Nolite te bastardes carborundorum, un latino maccheronico per dire con maggiore solennità non lasciare che i bastardi ti schiaccino. Questo il motto che sostiene, nella sua battaglia, l’Ancella ribelle, la donna che genererà due figlie cruciali per la distruzione di Gilead.

Trentacinque anni dopo Il Racconto dell’Ancella era difficile bissare un capolavoro, come è invece riuscita perfettamente Margaret Atwood con I Testamenti. Non a caso l’autrice canadese, laureata ad Harvad, è stata più volte nominata al Nobel per la letteratura e non dubitiamo che la spunti prima o poi.

Il mondo di Gilead, una distopia in cui le donne sono ripartite in rigide caste, escluse dalla vita pubblica e destituite di ogni forma concreta di autorità, è inquietante per la coerente visionarietà della costruzione.

Portato alla fama presso il grande pubblico dalla serie televisiva omonima, è ambientato in un’epoca futura, ma prossima, negli USA. Il Canada, invece, è il luogo della fuga per la salvezza. Come ogni distopia credibile si basa su dinamiche psicologiche assolutamente rintracciabili nella società attuale.

Il colpo di Stato che sconvolge la vita delle donne, recludendole in un recinto di asservimento totale ai ruoli stabiliti per loro, avviene all’improvviso, proprio nel cuore della democrazia occidentale.

Questo è l’aspetto più francamente rivoluzionario dell’opera. Additare l’Occidente come territorio di sopraffazione e sottomissione del femminile.

Probabilmente le donne “con i pantaloni” sono tanto distratte dai burqa da identificare l’Islam, o l’Africa, o un qualsiasi altrove come luogo della sottomissione femminile, senza avvedersi che la violenza contro le donne è una tragica realtà occidentale, una vergognosa realtà occidentale.

I casi di cronaca degli ultimi giorni, con le loro tristi statistiche sui femminicidi, lo dimostrano senza possibilità di dubbio. Quante in un anno, in un mese, in una settimana le donne ammazzate da loro compagni? Nomi, storie, numeri e soprattutto parole.

Sono parole agghiaccianti: “non si rassegnava”, “raptus”, “amore malato”. Più agghiaccianti sono i dettagli, narrati in ogni minuzia, foraggio per le menti perverse. Devastanti le storie di lunghe battaglie contro l’Orco, storie di denunce, di giorni o anni di violenza continuata.

Immaginiamo cosa debba significare vivere la propria casa come luogo di tortura.

Intorno a tutto ciò, una società incapace di cogliere i confini del fenomeno, i sintomi, i contorni. Frasi offensive e sessiste ovunque, nelle canzoni, nelle immagini, nei discorsi politici.

Forse questo odioso stato di cose ha costretto l’Atwood a tornare a Gilead con una storia completamente nuova che racconta il riscatto, la volontà di sopravvivere, la determinazione a salvare non solo se stesse ma il mondo delle donne. E la salvezza arriva tramite loro quando riscoprono la sorellanza.

Se tutte noi fossimo più accorte e pronte a cogliere ogni sfumatura della mala pianta del potere sessista, se imparassimo a volerci bene, sembra volerci dire l’autrice.

Non lasciare che i bastardi ti distruggano, un monito per tutte noi che dobbiamo ringraziare l’autrice. Romanzi del genere conferiscono alla letteratura il ruolo di trasformazione del mondo.