Autobiografia di un grande del palcoscenico – Edizione critica a cura di Diego Nuzzo

Tengo stretta tra le mani una copia dell’autobiografia di Antonio Eduardo Taranto, in arte Nino Taranto, per i napoletani il Commendatore, e mi reco a casa di Diego Nuzzo, il curatore di questo libro, per saperne di più…

«Com’è nata l’idea, Diego?»

«Un anno fa circa, mi contattò la Fondazione Nino Taranto (www.ninotaranto.com), gestita dagli eredi, chiedendomi di realizzare l’editing di un testo scritto più di 30 anni or sono, e negli anni ‘90 già ampiamente revisionato, corretto e aggiornato da Raimondo, il figlio architetto di Nino Taranto.

Morto anche Raimondo, nel cassetto della fondazione fu ritrovato questo ampio dattiloscritto con un ultimo capitolo redatto di proprio pugno da Raimondo, che narrava gli ultimi giorni di vita del padre, e una postfazione riassuntiva del libro stesso, scritta negli anni ottanta da Antonio Ghirelli, grande giornalista storico, scrittore e saggista.

La famiglia, conoscendo la mia attività di editor, ha voluto affidarmi il compito di  alleggerire il testo di qualche ripetizione, di sfrondare alcune parti meno spumeggianti, di controllare nomi, date, luoghi: mi ha chiesto insomma una limatura

“Ogni inizio infatti è solo un seguito, e il libro degli eventi è sempre aperto a metà” (Wislawa Szymborska)

«Nei fatti, però, tutto nasce da un omaggio a Nino Taranto, che da più parti mi avevano chiesto di ripetere e che con piacere riproposi l’estate scorsa, con Giancarlo Bobbio al piano, in occasione di uno degli spettacoli della stagione di WunderSummer: “Da Taranto a Marsiglia: un viaggio nella storia della macchietta”. Si tratta di un excursus centrato per buoni due terzi sulla figura e sugli spettacoli che Nino Taranto ha portato avanti a partire dagli anni ‘30 fino agli anni ‘60.

Invitato ad assistere a questo spettacolo, il professor Francesco de Blasio, nipote di Nino Taranto, figlio della primogenita Maria, nonché segretario della Fondazione, si accorge dell’amore e del profondo rispetto che nutro per quel grandissimo artista.

«Mio nonno avrebbe molto apprezzato questo omaggio», mi disse quella sera.

Fui, naturalmente, molto contento ma mai avrei pensato che da quello spettacolo sarebbe nata una collaborazione. Solo dopo un po’ di tempo, de Blasio mi contattò perché aveva scoperto che mi occupo di editing editoriale ed è allora che mi propose la revisione dell’autobiografia del nonno.

«Certamente ne sarei onoratissimo ma se non troviamo prima un editore pronto a scommettere su questa idea, sarebbe un’operazione inutile: terminato il lavoro, il testo tornerebbe nel cassetto in cui è rimasto per trent’anni.»

Su loro incarico, quindi, feci una ricognizione delle case editrici soprattutto napoletane, perché purtroppo i grandi editori nazionali non si sono mostrati particolarmente sensibili al tema. Alla fine è stato privilegiato Homo Scrivens (www.homoscrivens.it) per una molteplicità di ragioni: primo perché è, sì, un editore napoletano ma ha una capillare distribuzione nazionale, e da sempre è presente nelle grandi fiere del libro italiane; poi perché è gestito da un editore coraggioso, intelligente e, mi permetto di dire, perbene, cosa che nel mondo editoriale non è un dato sempre scontato; infine perché, quando gli ho proposto il progetto, Aldo Putignano, l’editore appunto, ha detto sì a scatola chiusa, senza nemmeno leggere una pagina.

«Se è un’autobiografia scritta da Nino Taranto sarà senz’altro straordinariamente interessante.»

Mi sono messo al lavoro, effettuando anche un’accurata selezione dello sterminato apparato iconografico in possesso della Fondazione, scegliendo immagini meno consuete, tra quelle che abbracciano un periodo temporale dagli anni ‘10 agli anni ‘80.»

