Chi era Donn’Anna?

Palazzo Donn’Anna è un palazzo nobiliare di Posillipo edificato nel ‘600 sulla precedente Villa delle Sirene. Celebratissimo da cronisti e scrittori dell’epoca, il “Palazzo delle Sirene” era considerato il più affascinante da coloro che passeggiavano per “Mercoglino”, l’attuale Mergellina: l’immaginario popolare gli conferiva un’atmosfera fortemente suggestiva. Nel 1575 il palazzo fu ceduto per ottomila scudi a Luigi Carafa, secondo dei principi di Stigliano; questi lo lasciò in eredità al figlio Antonio, che a sua volta lo lasciò al figlio Luigi, il nonno di Anna Carafa, colei che avrebbe trasformato la Villa delle Sirene nel Palazzo Donn’Anna o, come il popolo lo chiamò, “Dognianna”. Anna Carafa nacque nel 1607 dalle nozze di Antonio Carafa ed Elena Aldobrandino, nipote di Papa Clemente VII e sorella della duchessa di Parma. Ella nacque nella Villa di Pietrabianca a Portici, altra splendida proprietà dei Carafa e, alla morte del padre e dei fratelli si ritirò con la madre a Villa delle Sirene. A. Pappalardo nei Cenni storici del Palazzo Donn’Anna a Posillipo, 1901, scrive “comunque, è certo che Donn’Anna era fornita di doviziosa chioma bionda, che le incorniciava il viso delicato d’un’aureola d’oro”: la bellezza non mancava alla giovane donna ventitreenne, ancora nubile a causa delle dispute tra la madre e l’avolo, che desideravano darla in sposa l’una ad un Carafa, l’altro ad un Gonzaga. I pretendenti non mancavano e il matrimonio di Anna divenne un vero e proprio affare di Stato: se ne occupò Filippo III di Spagna, che non voleva decidersi a lasciare la ricca dote di Donn’Anna ad un pretendente. Alcuni scandali alimentarono la cronaca dell’epoca in proposito: ricchi gentiluomini duellavano per Donn’Anna davanti al Palazzo delle Sirene, così che la giovane potesse ammirarne, affacciata, la bravura. Finalmente Filippo III propose un pretendente ad Anna: si trattava di don Ramiro Gusman, duca di Medina Las Torres, vedovo di una figlia del conte Olivares. La giovane donna, decisa ed ambiziosa, accettò di sposarlo solo a patto che fosse nominato viceré di Napoli, cosicché ella sarebbe diventata la viceregina. I due convolarono a nozze nel 1636, nel palazzo Cellammare a Chiaia, sempre di proprietà della famiglia Stigliano, per poi trasferirsi nella Villa delle Sirene. Il matrimonio fu molto prolifico: Donn’Anna ebbe tre figli e numerosi aborti, perché, si dice, sempre profondamente adirata per le avances che il marito riservava ad altre donne. Fu nel 1641 che i coniugi decisero di far demolire la Villa delle Sirene: il meraviglioso palazzo non era all’altezza della loro ricchezza e avevano in mente di commissionarne uno che potesse esprimere con grandissimo sfarzo il loro potere. L’edificio fu commissionato a Cosimo Fanzago che proseguì i lavori fino al 1644, senza ultimarli: in quell’anno, infatti, don Ramiro fu richiamato in Spagna da Filippo IV, la carica di viceré di Napoli fu assegnata all’ammiraglio di Castiglia e Donn’Anna si trasferì, sola, alla villa di Pietrabianca di Portici: fu lì che morì a seguito di un aborto, spogliata del potere e della superbia, incurante di tutti i suoi titoli nobiliari, infestata dai pidocchi. Il suo cadavere fu messo nella chiesetta degli Agostiniani Scalzi di Portici, poi spostato privatamente nel mausoleo di San Domenico Maggiore.

