Ogni anno il 2 Novembre c’ è l’usanza per i napoletani…

“ In nessun Paese del mondo il popolo celebra le feste come a Napoli” così nell’Ottocento, nel suo taccuino di viaggio, annotava il Mayer, uno dei tanti forestieri del Gran Tour presenti in città.
Molte cronache dell’epoca insistono sulla spiccata attitudine dei napoletani alle feste, indipendentementedall’origine e dal rituale che le distingue o del periodo dell’anno in cui hanno luogo.
Tutti i riti religiosi erano per il popolo occasione di baldoria e perfino il giorno dei morti,diventava motivo di gaudio.
Il 2 Novembre, il popolo numeroso si affollava ai cosiddetti “Giardinetti”, ossia spazi verdi recintati da un piccolo muro su cui venivano appoggiati i corpi disseccati dei morti ( tolti dai sacrai ) i quali venivano posti ritti in piedi e, talvolta, anche vestiti; ciascun defunto portava il nome e l’epoca della morte. Il popolo vi accorreva per conversare, in un contatto più diretto, con i propri familiari e amici.

via toledo
Nello stesso giorno, via Toledo era un brulichio di persone, sui marciapiedi trovavano posto molti venditori ambulanti di dolci, i torronari, che mostravano vistosamente canestri colmi di ossa, femori, crani, fatti di zucchero e pasta di mandorle.
Dovunque a Napoli il visitatore guardava allibito, con occhi atterriti, il napoletano divorare “scheletri” e “ossa mortuarie”.
Del resto l’usanza di mangiare con i morti risale al tempo degli antichi Egizi e Romani, soliti fare banchetti presso le tombe.
Testimonianza di questa serena e gaudente familiarità con il culto dei morti, sono i mosaici pompeiani (oggi visibili nel Museo Archeologico di Napoli) che rappresentano le “larvae conviviales” ossia delle figure di scheletri, di teschi, motivi figurativi che andavano a decorare i pavimenti delle sale da pranzo della domus romana. Tali soggetti, infatti, si riteneva che con la loro visione, durante i banchetti, incitassero maggiormente a godere e a vivere pienamente il motto epicureo del “carpe diem”.
Tale significato pagano assumerà nel Medioevo tutt’altra valenza: il “momento mori “ legato al tema della vanitas, sarà oggetto di meditazione sulla caducità delle cose terrene e sulla necessità, quindi, di impegnarsi a condurre da subito una vita spirituale, non dedita ai vari piaceri…

scheletro
La famosa poesia “ A’ livella “ di Antonio De Curtis, il noto Totò, trasse ispirazione proprio da un famoso mosaico pompeiano rappresentante un grande scheletro, reso molto realistico con la minuziosa tecnica musiva dell’ ”opus vermiculatum”.
Da un filo di piombo, posto al centro di un “libella” , pende l’imponente teschio sotto al quale vi è raffigurata una farfalla ( l’anima) e più giù ancora, un ruota( la fortuna); ai lati estremi, sotto i bracci della livella,stanno in perfetto equilibrio, uno scheletro e un manto di porpora( simbolo della ricchezza) e una bisaccia e bastone di mendicante( simbolo di povertà). Tale iconografia esprime chiaramente il tema, di origine ellenistica, della morte che tutto pareggia annullando le differenze di classe sociale.

Annamaria Pucino