«E le altre energie che hanno contribuito alla nascita del libro?»

«Visto che l’eredità di Nino Taranto, a nostro modo di vedere, non è datata né fané ma attualissima, abbiamo chiesto allo scrittore per antonomasia, che in questo momento rappresenta Napoli in Italia e all’estero, e cioè a Maurizio de Giovanni, di scrivere una prefazione. Con la consueta generosità e lo slancio che lo contraddistingue, ha scritto una bellissima introduzione che inquadra perfettamente il personaggio Nino Taranto.

Inoltre, la Regione Campania, attraverso la Scabec (www.scabec.it), la società inhouse della Regione Campania per la valorizzazione e promozione dei beni culturali regionali, ha sostenuto la pubblicazione e la diffusione di questo volume.»

Diego Nuzzo e Luciana Pennino - foto di Giancarlo de Luca

«Raccontami di più del tuo rapporto con Nino Taranto…»

«Taranto rappresenta un monumento per la canzone, e non solo quella umoristica, per il teatro, per il cinema e per la televisione italiana dagli anni ‘20 agli anni ’80, quando, fino a poco prima di morire, recitava al teatro Sannazaro di Napoli, abbracciando quindi oltre sessant’anni di carriera.

Io ho avuto modo di apprezzarlo avendolo visto dal vivo in questo teatro: seppur ragazzo, lo ricordo perfettamente nella Compagnia Taranto con Luisa Conte, lo ricordo nei grandi film, da “Anni facili” di Luigi Zampa, che gli fece vincere il Nastro d’Argento, ai film con Totò degli anni ‘60, un po’ meno con la TV che è uno strumento che non ho mai privilegiato, nemmeno da bambino.  Mi sono però bastati la musica, il teatro e il cinema per avere con lui un rapporto solidissimo

Reputo miei fari, nella formazione culturale Eduardo e Totò, il primo per il teatro e per la letteratura e il secondo perché ha rappresentato la maschera, l’innovazione, la genialità, la creatività.

A loro avvicinerei un non napoletano ma che ciascuno di noi sente a tutti gli effetti un concittadino, ovvero Vittorio De Sica, nato a Sora ma che era un tale profondo conoscitore della città da aver voluto girare quattro capolavori del suo cinema a Napoli: L’oro di Napoli, Il giudizio universale, Ieri, oggi, domani e Matrimonio all’italiana, sono ambientati quasi tutti in esterno, in luoghi straordinari e molto poco conosciuti dai napoletani stessi.

Il quarto è proprio Nino Taranto, forse dei quattro il più negletto, a torto, perché aveva invece una genialità che in questa autobiografia esce fuori perfettamente

«Che valore ha questo testo?»

«Non è soltanto un libro di memorie, anzi non lo è per niente: è un libro di storia del costume del nostro Paese, per tutta la descrizione che riporta degli anni del fascismo, di quelli della guerra, della ricostruzione, del boom economico e di quello che ha rappresentato lo spettacolo tout court nel nostro Paese. È un libro che andrebbe letto come un manuale di storia dello spettacolo

«Da cosa ha origine la tua passione per la macchietta?»

«È nata grazie ai Virtuosi di San Martino, perché Roberto Del Gaudio e Federico Odling, a partire da 25 anni fa, hanno effettuato una ricerca che ha portato a una riscoperta e a una riproposizione eccezionale proprio delle macchiette di Nino Taranto.

Uno dei loro primi CD era “Nel nome di Ciccio”, in cui c’erano Mazza Pezza e Pizzo, Ciccio Formaggio, e tante altre hit. Da lì è nata una passione smodata per le sonorità raffinatissime dei Virtuosi di San Martino e mi sono messo a ricercare in casa dei miei genitori i vecchi 33 giri proprio di Nino Taranto: e in quella occasione mi sono ricordato di quando, da bambino, ascoltavo i dischi che mio padre metteva sul giradischi, proprio quelli del commendatore che leggeva le poesie di Raffaele Viviani.

