Sta all’ultimo banco, con le cuffiette alle orecchie, nella migliore delle ipotesi.

Nella peggiore, invece, dorme.

Poi, all’improvviso, alza la mano.

E allora, sperate, vi illudete, venite trascinati da uno sfrenato sogno montessoriano, sentite che ci siete, ormai è fatta, come ci sono riuscito a coinvolgerlo?

Pochi secondi dopo, la definitiva caduta delle illusioni:

Prof., posso andare in bagno?

Ecco il vero, tragico motivo di quella richiesta di attenzione.

Se siete docenti, scommetto che ne conoscete almeno uno, di tipini così.
Se non insegnate… beh, non ditemi che non avete mai avuto un compagno di classe minimamente aderente al profilo.

Cognitivismo, costruttivismo, contestualismo, e tutti gli altri “-ismi” cari alle teorie pedagogiche. Un insegnante ci mette di tutto, cavolo se non ce lo mette, e ha in mente solo lui, quel ragazzo che sta seduto in fondo, perché il ritmo della scalata, si sa, lo detta l’ultimo, non il primo.

E allora, via a brillanti presentazioni animate, proiezioni di materiale multimediale fantastico, e chi più ne ha, più ne metta.

Niente (o quasi).

Ma c’è qualcosa, c’è una cosa che è di gran lunga più potente.

Una, una su tutte, che ce la fa. Che ce la fa a far balzare in prima linea quel ragazzo trincerato dietro il suo banco di fòrmica, che se ne sta sempre lì, come un animale selvatico ferito, sulla difensiva, anche mentre lo stanno soccorrendo.

C’è una cosa che trasforma l’insegnante da nemico ad alleato e, la scuola, da un obbligo a un’opportunità.

Questa cosa si chiama “pandemia”.

E la pandemia, lo stiamo imparando in questi giorni di emergenza da COVID-19, è una grande livella del non-accaduto. Una grossa e democratica spada di Damocle.
Ricchi e poveri, disoccupati e lavoratori, giovani e anziani, brutti e belli. Tutti. Tutti sullo stesso piano, in un pensiero-pallina di un ping-pong tra il sono-ancora-qui e il domani-chi-lo-sa.
Al di qua o al di là della cattedra, non fa differenza.

Per noi docenti e per i nostri alunni, questi sono i giorni della didattica a distanza, oltre che del “Coronavirus”.
Piattaforme didattiche e gruppi di lavoro on line sono i posti in cui noi docenti stiamo con i nostri alunni, adesso, dopo che il virus ci ha sbattuti fuori dalle aule scolastiche.

Dove siamo adesso, le cose sono parecchio diverse.
Cattedra in posizione egemonica e banchi in formazione di difesa scompaiono. La lavagna è stata licenziata: non è più l’oracolo di una verità ardesia, troppo oscura. Su questa tavola rotonda a cui sediamo tutti, le informazioni scorrono dematerializzate e liquide, abbeveratoio di e per tutti.

Dove siamo adesso, al riparo dall’ombra austera dell’edificio scolastico, i ragazzi non sono più esseri metà adolescente e metà banco, e i docenti non sembrano per niente un tutt’uno con la cattedra.

La diffidenza scompare, il contatto non viene eluso, ma cercato.
Il “come stai?” introduce un’attesa reale di rassicurazioni.
Non c’è più bisogno di far finta di non sentire, non si cerca la scusa per non restare.

Adesso sì, che i quaderni vengono lasciati a casa, ma aperti, sotto lo sguardo vigile della schermata della piattaforma didattica, come si vede nelle mille foto che i ragazzi mandano a noi docenti, quasi a volerci dire stiamo studiando”.
I tempi recenti delle scuse per non farlo sono già lontanissimi.

Un ragazzo che, il giorno dell’interrogazione, avrebbe fatto di tutto per non scambiare neanche una parola con un docente, adesso ti manda la foto della cena che sta preparando e ti chiede se hai bisogno di dritte per il pranzo della domenica (lo avrete capito, insegno in una classe ad indirizzo enogastronomia di un Istituto alberghiero).

Cosa dobbiamo imparare, da tutto questo?

Che bisogna dire basta alle pianificazioni trite e ritrite di ogni inizio anno scolastico, in cui si parla e straparla di cose di cui si parlerà e straparlerà anche l’anno successivo, come se, ogni settembre, si dovesse riscrivere la storia della scuola italiana.

Che bisogna, piuttosto, utilizzare il nostro tempo per progetti significativamente nuovi: laboratori condivisi da alunni e docenti, competizioni ludico-sportive con squadre miste di ragazzi e adulti, insieme a tutti quei contesti in cui i ragazzi possano sentirsi considerati persone e possano considerare come persone i docenti. Come persone capaci di ammalarsi, di soffrire, di comunicare come loro, di essere aiutate e di aiutare, e, quindi, meritevoli di essere ascoltate, di non essere attaccate, né offese, né aggredite, né raggirate.

Basta ai terrorismi mentali di una scuola che confonde serietà e severità, e autorevolezza con autorità.

Non vogliamo più docenti che urlino per essere ascoltati, per farsi valere.
Vogliamo quelle intese che trovano nel silenzio la loro complicità.

C’era proprio bisogno di una pandemia, per capirlo?

E il ragazzo con le cuffiette, trincerato all’ultimo banco, mezzo addormentato e fintamente incontinente, che fine ha fatto, vi starete chiedendo?

Ve lo dirò tra un attimo. È qui, adesso, che mi sta scrivendo.