Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley  (1792-1822) aveva dedicato un’ode a Napoli e la compose sull’onda del fervore rivoluzionario per i moti del 1820-21. Nel poema è rivolto un potente ammonimento alla città  affinché  si sollevi, e si liberi del giogo della tirannide. In questo componimento,  al motivo della celebrazione del paesaggio si accosta così quello politico-patriottico, sostenuto da incoraggiamenti e incitazioni alla riscossa.

Ode a Napoli
Percy Bysshe Shelley (1792-1822)

I.

Nella città dissotterrata udivo il passo Lieve, di fantasma, delle foglie autunnali

Errranti per le vie, e dentro quelle sale scoperchiate.

Fremere a tratti l’assonnata voce della Montagna: un suono oracolare

Che scosse la mia anima in ascolto con il sangue sospeso.

Era la Terra.

Che parlava dal suo cuore profondo.

La sentii senza udirla.

Per le bianche  colonne ardeva con vivido fuoco
Il mare ondoso che sostiene l’isola: Un pianoro di luce fra due cieli azzurri!

Molti splendidi sepolcri mi raggiavano intorno,

Belli d’una pura bellezza che il Tempo – Come si compiacesse a salvare la Morte –
non aveva distrutta.

Ed era limpida ogni vivente linea di quei volti come alla mente di chi li scolpì.
Le corone di mirto, edera, pino
Immobili nel marmo come foglie
d’inverno modellate nella neve
Non crescevano all’aria cristallina
che in silenzio pesava sulla loro vita

Come una Forza sovrumana ogni cosa cullando, sulla mia.
II.
Poi vennero dolci i venti,
Con essi mischiato assieme un
odore selvatico, eolico e un odore che sa di montagna;
E dove l’oceano baiano
Si agita con movimento simile all’aria,
Dentro, sopra di esso, attorno alle sue correnti di verde stellato,
Spostando i fiori di mare in quelle grotte viola,
Anche quando l’atmosfera senza tempeste fluttua sopra il regno Elisio
Mi ha portato; Come un angelo, sulle onde
Di luce solare, la cui rapida pinna di aria rugosa
Nessuna tempesta può sopraffare.
Ho navigato dove scorre sempre
Sotto la serena calma
Uno spirito di emozione profonda,
Dalle tombe sconosciute
Dei defunti re della melodia.
Ombra scura dell’Aorno al timone
L’etere orizzontale; Cielo messo a nudo
Le sue profondità sull’Elisio, dove la prua ha reso l’acqua invisibile bianca come neve;
Da quel monte Typheo, Inarimé,
Ci ha trasmesso un vapore soleggiato, come lo stendardo
Di qualche ospite etereo;
Mentre da tutta la costa,
Più forte ed ancora più forte, raccogliendosi intorno, vagano
Sopra i boschi oracolari e sopra il mare divino
Profezie che hanno sempre più senso.
Mi posseggono  – le devo proferire, – loro saranno il fato!

III.

Napoli! Tu cuore di uomini che sempre ansima
nudo, sotto l’occhio senza palpebre del Cielo!
Città elisia, che calmi con incantesimo
l’aria ammutinata e il mare! Essi attorno a te sono attratti,
come sonno attorno all’amore!
Metropoli di un Paradiso in rovine
da tempo perduto, di recente vinto, ma pure ancora solo a metà riconquistato.

Altare luminoso del sacrificio sanguinoso,
Quale vittoria armata offre all’
Amore senza macchia, il fiore-incatenato!
Tu che sei stata una volta, e poi hai smesso di essere,
Ora tu sei e sarai per sempre libera,
Se la speranza, la verità e la giustizia riusciranno a farsi valere.
Salute a te, salute a te, salute a te!

Grande Spirito, amore profondo!
Che governa e muove
Tutte le cose che vivono e sono, all’interno della sponda italiana;
Chi sparge il cielo attorno ad essa,
I cui boschi, rocce, onde, la circondano;
Chi siede nella tua stella, sopra la superfice  occidentale dell’Oceano;
Spirito di bellezza! Al cui dolce comando
I raggi del sole e le piogge improvvise separano la sua abbondanza
Dal gelo del seno della terra;
O, fai che questi raggi siano ciascuno un marchio accecante
Di fulmini! Fai che quelle piogge  siano rugiada di veleno!
Fai preda abbondante della Terra!
Fai che il tuo luminoso Cielo,
Mentre la luce e l’oscurità lo legano,
Sia la tomba di chi ha voluto
Farne la nostra e la tua!
Oppure, con i tuoi ardori che creano armonia riempi e fa sollevare i tuoi figli, come sopra l’orizzonte prono
La tua lampada alimenta ogni onda di crepuscolo con il fuoco!
Sia forte la speranza dell’uomo e vivo il desiderio
Lo strumento per dar vita alla tua volontà divina!
Poi nuvole da raggi di sole, antilopi da leopardi,
Ed i tuoi pensieri e le tue paure da te,
Non fuggirebbero più rapidamente,
Di lupi celtici dai pastori ausoni.
Qualsiasi Spirito, dal tuo santuario stellato
Tu generi o tieni per te, O, lascia
Questa città del tuo culto, sempre libera!