E qui emerge un altro punto fondamentale: Viviani è stato un grandissimo autore del teatro del ‘900 non solo italiano, tralasciato perché aveva una tragicità molto sanguigna e popolare e non quel pathos borghese che ha fatto di Eduardo l’autore più europeo del teatro italiano né quella leggerezza che ha fatto di Scarpetta un commediografo tra i più rappresentati in tutta Italia.

Ed è stato merito di Nino Taranto, della sua costanza e della sua tenacia, se Viviani è stato rivalutato e messo in scena dalla compagnia che Taranto stesso aveva creato proprio per portare le opere di Viviani in giro per lo stivale.

Oggi Mario Martone, Toni Servillo, l’argentino Alfredo Arias e altri registi stanno riscoprendo la forza espressiva della scrittura teatrale di Viviani, uscito finalmente dal dimenticatoio.

Un altro autore, anch’egli ingiustamente trascurato perché considerato erroneamente oleografico e bozzettistico, è Giuseppe Marotta: alcuni lo ricordano solo come autore della raccolta di racconti “L’oro di Napoli”, ma in realtà ha scritto anche tantissimi romanzi straordinari e attuali, che riletti oggi non hanno perso nulla dello smalto gustosissimo e della comicità raffinata ed elegante sempre venata da una struggente malinconia.

E Marotta ha scritto tanto per Nino Taranto, creando un sodalizio felicissimo che riusciva a temperare le malinconie umane e i dubbi professionali di Marotta, che invece è stato un talentuoso scrittore, giornalista e critico, che varrebbe la pena riscoprire. Questo libro ci permette di tornare a riflettere su Marotta, anche come commediografo.»

«Qual è il rapporto di Napoli con Taranto?»

«Di sincero e profondo affetto. Non dimentichiamo che quando nel 1967 Totò morì a Roma, fu Nino Taranto a volere un funerale a Napoli, e fu lui a pronunciare la celeberrima orazione funebre del Principe, a Piazza del Carmine.

Il sentimento tributatogli deriva anche dal considerarlo come l’unico dei grandissimi che non è mai andato via dalla nostra città, dove ha sempre vissuto e dove è morto, a differenza di Eduardo e di Totò.

Nell’autobiografia si legge che uno dei piaceri, negli ultimi mesi di vita di Taranto, era quello di uscire di casa e di passeggiare per via dei Mille, e di essere ancora fermato, non solo dai suoi coetanei che lo ricordavano negli anni d’oro, ma anche dai ragazzi che riconoscevano in lui l’attore nei film che venivano riproposti in TV e che facevano a gara per offrirgli il caffè.

Lo slancio e le ovazioni, che ricordo a ogni uscita al proscenio alla fine degli spettacoli al teatro Sannazaro, erano il segno che veniva stimato veramente come l’ultimo eccezionale esponente del teatro, e non solo a Napoli. Credo che ancor oggi, e ce lo dirà il successo editoriale di questa autobiografia, i napoletani lo ricordino con grande commozione.»

«Cosa ti direbbe Nino Taranto, se avesse come me una copia di questo libro tra le mani?»

«Ne sarebbe molto contento, in primo luogo perché è completamente frutto dei suoi ricordi, delle sue riflessioni, della sua infinita ironia e della sua profonda pietà.

Sarebbe poi contento del lavoro che l’amatissimo figlio Raimondo ha fatto sul materiale lasciato e dell’ultimo capitolo scritto con intensa partecipazione.

E penso che la sua contentezza sarebbe motivata anche dal fatto che proprio due napoletani, il curatore e l’editore, abbiano, con assoluto rispetto e con profondo amore, voluto questo libro in tutte le librerie

«Grazie, Diego! …e, direi, grazie, Nino Taranto!»

Mentre vado via, già comincio a leggere le prime pagine di questa storia di vita che si annuncia assai coinvolgente, non prima di essermi intenerita per una bellissima dedica scrittami da Diego Nuzzo…

Luciana Pennino

Le fotografie sono di Giancarlo de Luca