Credo che l’autonomia debba essere fatta, ma solo se non danneggia alcune regioni per favorirne altre. Quindi, vanno garantiti assolutamente i livelli essenziali di prestazione, il fondo di perequazione e un investimento straordinario per il Sud“. Con queste parole, Luigi di Maio, ministro per lo Sviluppo Economico e vicepremier, chiede che si riparta da un regionalismo differenziato, conforme ai principi costituzionali.

Data la complessità e la conoscenza, necessarie per fare riforme simili, si è pensato di creare un osservatorio, che squarciasse il muro di silenzio attorno al nuovo testo sulle autonomie. Con questa intenzione, lunedì 29 luglio, l’università Federico II, ha presentato le conclusioni di studi incrociati sulla prima parte del testo sulle autonomie, presentato da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, pubblicato lo scorso 25 febbraio dopo un lavoro istruttorio voluto dal ministro per gli Affari Regionali, Erika Stefani.

Nasce, così, di fatto un “Osservatorio sul regionalismo differenziato“, da intendersi come iniziativa che unisce gli atenei di tutta la nazione con la società civile, al fine di affermare le ragioni della complessità, evitando che il legislatore pecchi di ideologismo, grave al pari della propaganda. Sono le ragioni addotte dal rettore, Gaetano Manfredi, che ha esordito tranquillizzando che “qui alla Federico II si è autonomisti da sempre“, ma anche consapevoli che vanno chiarite le ragioni che spingono alla traslazione del potere dal centro alle periferie. La traslazione dipende dal livello di efficienza raggiunto da ogni singola regione, per cui non è detto che sia sempre utile che di un servizio si occupi un comune o una regione anziché lo Stato. A meno che non si intacchi un bene vitale dello Stato, la scelta deve vertere su chi abbia il minor costo medio per produrre un bene in una data quantità. Sembra un ragionamento semplice, eppure dalle preintese del governo Gentiloni in poi, gli attuali federalisti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, hanno dato sfogo a quella che Gianfranco Viesti, professore dell’università di Bari, ha definito una “bulimia di potere politico-amministrativo“, per cui si chiede il più possibile allo Stato, per arrancare quanto più potere.

La mancanza di un dibattito, secondo gli accademici presenti, è da spiegarsi con la volontà politica di spostare l’attenzione su altre questioni per far passare in Parlamento un testo più vicino alle ragioni del Nord. Oltre che su una comunità accademica miope al punto da aver considerato il lavoro sull’autonomia differenziata come una questione rivendicativa di risorse. Almeno fino al 25 febbraio, data di pubblicazione della prima parte del testo.

Le perplessità sono sorte soprattutto in merito all’articolo 5, che porrebbe in discussione la tenuta del sistema Paese. Ci si chiede come dividere le risorse necessarie ad espletare le funzioni che passerebbero dallo Stato alle Regioni. Inoltre, sorge il dubbio sulla reale natura della Commissione paritetica, creata ad hoc. Ci si chiede il motivo della nascita di questo ente, che si farebbe carico del processo, al posto della già esistente Conferenza Stato-Regioni.

Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale, fa notare come tale commissione sarebbe composta da nove membri nominati dal Ministro delle Regioni e nove nominati dalla Giunta delle Regioni, per cui nessuno risulterebbe eletto, per ricoprire quel ruolo. Lo stesso presidente della Repubblica sarebbe esautorato al pari del Parlamento. Tesauro, per spiegare il metodo usato, ha parlato di un cavallo di Troia col quale qualcuno sta tentando di entrare nel sistema per trasformarlo, non potendo espugnarlo in altro modo data la rigidità del sistema. Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, tranquillizza a riguardo, dichiarando: “Guardando alla Costituzione, abbiamo arginato richieste inaccettabili”, proprie di un federalismo che va oltre le proposte di Gianfranco Miglio, suo teorico, chiosando: “Non accettiamo una simile Commissione paritetica“.

Eppure, i tentativi di picchettamento dell’edificio costituzionale sono iniziati col federalismo comunale. Secondo Marco Esposito, dal 2015, di norma in norma, è stato fatto passare il principio per cui “se in un territorio manca un servizio, vuol dire che non se ne ha diritto“, perché probabilmente non se ne ha bisogno. Con questo principio, giustificato dall’idea che “l’autonomia è una spinta dello spirito“, Stefano Bruno Galli, assessore all’autonomia e alla cultura del Comune di Milano, ha annunciato al giornalista de Il Mattino che la regione Lombardia avrebbe chiesto il più possibile allo Stato. Questo principio rientra nella “bulimia di potere” di cui parla Viesti. Poco importa l’ottimizzazione delle risorse o il rapporto tra costo totale di produzione e quantità prodotta. Cioè, non ci si chiede più se convenga che sia lo Stato o la regione a produrre un bene o un servizio, a seconda che all’aumentare della quantità diminuisca o meno il costo medio di produzione. In teoria, se c’è efficienza, il costo medio, dato dal rapporto tra il costo totale di produzione e la quantità, diminuisce. Ciò che conta, secondo i federalisti lombardo-veneti, è chiedere il più possibile, in termini di finanziamenti e di diritti, così da arrivare a mettere in discussione un bene vitale dello Stato, acquisendo un potere in più. Massimo Villone, federiciano emerito di diritto costituzionale, annuncia che un pensiero simile si tradurrà in un “effetto domino devastante“, dato che il governatore della regione Toscana, Enrico Rossi, avrebbe dichiarato di essere pronto a chiedere il massimo di autonomia al pari dei governatori lombardo-veneti, pur essendo contrario a questa autonomia. L’invito del professor Villone è a mantenere un clima di fiducia all’interno del Paese, ponendo fine ad atti unilaterali che minano le relazioni tra gli attori in campo.

Di “guerra lampo sull’autonomia” parla Adriano Giannola, presidente Svimez, che denuncia una manovra disgregante a cui bisogna porre un argine. L’invito è a discutere prima del sistema vigente di ripartizione delle risorse, cercando di capire. Per Floriana Cerniglia, docente alla Cattolica di Milano, date le premesse fin qui esposte, difficilmente non vi sarà un aumento della pressione fiscale o nuovi oneri per la finanza statale, come scritto nel testo sull’autonomia. E se anche fosse così, quindi se il gettito fosse maggiore delle spese, alle regioni finirebbero risorse in più, che lo Stato avrebbe dovuto e potuto usare per situazioni stringenti. Un ragionamento che rafforza l’allarme di Giannola: da tempo, esiste un sistema estrattivo di risorse cha dal Sud passano al Nord. “Il Sud fa trasfusioni di sangue a un Nord debole, per cui o cambia la visione del Paese o il Nord fa la fine del Sud“, fermo restando che secondo il professore, solo grazie allo Stato oggi possiamo realizzare dei livelli essenziali di assistenza sanitaria, senza pensare di poter garantire i livelli essenziali di prestazioni sociali.

Di Maio conclude i lavori, spiegando che “oggi, grazie alle università del Sud, nasce la possibilità di poter monitorare tutto il percorso. Il Sud ha bisogno di infrastrutture e di investimenti. Ma, se puntiamo solo su queste, occorreranno dieci anni. Per riuscire a colmare il gap tra Nord e Sud, c’è bisogno di investimenti straordinari nelle nuove tecnologie, per poter usare le quali occorrono pochi anni. Il Sud deve diventare, perciò, la “casa delle nuove tecnologie“.