La costruzione del Palazzo

L’edificio, sorto al posto della Villa delle Sirene, è situato su un enorme scoglio di tufo: è per questo che il mare lo bagna su tre lati e sul quarto è legato alla collina di Posillipo. Cosimo Fanzago effettuò due tagli perpendicolari nello scoglio di tufo, per due ragioni: prelevare il tufo necessario ad edificare il palazzo soprastante e favorire la ventilazione delle fondamenta. Dunque, Palazzo Donn’Anna si innesta sul tufo ed è
plasmato col tufo stesso
. Costruire un palazzo intero su uno scoglio comporta inevitabilmente alcune difficoltà: l’edificio doveva assecondare la forma della base, che dunque condiziona la distribuzione degli ambienti; inoltre, il lato occidentale, nonostante l’apparente simmetria dei tre lati bagnati dal mare, è più corto e sottile di quello orientale. Il palazzo si articola su tre livelli: il basamento, adibito a teatro, luogo di intrattenimento, ospitava feste e banchetti; il piano nobile situato al livello del cortile esterno ed il terzo piano, più ridotto. La facciata, visibile dal mare, presenta su ciascun livello tre arcate serliane, sul modello veneziano di Sebastiano Serlio: Fanzago, infatti, prese spunto dai palazzi di Venezia per la realizzazione di Donn’Anna, che pure doveva fronteggiare l’acqua. Si aprono sui lati nicchie e finestre. Un altro elemento che l’architetto era intenzionato a costruire e che intendeva riprendere dal modello veneziano di Palazzo Contarini è la scala elicoidale che sarebbe dovuta sorgere addossata alla collina, per collegare direttamente la strada all’interno del palazzo e facilitare l’accesso: siamo a conoscenza del progetto, mai ultimato, per la veduta del palazzo realizzata da Didier Barra, negli stessi anni della costruzione, probabilmente per aiutare Fanzago nella progettazione. Gli spigoli del palazzo, rivolti al mare, sono smussati: Fanzago ha loro conferito un’inclinazione di 45 gradi, quasi che le facce del palazzo bagnate dal mare fossero cinque e non tre; essi ospitavano loggette a pianta centrale ai primi due livelli e triangolare al terzo, poi distrutte dal terremoto del 1688. Il cuore del palazzo è il “teatro” situato al primo livello. Palazzo Donn’Anna risponde perfettamente all’appellativo di teatro per svariate ragioni: la sua costruzione era finalizzata ad attestare lo status dei coniugi Anna e Ramiro, che dovevano dominare lo spazio circostante ed intimorire possibili rivali; dovevano, in pratica, guardare ed essere guardati. Anna Carafa si affacciava dal balcone della sala per guardare con superbia le imbarcazioni che passavano ai piedi della sua dimora. I palazzi nobiliari sono soliti affacciarsi su uno slargo, proprio per attestare il dominio della famiglia che li abita: Fanzago immaginò che a fare da piazza a Palazzo Donn’Anna fosse il mare, tant’è che in direzione del balcone le pareti laterali si allargano, per dare l’idea di un prolungamento infinito della sala sull’acqua. Allegoria del teatro, ma anche, all’occorrenza, teatro vero e proprio: erano numerose le rappresentazioni allestite in quest’ambiente; si pensi che Fanzago, ancor prima di progettare Palazzo Donn’Anna, si occupava delle scenografie degli spettacoli allestiti in questa stessa sala nella Villa delle Sirene: l’ambiente, infatti, rispetta una cavità naturale del tufo e costituì un elemento inamovibile nella realizzazione del palazzo. È coperto da una volta a botte e nelle unghie della volta erano innestati i palchetti. Concerti e spettacoli si tenevano, inoltre, anche su imbarcazioni ai piedi del palazzo o su enormi piattaforme galleggianti allestite appositamente: si ricordi l’evento organizzato nel 1685, come dimostra l’incisione conservata alla Biblioteca Nazionale, in onore della regina madre, per la quale fu allestito un palco galleggiante di 100 x 130 metri, sul quale si tenevano corse di tori e attorno al quale si affollavano le galere nobiliari, ciascuna con il proprio cartiglio riportante il nome della famiglia. Il concetto di teatro a Palazzo Donn’Anna si esplica in tutta la sua pienezza: è gioco di sguardi, simbolo, spettacolo, ma anche spazio ludico, di svago e apertura.

Dalla morte di Donn’Anna ai giorni nostri: la storia del “palazzo maledetto”

