Gratta e gratta, alla fine la verità salta fuori. Il referendum per una maggiore autonomia di Lombardia e Veneto, svoltosi domenica scorsa, aveva e ha un solo vero obiettivo: gli “schei”, cioè i soldi. Lo ha detto chiaramente Zaia, il presidente della Regione Veneto,  dopo l’esito della consultazione. Il Veneto vuole gestire i 9/10, cioè il 90/100, delle proprie tasse. E se ciò non bastasse si appresta a chiedere il riconoscimento dello status di regione a “statuto speciale”. A parte il fatto, non trascurabile, che tale modifica necessita di una riforma costituzionale (e non pare proprio che sia aria), le due richieste  – “i soldi sono nostri e li gestiamo noi” e lo statuto speciale – indicano chiaramente che una parte del Nord ha intrapreso un processo “dolce” di distacco dallo Stato centrale. Non vogliamo chiamarla secessione? Va bene, si utilizzino pure termini meno “inquietanti”. Ma la sostanza è quella.
La richiesta di trattenere il 90% delle entrate fiscale è già fuori dell’ordinamento costituzionale. Il principio di cittadinanza si basa su due fondamenti: la tassazione progressiva (tasse in base al reddito) e diritto universalistico a usufruire dei servizi dello Stato. Che interviene, con il fondo perequativo, per sanare le differenziazioni tra aree ricche e quelle meno ricche del Paese. Se si mettono in discussione questi principi, ci si mette formalmente fuori dalla logica dello Stato unitario.
Il referendum delle due regioni del Nord ripropone sul tavolo politico nazionale la questione settentrionale. Un tema che aveva già scosso il Paese sul finire del secolo scorso. Ora si può anche parlare di federalismo differenziato, come fanno alcuni commentatori del Nord per cavalcare l’”ondata nordista”. Ma la realtà è che per una serie di ragioni politiche e sociali, il Nord sta cercando di dettare nuovamente le carte del confronto politico. Di imporre l’agenda delle priorità.
In questo contesto il Mezzogiorno rischia di assistere da spettatore a una partita giocata da altri. Anzi, salvo rare eccezioni, si ha quasi timore a riproporre su basi nuove la centralità della questione. Non si tratta di andare con il piattino in mano, o di riproporre il cliché del “Sud piagnone”.  Ma è più che mai opportuno che la classe dirigente meridionale, politica e culturale, in questa fase faccia risentire con forza la propria voce. E non si adegui all’andazzo, accodandosi al “vento del Nord”.
Sud, sveglia!

Michele Cozzi