Nel corso dei secoli la città di Napoli è stata afflitta da calamità di ogni genere: guerre, assedi, carestie, terremoti, eruzioni vulcaniche, ma la sciagura più grande che ebbe a soffrire fu la peste del 1656.

La peste dilagò a macchia d’olio e assunse proporzioni spaventose; nella prima metà d’agosto, quando l’epidemia giunse all’apice, si contarono fino a 4.000 vittime al giorno.

Si fecero in città fosse comune nelle zone extramurarie, al Largo Mercatello (l’attuale piazza Dante), nelle zone dei Vergini, nella Sanità, nella zone di S. Pietro ad Aram.

Alla fine i cadaveri si gettarono al mare perché non si sapeva più come eliminarli: i lazzaretti non furono più sufficienti a contenere i morti e gli ammalati.

Il flagello durò sei mesi e cominciò a scemare con un acquazzone purificatore: nell’agosto del ’56 le piogge estive iniziarono fattivamente a lavare le strade, a ripulire la città e la pestilenza iniziò gradatamente ad attenuarsi

Alla fine del contagio si pensò di erigere chiese e guglie , ad affrescare le porte della città con immagini dei santi che, secondo la devozione popolare, avevano con il loro patrocino cooperato alla fine dell’epidemia.

Fu celebrato San Gennaro, eletto già dal 1631 primo patrono della città avendo allontanato la lava in seguito alla terribile eruzione.

Furono onorati anche San Francesco Saverio,  San Domenico e San Gaetano Thiene; tra i religiosi dei vari Ordini monasicisi si crearono delle vere e proprie dispute sulla priorità d’intervento e importanza dei propri Padri fondatori.

Napoli tornò subito a riprendersi tanto che alla fine nel ‘600 sarà la terza città  più popolosa di Europa preceduta da Londra e Parigi.

I monaci certosini, per lo scampato pericolo della peste, fecero realizzare, come ex voto, un grande dipinto al pittore Micco Spadaro, noto cronista dei tragici avvenimenti del ‘600: L’Eruzione del Vesuvio del 1631- La rivolta Masaniello del 1647- La peste del 1656.

Nel dipinto “La peste del 1656“ l’ambientazione scelta è Largo Mercatello che trovandosi all’epoca fuori dalla cinta urbana, si prestava a raccogliere, come un lazzaretto a cielo aperto, moribondi e cadaveri.

Il caos di quei giorni è ben descritto: fra drammi personali e tentativi di assistenza pubblica da parte delle autorità civili e religiose (simboleggiate dalle due figure in atto di comando sulla destra) vi è anche un cenno alla superstizione con le consuete figure del Cristo pronto a punire e della Vergine che implora la cessazione del morbo.

Molto acuta è l’osservazione dei comportamenti umani: qualche gesto di pietà (un uomo porge da bere a un assetato, un sacerdote confessa un moribondo, un moro porta via due bambini vivi) alleggerisce l’atmosfera di dolore e morte.

La tragedia raggiunge il culmine in due episodi: la madre morta con il bimbo ancora vivo al seno e l’appestato completamente nudo che si aggira impazzito.

Fra i tanti rendimenti di grazie all’indomani del flagello vi sono anche le due grandi Pale votive commissionate al grande pittore Napoletano Luca Giordano.

Le due grandi tele furono richieste per gli altari laterali della Chiesa di S. Maria del Pianto fatta costruire con il sostanzioso apporto finanziario del vicerè sulla collina di Poggioreale, luogo dove era stato interrato un enorme numero di vittime.

Il Celano, cronista dell’epoca, riferisce che i due dipinti furono eseguite in solo due giorni alimentando così il mito della rapidità di esecuzione dell’artista soprannominato Luca fa presto”.

Mentre molti artisti morirono a causa del flagello, Mattia Preti, noto pittore calabrese, deve la sua vita a questo avvenimento: trovandosi in carcere per aver ucciso un uomo, evitò l’esecuzione capitale dipingendo a sue spese, come pena richiesta dall’autorità giudiziaria, tutte le porte della città.

Nel 1884, un’epidemia di colera suscitò indignazione e sgomento: la questione venne affrontata in parlamento e quindi il problema diventò nazionale.

Il 9 settembre 1884 giunse il re Umberto accompagnato dal Presidente del Consiglio, Agostino De Pretis; nel loro sopralluogo furono guidati dal sindaco Nicola Amore che non mancò di far rilevare l’urgente necessità di una bonifica radicale. Venne così emanata laLegge per il Risanamentocon la quale furono stabiliti i seguenti punti di intervento: realizzazione del sistema fognario, costruzione dell’acquedotto del Serino per creare un’adeguata rete idrica, innalzamento del suolo di 3,5 m., la demolizione di edifici fatiscenti, edificazione del quartiere orientale

Il Ministero della Pubblica Istruzione affidò al celebre pittore napoletano Vincenzo Migliaro il compito di raffigurare alcuni scorci della città destinati ad essere distrutti dai lavori di risanamento intrapresi nell’84.

L’artista eseguì una serie di sette dipinti in cui, con vena documentaria e dovizia di particolari, riprende l’affollato microcosmo partenopeo.

Migliaro, come scrisse il Causa, documenta la realtà napoletana con “occhio schietto e impetuoso”.

Nella telaUn vicolo della zona del porto” raffigura un angusto e malsano vicolo portuale in cui il sole non entra a causa delle alte cortine murarie dei palazzi.

Annamaria Pucino