In una di quelle telefonate tra docenti, metà sfogo, metà corso di formazione peer-to-peer sulle buone pratiche didattiche, ieri, l’amica-collega mi confessa, e non senza sensi di colpa:

“Avevo anche pensato di proporre quel gioco, ai ragazzi, ma, senza LIM, è impossibile! Certo, potrei risolvere con delle fotocopie, ma figurati se a scuola me le faranno fare… Basta! Domani: dettato!

Chiudo la telefonata, e mi sento sconfitta.

Mi sento sconfitta perché vedo che la collega ha perso. Ha perso, vittima dalla sua stessa “reazione passiva”, di quell’attitudine sempre pronta a scattare troppo presto.

E non solo nei docenti.

Tutti: adulti e ragazzi, legati nel sacro vincolo di un sistema che, negando i mezzi, nega la possibilità di concepire e di attuare quei fini per i quali essi risultavano necessari.

L’assenza di strumenti paralizza, in un estremo tentativo di difesa in cui si smette di desiderare qualcosa non appena si siano riscontrate, o anche solo percepite, condizioni profondamente avverse. Istinto di conservazione dell’anima (quello del corpo è, ormai, superato), che rallenta il metabolismo dell’ambizione.

Certo, se il progetto didattico è forte, esso potrà “sopravvivere” anche in condizioni proibitive, ma non possiamo pensare che l’energia e l’entusiasmo iniziali si mantengano intatti.

E mentre i docenti si sentono dire da qualcuno che LIM, PC e videoproiettori sono solo orpelli insufficienti a mascherare una didattica lacunosa, vecchia signora goffamente imbellettata di pirandelliana memoria, continuando a confondere i fini con i mezzi, i ragazzi sommano a queste mancanze di strumenti esterni una parallela percezione di mancanza di risorse a loro interne.

Già, perché dobbiamo ricordare che, i ragazzi, molto spesso, avvertono una profonda scarsità di mezzi, in questo caso interni, reputati insufficienti al raggiungimento di uno scopo. Attenzione, non mi riferisco ad una sana insicurezza, ma ad un atteggiamento che, di fronte a qualcosa di nuovo, fa dire, senza dubbio alcuno, che “è impossibile”, e non semplicemente “difficile”, in un estremo tentativo di tutelarsi a fronte di risorse interne considerate drammaticamente insufficienti.

Vi ricordate il mio ultimo articolo, Un teleobiettivo chimato “Desiderio”, in cui ho accostato fotografia e didattica (per chi gli volesse ridare un’occhiata, eccolo qui: https://www.napoliflash24.it/un-teleobiettivo-che-si-chiama-desiderio/ )? Ebbene, ritorniamo allo stesso punto. Dammi uno strumento, e mi darai un’idea. Negami l’accesso alle risorse fuori-da-me, e ignorerò quelle dentro-di-me.

Sarai tu a dirmi se niente è (im)possibile.

A proposito dell'autore

Giovane docente appassionata di storie.

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