Incontro alla Federico II con Salvatore Pace su provvedimenti e proposte per tutelare l’ambiente e affrontare la lotta al cambiamento climatico, rendendo più vivibile la città metropolitana

Diciotto milioni di euro sono stati già dati a comuni e privati per la riforestazione con specie autoctone delle aree andate distrutte nell’incendio del 2017 sul Vesuvio e sul monte Faito. Un milione di euro sono stati destinati alle quindici aree naturalistiche e protette della Regione per progetti di messa in sicurezza e rimboschimento. Accanto a questi interventi, è partito anche il monitoraggio dei comuni con problemi di discariche abusive e incendi dolosi.

Nel Piano Urbanistico Comunale del 2019, l’amministrazione si è impegnata così a superare i piani volontari, a favore di una vera e propria pianificazione urbanistica attenta alla questione ambientale. Lo ha detto Salvatore Pace, consigliere delegato alla strategia Ossigeno Bene Comune, intervenuto alla Summer school del corso di laurea in Sviluppo Sostenibile e Reti territoriali dell’Università Federico II.

In un momento di conflitto tra aree del mondo e tra fazioni politiche, spesso vicine alla questione ecologica solo se il proprio elettorato ne è sensibile, l’Italia si sta riscaldando più velocemente di quanto facciano mediamente i Paesi europei e non solo. A fronte di un Vecchio continente i cui cittadini per il 75% vivono in aree urbanizzate dove si consuma l’80% dell’energia prodotta, il nostro Paese ha città metropolitane con diverse velocità di crescita e medesima sovrapposizione e frammentazione di competenze tra istituzioni.

Consapevole di ciò, la città partenopea sta affrontando l’emergenza climatica, anche cercando di attuare le linee guida del Patto dei Comuni, a cui ha aderito nel 2009, preferendo un approccio multidisciplinare a uno settoriale. Così, dopo uno studio di mesi, a settembre è iniziata la fase operativa.

Tra i prossimi obiettivi, spicca la visione del verde urbano da intendersi come parte del sistema infrastrutturale della città. Questo vuol dire educare a riconoscere gli alberi non più come ornamento ma come produttori di servizi. Basti riflettere sulla loro utilità nel trattenere l’acqua piovana o nel diventare una dotazione per la ristorazione all’aperto. Solo per citare due casi tangibili di utilità al cittadino nel suo quotidiano. Le istituzioni oggi non partecipano alla spesa comunale per la manutenzione e l’incremento del verde urbano, perché non lo riconoscono come bene infrastrutturale o bene primario. Così, piantare alberi e arbusti negli spazi vuoti, che sembrano insignificanti e possono sprigionare calore perché alla mercé di agenti atmosferici e traffico automobilistico, si può tradurre in una maniera nuova di vivere la città. Anche da qui, passa la visione olistica, euristica e soprattutto circolare della questione ambientale, che non ha più solo una natura etica, ma anche economica. A sostenere questo nuovo approccio alla questione ambientale è Mario Losasso, professore della facoltà di architettura della Federico II.

Intendendo la città come un sistema ecologico che ha le sue componenti, se questa in passato è stata vista a lungo come un corpo fisico, oggi ha un volto sociale e produce un’economia, quindi è dotata di un’anima che raggiunge il benessere se le sue componenti materiali hanno un impatto sostenibile sull’ambiente che pre-esiste e, come ha ricordato Salvatore Pace, resiste. In anni di casse statali esigue, a fronte di carenze a livello di organico, la cui età media in ambito comunale avrebbe raggiunto la soglia dei sessant’anni, i novantadue comuni dell’area metropolitana sono invitati ad adottare logiche di resilienza, mentre si chiede al potere centrale di usare indici di spesa che tengano conto dell’impatto che l’attenzione all’emergenza climatica ha sulla spesa corrente.

Perché se è vero che non esiste più distinzione tra l’intervento in una logica globale e quello in una logica locale, ogni amministratore, anche quello del piccolo comune, è tenuto ad agire affinché i danni climatici non diventino irrimediabili.