Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata (Valentino Gionta ndr) era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di “Nuova Famiglia”, i Bardellino“. In due frasi, messe nero su bianco nell’ultimo articolo redatto per il Mattino, l’apice toccato dal giornalismo d’inchiesta di Giancarlo Siani, che documentò le relazioni criminali tra i più potenti sodalizi camorristici della Napoli post terremoto degli anni 80′. Due frasi intrise di morte. La sua. Avvenuta per mano di due killers appartenenti al clan maranese dei Nuvoletta la sera del 23 settembre 1985 mentre il giornalista parcheggiava la sua auto davanti casa, nel quartiere Vomero. 10 colpi di pistola scaricati tra petto e viso per sfigurare l’immagine della lotta e della denuncia. Una condanna a morte inevitabile, piovuta su quel giovane cronista di 26 anni che aveva fatto luce sulle trame ordite dai Nuvoletta per consegnare alla Polizia il latitante Valentino Gionta. Troppo assetato di potere il boss oplontino. Le sue mire espansionistiche minacciavano lo scoppio di una sanguinosa guerra tra le varie cosche partenopee che doveva essere evitata a tutti i costi. Siani svela quella realtà nemmeno troppo parallela. E muore.

Solo il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della Corte d’Assise di Napoli condannò all’ergastolo i mandanti dell’omicidio di Giancarlo – i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante – e i suoi esecutori materiali, Ciro Cappuccio e Armando Del Core. La medesima sentenza ha ritenuto mandante anche il boss Valentino Gionta. La condanna è stata confermata dalla Cassazione, che però decise il rinvio ad altra Corte d’Assise d’Appello per Valentino Gionta. Il 29 settembre 2003, a seguito del secondo processo di appello, Gionta venne di nuovo condannato all’ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha scagionato per non aver commesso il fatto.

Sono trascorsi trentacinque anni dal feroce assassinio di Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino di Napoli, autore di coraggiosi articoli sulle attività criminali dei clan della camorra e sui loro conflitti interni. Giancarlo Siani fu ucciso proprio per il lavoro svolto, per l’onestà e l’intelligenza con cui onorava il diritto alla libera informazione, raccontando i delitti della malavita e le trame di chi ne tirava le fila“. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio al Presidente della Fondazione Giancarlo Siani Onlus.

Siamo orgogliosi di annoverare tra gli eroi della nostra città Giancarlo Siani che a soli 26 anni morì perché non si girò dall’altra parte e raccontò gli intrecci tra camorra e politica. La democrazia ha bisogno di un giornalismo libero e autonomo allora come ora” ha dichiarato Luigi De Magistris. Il sindaco di Napoli ha deposto una corona sotto la targa in memoria di Giancarlo sulle rampe Siani, al Vomero.