Si chiamava nella realtà Fortunato Bisaccia e “teneva ‘a rrobba bella, ‘nzogna nzò! “. A questo pittoresco personaggio e ai taralli napoletani, quelli “‘nzogna e pepe” (sugna e pepe), Pino Daniele dedicò una straordinaria canzone dal titolo “Furtunato” contenuta nell’album “Terra Mia” del 1977. Fino ai primi anni 80, Furtunato girava per le strade di Napoli con il suo carrozzino da neonato, ripieno di taralli,  nascosti da una coperta per tenerli al caldo in una cesta di vimini.  Sul carrozzino una piccola scritta sul davanti: “La ditta Fortunato resta chiusa il lunedì “. Già, il suo giorno di riposo il lunedi, riposo ampiamente meritato. La sua voce echeggiava fino alla domenica per le strade, da Montesanto, “dint’a Pignasecca”, a Piazza Dante a Piazza Carità, per Via Toledo e in tutti i vicoli adiacenti. Chiamava a gran voce le “sue” donne: “Rosà!, Marì; Carmè!” e queste si affacciavano ai balconi calando il paniere per accogliere quei taralli che emanavano un profumo intensissimo. Massimo Andrei scrisse un libro sulla sua vita, il grande Pino una canzone… tutti lo conoscevano e tutti ancor oggi lo ricordano con piacere ed anche con un pizzico di malinconia per quei tempi che non torneranno più. Ogni “tarallaro” portava con sé la sua cesta in spalla  gridando a gran voce “Taralle, taralle cavere!”. Furtunato si serviva del passeggino, un marchio di distinzione per un tarallaro doc in servizio dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’80. Fortunato fu certamente l’ultimo venditore girovago di taralli, sempre allegro e gioviale; tuttora ci sono venditori di taralli a Mergellina sul lungomare rigorosamente nei propri chioschi, oppure nelle panetterie o in qualche osteria, ma ci manca un Fortunato… L’ultimo tarallaro, come il titolo di un film. “Furtunato” era un’anima della città, i suoi taralli “spugnati” una volta nell’acqua di mare e poi non più, per ovvie ragioni, hanno accontentato più generazioni.

fortunato

Fortunato Bisaccia, un ometto piccolo e grassoccio, dalle gambe arcuate e dal volto segnato dalle rughe, racchiudeva l’essenza, la storia e lo spirito di tutto un popolo. Le sue grida si diffondevano attraverso i vicoli di Napoli e regalavano un sorriso ai  passanti. Eppure quell’omino non aveva avuto una vita facile. Orfano di madre, reduce di guerra, non aveva mai perso il buon umore e la straordinaria vitalità dei napoletani. Un uomo integro ed onesto che nonostante le mille difficoltà non era mai sceso a compromessi e che, spingendo quel suo carretto, raccontava storie, aneddoti, fatti di una Napoli che ieri, come oggi, alza la testa e va dritta per la sua strada. “Saluta ‘e ffemmene/ a’coppa ‘e barcune/ viecchie, giuvene e guagliune/”… ne cantava le lodi Pino Daniele. Certo che un poco ci manca, per la qualità di quei taralli sempre caldi e friabili, per quella voce antica insostituibile. “Furtunato tene ‘a rrobba bella, ‘nzogna nzò! “, anzi, teneva. … teneva, perché Fortunato è venuto a mancare nel 1995. Ma chi s”o po’ scurdà?

 di Carlo Fedele