“Sono a pezzi”.

Se pronunciassi questa frase all’uscita da scuola (possibilità tutt’altro che improbabile), qualcuno, nell’ascoltarmi, potrebbe avere due reazioni.

La prima: “Una docente a pezzi, che si fa in quattro per gli alunni…Alleluja!”

La seconda: “Alunni a pezzi dopo la sua lezione…chissà che noia e che stress, quei poveri ragazzi!”.

E tutto questo perché quel sono potrebbe alludere sia a me che a terzi, grazie a quella buontempona della nostra grammatica, che ha deciso di dare un’unica forma del verbo essere a due pronomi agli antopodi, io ed essi.

Poco male. Nella peggiore delle ipotesi, sarei stata scambiata per una docente dalla didattica poco interessante. Certo, mi sarei rammaricata dell’equivoco linguistico e professionale, ma nulla di più.

Pensate, invece, allo zampino della grammatica in un contesto totalmente diverso.

Chiamo un amico e gli dico:

“Sono su una barca, in pericolo di vita, ma non si può attraccare in Italia perché non è permesso”.

Le reazioni, a questo punto, potrebbero essere ben lontane da una lucida indifferenza, ed andare dalla sudorazione fredda al colpo apoplettico.

Ma se poi, in seguito, chiarissi che il sono si riferisce ad immigranti africani, nati a qualche centinaio di chilometri di distanza e che io sono, invece, con i piedi ben asciutti e piantati sulla terraferma, allora il sudore gli ritornerebbe caldo e i battiti regolari.

E quindi, da brava docente di lingue, mi rendo conto che, molte volte, non dovremmo essere noi ad insegnare la grammatica, ma dovrebbe essere la grammatica in sé ad insegnarci qualcosa. Docenti e alunni, tutti nei banchi di scuola. Insieme a genitori, presidi, medici, operatori ecologici, impiegati di banca. Tutti.

Si dovrebbe comprendere che, certe volte, non bisogna chiedersi a chi si faccia riferimento quando si dice sono.

E che, quando sono in mare, non ci sono età, generi, fisionomie fatte per continuare ad essere confinate.

Che voler far scendere solo i bambini e le donne è un’offesa gravissima per la dignità di chi “resta”.

E si dovrebbe anche capire che non possiamo reggere le nostre esistenze e quelle dei nostri figli, già nati o solo immersi nella placenta delle nostre fantasie, sulla speranza di non essere quelli nati “sbagliati”, autorizzati ad essere debellati da questo o da quel tiranno.

Non dovremo mai arrivare a pensare “Sono così. Sono da emarginare? Da rispedire al Paese-mittente? Da debellare?”.

E che si faccia riferimento alla prima persona singolare o alla terza plurale non dovrà fare la differenza.