…che da oltre quattro secoli aiuta il popolo dei poveri e dei bisognosi.

Chi viene da me corre subito nella chiesa del ‘600 per ammirare il capolavoro del Caravaggio che dal 1607 ne decora l’altare: Le sette opere di misericordia. Non fu un caso la scelta del tema del quadro commissionato: era ciò che io rappresentavo! Non un edificio o un museo, ma molto di più: un’istituzione fondata per aiutare i tanti diseredati, emarginati e dimenticati del popolo napoletano, coloro che lottano ogni giorno per sopravvivere, ovvero il Pio Monte della Misericordia. Furono sette giovani nobili a crearmi, si chiamavano Cesare Sersale, Giovan Andrea Gambacorta, Girolamo Lagni, Astorgio Agnese, Giovan Battista d’Alessandro, Giovan Vincenzo Piscicelli e Giovanni Battista Manso. Nel 1601 iniziarono col riunirsi ogni venerdì all’ospedale degli Incurabili, dove prestavano assistenza agli ammalati. Ma le opere di carità aumentarono, come anche il capitale che avevano messo a disposizione dei bisognosi, e così, nel 1602, decisero di fondare un’istituzione per meglio concentrare i beni e organizzare come distribuirli ai disagiati, ed eccomi qua, da oltre quattro secoli, senza mai tradire la mia missione. In tanti vengono a visitare le innumerevoli opere d’arte che custodisco, non c’è solo il Caravaggio da ammirare tra le mie mura, ma centinaia di tele firmate da molti altri Maestri e tante altre opere d’arte. Per la verità la mia prima sede fu una piccola chiesa che, però, fu demolita nel 1653. Pochi anni dopo, nel 1658, fu ricostruita e intorno a essa prese forma l’edificio che oggi tutti visitate. Certo, qualche altro piccolo lavoro fu fatto in seguito, ma il grosso è rimasto com’era. Nel corso dei secoli in tanti mi hanno donato i loro beni e averi, certi che chi mi gestisce ne avrebbe fatto l’uso misericordioso per cui sono stato fondato. Nel 1782, per esempio, il celebre pittore Francesco De Mura mi lasciò in eredità ben 180 suoi dipinti affinché fossero venduti all’asta e il ricavato andasse in opere di beneficenza. E così fu, a eccezione di 33 quadri che ancora custodisco, perché dal 1914 è stato deciso di vietare la vendita di qualsiasi opera d’arte della mia collezione. Ma ciò non significa che abbia ridotto gli aiuti ai bisognosi, anzi, grazie alle innumerevoli donazioni degli associati e di privati, oltre che vostre, miei visitatori, che dal 2005, anno in cui fui musealizzato, accorrete sempre più numerosi, si sono moltiplicati. Grazie a ogni piccolo contributo, la mia opera di beneficenza cresce sempre di più, raggiungendo quante più anime in pena possibili. Oggi, grazie a una rete di associazioni, sono in grado di diversificare il mio aiuto e raggiungere le più differenti categorie di bisognosi: dai tossicodipendenti ai bambini poveri, dai malati oncologici ai diversamente abili, dalle ragazze madri agli emarginati, e potrei andare avanti ancora a lungo. Ma tra le mie mura c’è posto anche per i giovani artisti che non trovano luoghi dove esporre le loro opere, perché anche promuovere le attività culturali fa parte della mia missione. Dovreste vedere l’entusiasmo con cui questi giovani artisti propongono tele, disegni, sculture, fotografie etc., affiancate, tra le mie mura antiche, ai dipinti di Luca Giordano, Francesco De Mura, Andrea Vaccaro, Jusepe De Ribera, Bernardo Cavallino, Mattia Preti e tanti altri. E poi ci sono i visitatori provenienti da ogni angolo del mondo, con le loro guide pronte a rivelare curiosità circa il costo del quadro del Caravaggio, per esempio. Che storia! Costò 400 ducati, una cifra notevole, ma il capolavoro colpì tutti a tal punto che fu deciso, praticamente subito, che non fosse venduto ad alcun prezzo e fosse conservato sempre nella chiesa; inoltre ne fu vietata la copia, tranne rarissime eccezioni tra cui una eseguita da Battistello Caracciolo. Sembra che la commissione a Caravaggio, in fuga da Roma dov’era accusato di omicidio, fu data grazie a Luigi Carafa-Colonna, che a quel tempo era un aderente alla mia congrega e la cui famiglia proteggeva la fuga del Merisi. Vi rivelerò un’altra curiosità: conservo ancora il mandato di pagamento per il quadro, in cui si dice che al Maestro spettano 370 ducati a saldo dei 400 previsti. Ma anche Luca Giordano, per il suo dipinto Deposizione di Cristo, chiese 200 ducati, e pensate che la sua tela andava a sostituire la Sepoltura di Cristo di Giovanni Baglione, ora esposta nella mia Quadreria, che era costata 120 ducati. Però non ci sono solo quadri da vedere tra le mie mura. La cappella, il cui ingresso è di fronte alla scala che conduce alla navata destra del duomo di Napoli e alla guglia di san Gennaro, è decorata con sculture di Andrea Falcone, figlio del più celebre Aniello, e sembra che i disegni fossero di Cosimo Fanzago. C’è anche la biblioteca, in cui custodisco 17.000 volumi di importanza storica, e la neonata sezione contemporanea, dove artisti moderni come Mimmo Jodice, Jannis Kounellis, Anish Kapoor e Gordon Douglas, solo per citarne alcuni, hanno reinterpretato il mio reale e primario compito: la misericordia. Ed è questo che non bisogna mai dimenticare: la mia missione di carità, che da secoli mi permette di aiutare il popolo partenopeo grazie alla generosità di tanti benefattori. Tra essi ci siete anche voi, napoletani, italiani e stranieri, che spesso pensate, venendo da me, di far solo visita a un bel museo, ma quando lasciate le mie antiche mura, invece, scoprite di aver ammirato, sì, la bellezza dell’arte, ma ancor più gratificante è stato scoprire che insieme a me siete stati di sostegno a chi, ancora troppo spesso, dipende solo dal nostro aiuto.