Intervista a Marco Pirone, che in un libro racconta come sia possibile nascere a Scampia, sopravvivere alla camorra e alla droga, dopo averne dipeso, fino a scoprire in sé la forza della vita.

Dallo stupore dell’effetto che fa su uno dei propri amici l’assumere una sostanza, al volerne fare esperienza. Il ripeterlo per tornare a sentire ogni volta il legame con l’altro, con cui ti confidi sempre più. Fino a essere te stesso. Fino a quando l’inibizione è ben poca cosa. Poi, svanito l’effetto della droga, sentire la mancanza dell’altro. E, quando questa diventa vuoto e i doveri verso la comunità in cui vivi si spengono come la luce del giorno, l’assenza di una donna che ti sia madre o compagna ha un peso costante che diventa fardello. Il suo abbandono è una ferita aperta, abitare assieme a tuo padre non equivale a sentirti parte della sua nuova famiglia. Avverti il desiderio di rivalsa, che più è represso di giorno più diventa opprimente e va sfogato di sera. Per ritornare, di alba in alba, il bravo ragazzo che tutti conoscono.

Le ansie placate dall’uso di droghe, il nervosismo crescente al ridursi dell’effetto, l’alternarsi costante di paura e rabbia. Così, ha inizio la spirale della dipendenza, che ha portato Marco dal cobret misto a cocaina all’eroina mista a crack. Passando per l’incontro con Benny, un camorrista che all’odio per lo Stato, “una camorra legalizzata“, associava l’attenzione per il popolo, senza il cui appoggio non sarebbe mai riuscito a controllare le piazze di spaccio che ogni giorno gli fruttavano bustoni neri della spazzatura pieni di soldi.

Inizia ora la storia di Marco Pirone, un ex scugnizzo nato e cresciuto a Scampia in una famiglia disagiata e lontano dalle autorità, ex tossicodipendente oggi padre di due adolescenti, capotreno di Eav. Nelle scuole, è invitato per sensibilizzare sul tema della dipendenza dalla droga e dalle amicizie sbagliate. Il suo messaggio è a metà del suo libro, “Occhi lucidi. Nascere a Scampia“.

D- “Se la volontà non è forte anche tutto il metadone del mondo non serve a molto, anzi serve come sostituto della droga“. Dove trovare questa volontà?

R- Il problema è nella testa, perché tutto sta in come riesci a sedare le emozioni. Tant’è vero che spesso il percorso in comunità, per quanto importante, non è sufficiente. La comunità è un luogo protetto, in cui si cammina accompagnati da esperti. E questa consapevolezza alimenta la paura diffusa di chi ci è dentro di uscire da quell’ambiente e ricadere. Lo dico per esperienza, essendo stato ospite di queste strutture per due volte ed essendo ricaduto una volta. Oltre a volerne uscire, ho avuto dalla mia la grande fortuna di avere un lavoro, il sostegno di don Aniello Manganiello e la mia famiglia. Dopo la seconda comunità terapeutica, mi sono successe cose molto brutte, come la morte di mio padre o il tumore del mio secondo figlio. Mi sarei potuto perdere ancora.

D- Perché non è successo di nuovo?

R- Col tempo, ho capito che la vita, purtroppo, è fatta di momenti in cui non hai punti di riferimento. Lo intuii anni fa quando andai via da Napoli per problemi di lavoro oltre che di droga. Ero arrivato da poco a Bologna, e mi scoprii girovago per la città, in cerca di qualcuno da cui avere una dose. La chiesi a un extracomunitario che si aggirava nella zona della stazione. Non ce l’aveva. Insistetti, non credendogli. Quel che è peggio è che, per convincerlo a darmela, gli dissi che sapevo di cosa parlavo, perché venivo da Scampia. E così mi portò da uno spacciatore, perché lui non ce l’aveva per davvero. Ero caduto così in basso e non me ne rendevo conto? Ripenso spesso a quel giorno. Nei momenti in cui non hai punti di riferimento diventa importante chi sei più che da dove vieni. Un’altra occasione di crescita l’ho avuta anni dopo, quando ero già padre, nella mia casa di Napoli. Una sera mi sono ritrovato solo in un momento di sconforto. Sono entrato nella stanza dei miei figli, che dormivano, e ho capito che dovevo essere io il loro punto di riferimento. Così, nella morte di mio padre e nella malattia di mio figlio ho cercato di trovare un equilibrio interiore, per essere lucido e affrontare il dolore, che i periodi di crisi portano con loro. Nel libro, accennando ai lavori duri fatti nella comunità di recupero, dico una cosa che vivere lì mi ha insegnato: “La vita va affrontata con coraggio, va presa di faccia“. Questo vale soprattutto nei periodi di dolore. La dipendenza, da qualunque cosa o persona, serve a ben poco. E’ illusione, tanto quanto la droga.