 

simona caruso

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Ode to Naples
Percy Bysshe Shelley (1792–1822)

I.
I STOOD within the city disinterred,

  And heard the autumnal leaves like light footfalls

Of spirits passing through the streets, and heard

  The Mountain’s slumberous voice at intervals

    Thrill through those roofless halls:

The oracular thunder penetrating shook

  The listening soul in my suspended blood;

I felt that Earth out of her deep heart spoke,—

  I felt, but heard not. Through white columns glowed

    The isle-sustaining Ocean flood,

A plane of light between two heavens of azure;

  Around me gleamed many a bright sepulchre

Of whose pure beauty, Time, as if his pleasure

  Were to spare Death, had never made erasure;

    But every living lineament was clear

As in the sculptor’s thought; and there

The wreaths of stony myrtle, ivy and pine,

  Like winter leaves o’ergrown by moulded snow,

  Seemed only not to move and grow

    Because the crystal silence of the air

Weighed on their life; even as the power divine,

Which then lulled all things, brooded upon mine.

II.
Then gentle winds arose,

        With many a mingled close

Of wild Æolian sound and mountain odor keen;

And where the Baian ocean

        Welters with air-like motion,

Within, above, around its bowers of starry green,

  Moving the sea-flowers in those purple caves,

  Even as the ever-stormless atmosphere

Floats o’er the Elysian realm,

It bore me; like an angel, o’er the waves

Of sunlight, whose swift pinnace of dewy air

        No storm can overwhelm.

        I sailed where ever flows

Under the calm Serene

        A spirit of deep emotion,

        From the unknown graves

        Of the dead kings of melody.

Shadowy Aornus darkened o’er the helm

The horizontal ether; heaven stript bare

Its depths over Elysium, where the prow

Made the invisible water white as snow;

From that Typhæan mount, Inarimé,

There streamed a sunlit vapor, like the standard

Of some ethereal host;

        Whilst from all the coast,

Louder and louder, gathering round, there wandered

Over the oracular woods and divine sea

Prophesyings which grew articulate.

They seize me,—I must speak them;—be they fate!

III.
Naples, thou Heart of men, which ever pantest

  Naked, beneath the lidless eye of heaven!

Elysian City, which to calm enchantest

  The mutinous air and sea! they round thee, even

As sleep round Love, are driven,—

  Metropolis of a ruined Paradise

    Long lost, late won, and yet but half regained!

  Bright Altar of the bloodless sacrifice,

    Which arméd Victory offers up unstained

To Love, the flower-enchained!

Thou which wert once, and then didst cease to be,

Now art, and henceforth ever shalt be, free,

  If hope, and truth, and justice can avail.

        Hail, hail, all hail!
*        *        *        *        *

IV.
Great Spirit, deepest Love!

        Which rulest and dost move

All things which live and are, within the Italian shore;

        Who spreadest heaven around it,

        Whose woods, rocks, waves, surround it;

Who sittest in thy star, o’er Ocean’s western floor;

  Spirit of beauty! at whose soft command

The sunbeams and the showers distil its foison

        From the Earth’s bosom chill;

  O, bid those beams be each a blinding brand

   Of lightning! bid those showers be dews of poison!

        Bid the Earth’s plenty kill!

        Bid thy bright Heaven above,

        Whilst light and darkness bound it,

        Be their tomb who planned

                            To make it ours and thine!

Or, with thine harmonizing ardors fill

And raise thy sons, as o’er the prone horizon

Thy lamp feeds every twilight wave with fire!

Be man’s high hope and unextinct desire

          The instrument to work thy will divine!

Then clouds from sunbeams, antelopes from leopards,

        And frowns and fears from thee,

        Would not more swiftly flee,

Than Celtic wolves from the Ausonian shepherds.

              Whatever, Spirit, from thy starry shrine

        Thou yieldest or withholdest, O, let be

        This city of thy worship, ever free!

A proposito dell'autore

Simona Caruso

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