presidente: la collaborazione tra i musei e tra colleghi è fondamentale – penso a Giulierini del MANN e a Bellenger del Museo di Capodimonte, per esempio. La rete è essenziale, tanto che stiamo pensando anche a una trasformazione giuridica che la renda più solida.»

Sempre sostenuto dalla pervicacia, Jorio ha impiegato ben 10 anni prima di riuscire a fare una cosa che mai nessuno aveva immaginato di fare prima: portare il tesoro di san Gennaro fuori Napoli. «Invece io l’ho fatto arrivare a Roma e a Parigi, perché non avendo fondi per la comunicazione, ho pensato di sfruttare in qualche modo quella degli altri. Portare il tesoro in queste due città ha significato portarlo in tutto il mondo, avendo poi, come effetto boomerang, un pubblico colto di ritorno. E continuerò su questa strada. È già in programma una mostra importante nel 2022 a Monaco di Baviera, con protagonisti Napoli, Vesuvio e san Gennaro: passione, fuoco e sangue.

Un’altra mostra, invece, sarà realizzata una volta terminati i lavori di ristrutturazione del museo Filangieri, per maggio 2021 speriamo, e sarà proprio una mostra sulla famiglia Filangieri, come omaggio dovuto, in quanto, erroneamente, non le è mai stata dedicata. È necessario far conoscere questi illuminati che hanno lasciato una traccia nella storia del mondo. Bisogna mettere i giovani nella condizione di appropriarsi della loro storia: solo così saranno orgogliosi della loro città.»

Negli anni della formazione post universitaria, Jorio ha vissuto per circa tre anni negli Stati Uniti, ma poi è rientrato per sempre in Italia e a Napoli.

«Comprende i tanti talenti, giovani o meno giovani, che lasciano Napoli? Cosa si dovrebbe fare per smorzare la loro disillusione e convincerli a restare e a impegnarsi per il territorio?»

«Io sono tornato per la forza centripeta di questa città e perché volevo combattere l’idea del nemo profeta in patria… Andar fuori è formativo: uscire dalla palude che tutti i Paesi creano all’interno di se stessi è sano, con la volontà, però, di tornare, portando con sé il bagaglio acquisito per migliorare la propria città.»

Per lui nemmeno un’offerta “pantagruelica”, come direttore di un museo negli Stati Uniti, è stata sufficientemente attraente, «perché il mio percorso è qui».

«Qual è il merito maggiore dei napoletani?»

«Essere unici, intuitivi, veloci, geniali… lavorativamente parlando, siamo un popolo strano: efficiente quando vogliamo o lavativo se non ne vogliamo sapere. Quando sei capace di entrare nella simpatia delle persone con cui lavori, però, riesci a ottenere quello che in nessun’altra città riusciresti ad avere.»

«E qual è la cosa che più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

«La capacità di fare squadra. Abbiamo grandi geni ma anche Maradona è diventato Maradona quando è stato inserito in una squadra. Se ci scorporiamo dall’individualismo più profondo e riusciamo a fare rete, noi ci mangiamo il mondo!»

Luciana Pennino

Per informazioni e contatti:
https://museosangennaro.it/https://filangierimuseo.it/

La foto di copertina è uno scatto di Raffaele Cofano.