D- Cosa suggeriresti a chi usa gli stupefacenti nei momenti bui?

R- La resistenza. Per trovare l’equilibrio interiore che produce le energie positive che portano alla vita vera, alla felicità, non basta la convinzione. La vita va vissuta anche resistendo. Entrai alla Casa della Roccia per liberarmi dalla dipendenza, inizia il mio primo percorso di disintossicazione. La forte motivazione che avevo, data dall’aver perso tutto, non bastò. Da quella casa, ne uscii dopo pochi mesi per la mancanza che avvertivo dopo aver rivisto Lucia, la donna che amavo e poco dopo sposai. La nascita di mio figlio mi fece provare emozioni che nessuna droga mi aveva dato. Eppure, lo stress e i dolori fisici causati dal mio lavoro come disossatore, mi hanno portato di nuovo a farmi di cocaina e crack, fino a quando ho iniziato ad avere attacchi di panico. Allora, mi sedavo col cobret e l’eroina. Ero così dipendente dalle sostanze, ormai, che non mi emozionai alla notizia della seconda gravidanza di Lucia e arrivai a farmi in casa, sapendo che mio figlio gattonava nella stanza accanto. Mia moglie mi scoprii, il suo ribrezzo fu il mio squallore. Capii che la convinzione che la vita vera era accanto a lei e a mio figlio, di cui volevo prendermi cura facendo un lavoro sano e legale, senza far male a nessuno, non bastava. Dovevo imparare a resistere ai problemi e alle paure. O non ce l’avrei fatta.

D- Hai iniziato l’intervista dicendo che il problema è nella testa. Cosa hai pensato, quando hai avuto coscienza di esserci ricascato?

R- Ero uscito vivo dalla faida del 2004 a Scampia, nella quale avevo visto morire i miei amici, alcuni perché erano per caso nel posto sbagliato, altri perché facevano parte di bande. Alcuni vi erano entrati per scelta, altri perché col proprio lavoro non riuscivano a mantenere la moglie e i figli. Possibile che non riuscissi a venire fuori dalla droga? Preciso che sono sopravvissuto alla camorra, perché ho fatto da vedetta, ho spacciato e mi sono fatto, ma non ho mai ucciso. Sia chiaro: chi spara non ne esce mai vivo. Nel senso che o ne esce morto o, per salvarsi, ne esce come collaboratore di giustizia. Ma vivo, mai. Lo sapevo bene, tanto che una volta ebbi l’offerta di far parte di un gruppo mafioso e rifiutai. Possibile che non riuscissi a resistere al finto benessere che dava la cocaina o l’eroina?

D- E con questa domanda sei entrato per la secondo volta in comunità. Ne sei uscito più forte?

R- Prima mi avvicinai a don Aniello, con cui mi confidai e a cui mi affidai, perché era l’unico a credere ancora in me. Mi convinse che era bene allontanarmi da Napoli, così andai a Novara ed entrai in comunità. Dopo pochi mesi ne uscii con la voglia di vivere con lucidità la nascita del mio secondo figlio. Avevo la consapevolezza che le cose che ti salvano nella vita sono due, la famiglia e il lavoro, comunque sono sempre delle relazioni con l’altro. Resistere vuol dire non farsi male e sapersi affidare alle persone giuste. La vita è resilienza, soprattutto in un’epoca in cui tutto raggiunge tutti tramite i social network e internet. La felicità è dentro ciascuno di noi, è nell’equilibrio, raggiunto dal pensare positivamente così da resistere alle crisi fino a superarle. Parlare con l’altro e capire cosa c’è negli occhi di chi incontri è fondamentale in un percorso di salvezza. Per lungo tempo, i miei occhi sono diventati lucidi per effetto delle droghe, ora lo sono per la felicità raggiunta con determinazione. Resisto agli urti della vita, perché voglio essere il punto di riferimento per i miei figli. La mia forza oggi è tutta qui.

Marco Pirone, “Occhi lucidi. Nascere a Scampia”, Spring Edizioni srl-MicroStorie, luglio 2019.