A seguito del trasferimento di Anna Carafa il palazzo restò abbandonato: danneggiato durante la rivolta di Masaniello nel 1647 e saccheggiato, in quanto simbolo del potere spagnolo, su di esso proliferarono inquietanti leggende. L’immaginario popolare lo trasformò nel “palazzo maledetto”, abitato da quelli che si diceva fossero gli spettri degli amanti di Anna Carafa, gettati in mare dopo aver soddisfatto le voglie di lei. Nel 1666, alla morte di don Ramiro, nel palazzo si trasferì Giuseppe Ledesma, l’amministratore che il primogenito di Donn’Anna, don Nicola Maria, aveva nominato dalla Spagna. Dopo i danni subiti per il terremoto il palazzo venne incamerato dal fisco nel 1689, per poi passare di proprietario in proprietario, intervallando anni di abbandono in cui gli ambienti venivano invasi dai malandrini a falliti tentativi di ricostruzione. La nomea di palazzo maledetto non lo abbandonò mai, anche per le vicende che caratterizzarono i suoi proprietari: nel 1824 Vincenzo Nelli vi impiantò una fabbrica di cristalli per poi vederlo passare nel 1870 alla Società Italiana di Costruzioni, che fallì, e in seguito al banchiere torinese Geisser, che pure non riuscì nell’impresa di trasformarlo in un lussuoso albergo. Sul finire dell’Ottocento il palazzo rischiò persino di essere distrutto: gli imprenditori, italiani e stranieri arrivati a Napoli, intendevano ricavare a Posillipo una strada destinata al passeggio e allo svago che non fosse invasa da pescatori e lavandaie, nonché affetta da problemi igienici. Per far questo ridussero drasticamente la spiaggia, spodestando i pescatori che vi lavoravano e pensarono di distruggere Palazzo Donn’Anna, ma per fortuna il progetto non andò in porto. Dopo un breve periodo in cui fu posseduto dalla Banca d’Italia, il 25 agosto 1898 Palazzo Donn’Anna fu acquistato da Luigi Genevois, che finalmente riuscì a restaurarlo. La storia recente del luogo è decisamente più fortunata: nel 1958 il professor De Felice, insegnante alla facoltà di architettura di Napoli, si occupa di restaurare alcuni ambienti del palazzo, che divenne una sorta di cantiere scuola per i suoi studenti, per poi trasformare il teatro nel suo studio. Nel frattempo il professore si occupava di raccogliere oggetti d’artigianato, altrimenti destinati all’oblio, depositandoli nel palazzo. In una lettera espresse la volontà di trasformare il luogo, dopo la sua morte, in una fondazione culturale e di distribuire gli oggetti raccolti in musei adatti ad ospitarli. La moglie Eirene si occupò delle volontà del marito: attualmente il teatro e i sotterranei di Palazzo Donn’Anna sono ambienti della fondazione culturale e ospitano l’archivio e le opere del professor De Felice.

Un luogo di sospensione

Nei sotterranei del palazzo è visibile la roccia viva dello scoglio di tufo: in alcuni punti essa è stata solamente levigata, in altri vi sono innestati i conci ricavati sempre dallo scoglio. È così che il palazzo si configura, in ogni suo aspetto, in uno stato di sospensione: è sorretto da roccia viva, plasmata per assecondarne le forme ed al contempo deve scendere a compromessi con lo scoglio; è per metà ultimato e per metà no; asciutto e luminoso, eppure oscuro e continuamente inondato dalle onde che ne attraversano le fondamenta. Raffaele La Capria, scrittore nato a Napoli nel 1922, che abitò in gioventù a Palazzo Donn’Anna, scrive in Palazzo Donn’Anna. La memoria immaginativa: “il tufo, la pietra viva del tufo, era dovunque dominante, e il tufo prendeva colori più scuri, di terra bagnata, o più chiari di sughero da presepio, o dorati quando sopra vi batteva la luce del sole. E la luce arrivava per vie misteriose infilandosi ovunque e creando prospettive piranesiane. Quando mi avventuravo in questi interni avevo sempre paura di imbattermi all’improvviso in un fantasma, perché il palazzo si diceva abitato da fantasmi, e lo sembrava davvero.” Una di queste leggende è quella raccontata da Matilde Serao in Leggende napoletane. Durante una rappresentazione teatrale allestita a palazzo la nipote di Donn’Anna Carafa Mercedes di Las Torres ed il suo ex amante Gaetano Casapesenna si scambiarono un bacio così vero e appassionato da suscitare la gelosia della nobildonna, che fece rinchiudere e uccidere Mercedes nelle segrete del palazzo, per poi dire a tutti che la giovane era scappata in convento per un’improvvisa vocazione religiosa; si racconta ancora di come il fantasma di Mercedes si aggiri nei sotterranei del palazzo. La malia del luogo incantò anche il pittore salernitano Gaetano Esposito, che vi si trasferì sul finire dell’Ottocento per ritrarlo: dipinse Donn’Anna a tutte le ore del giorno, con tutte le luci possibili, sino a trasformarlo in un’ossessione tale da indurlo ad aggredire fisicamente qualsiasi altro pittore tentasse di dipingerlo al suo posto. Il suo quadro Dallo scoglio di Frisio, anche noto appunto come Palazzo Donn’Anna, fu premiato all’Esposizione di Belle Arti di Roma nel 1893.