Ogni nuovo anno liturgico inizia nel nome di Maria. La donna che ha portato in grembo Colui che ha diviso la Storia dell’uomo, dando con la propria vita una chiave di lettura alla nostra.

Delle varie figure bibliche, Maria è quella che ispira tenerezza nell’animo di chi la cerca. In fondo l’Avvento e il Natale sono la celebrazione della maternità, espressione massima di un amore terreno che si fa divino.

Nell’ambito del “Caffè letterario”, il Centro Hurtado di Scampia ha ospitato Paolo Curtaz, teologo e scrittore, autore di “Maria coi piedi per terra”. Un tempo prete, oggi padre e marito, è un uomo innamorato di Maria, madre e sorella spirituale, non superdonna o divinità biblica.

Questo è il secondo incontro su Maria ospitato al Centro Hurtado. Nel primo c’è stata la presentazione del libro “Maria di Nazareth” di Adriana Valerio, teologa e docente di Storia del cristianesimo e delle chiese alla Federico II di Napoli, a capo del progetto internazionale e interconfessionale “La Bibbia e le donne”.

In percorsi e con stili diversi, entrambi hanno dipinto il ritratto di una giovane donna che vive in una piccola città segnata dalla violenza e dalla povertà. Curtaz ci invita a vedere Nazareth per quello che era realmente: un posto di periferia, abitato da persone che probabilmente pregavano Dio perché li liberasse dalle loro pene, tenendo bene a mente che Dio sceglie di farsi carne proprio lì, lontano dal centro, in mezzo al degrado, dentro alla povertà.  Per Curtaz, questa “normalità di Dio” spiazza quanto il “silenzio di Nazareth”, citando Pio XI. Nessun annuncio, né roboanti proclami. Gesù si fa strada nel silenzio del grembo materno così come nella banalità del quotidiano dei suoi primi anni di vita.

E’ Maria a compiere gesti forti: è lei che da il nome al figlio, Gesù, “Dio salva”. Glielo aveva annunciato l’angelo, ma quanto coraggio ci vuole ad annunciare al mondo un’attesa accettata, senza interpellare suo padre e suo marito, rischiando così il ripudio. Quanta determinazione c’è dietro una fuga rocambolesca e il girovagare col pancione in cerca di salvezza. Quanta forza ci vuole per partorire nella fredda solitudine di una grotta, lontana da tutto e da tutti. Adriana Valerio dice che Maria è l’archetipo del materno e del femminile in Dio, rappresenta l’accoglienza e il perdono, quindi la grazia.

Maria è chiamata a scegliere se credere o meno a quel figlio, che per Gerusalemme era un impostore. È la prima credente e la prima discepola. E crede fino alla fine. Fin sotto la croce. Andando oltre la croce, oltre la sofferenza, perché non è dal grado di sopportazione del dolore che si riconosce il vero cristiano. Così Curtaz. Anche nel Corano, Gesù, profeta, è “il figlio di Maria” e non viceversa. Così Valerio.

Fa bene al cuore la testimonianza di questa madre, che sopravvive alla morte in croce del Figlio. La madre dolorosa della Passione di Cristo sceglie di sopravvivere alla morte in croce del Figlio, vivendo da madre del redentore. Coredentrice nella testimonianza della gioia propria di chi sceglie il sacrificio, sceglie di farsi sacro: capire quanto ci sia di colpevole in noi e trasformare quella negatività in azione buona per sé e per gli altri. La gioia dell’Avvento è la gioia di un’attesa che trasforma. In questo tutti, donne e uomini, possiamo sperimentare la maternità, come “misericordia”. Parola che, in ebraico, ricorda la Valerio, ha la stessa radice di “utero”. È un “Dio con l’utero”.

Il figlio di Maria, in fondo, ci ricorda che Dio non è il giudizio, che porta alla croce, ma è la misericordia, che genera vita nuova. In Gesù, siamo tutti figli del Padre, agiamo tutti nel nome della Madre.

Approfondimenti utili

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