Quando si dice teatro si dice Napoli. Qui infatti sono nate le note maschere della Commedia dell’Arte, come Pulcinella. La teatralità scorre nel sangue di ogni napoletano dalla nascita e il primo palcoscenico naturale è la strada. È il confronto colorito tra le donne da un balcone all’altro, un mix di gestualità, lingua e musicalità. È quindi particolarmente interessante la scelta messa in campo dal Napoli Teatro Festival di portare spettacoli, danze ed eventi direttamente all’aperto dove da sempre si è espresso al meglio l’estro dei napoletani.

Per la sua dodicesima edizione, il Festival propone un programma ricchissimo fatto di oltre duecento eventi. Noi di Napoliflash24 abbiamo intervistato Ruggero Cappuccio, direttore artistico della manifestazione. Cappuccio è un artista che ha un percorso creativo fecondo e originale. Un artista da riflessioni profonde e delicate. Un artista che ha saputo trasmettere, durante una chiacchierata dalla quale non ci si vorrebbe congedare, il suo amore nei confronti del teatro.

Qual è il messaggio che lancia il Napoli Teatro Festival?

Qualche anno fa il Napoli Teatro Festival lanciava questo messaggio: chi può venire venga. Un biglietto costava 34 euro e ci si rivolgeva a strati sociali che potessero consentirsi un costo del genere. Oggi il biglietto costa 8 euro, per gli under 30 il costo è di 5 euro e per i pensionati che dispongano solo della pensione sociale l’ingresso è gratuito. Il messaggio dunque non è più “chi può venire venga” ma “chi vuol venire venga”. E questo è un messaggio di sincerità che si sposa con la mia idea di cosa sia la cultura. Sentiamo spesso dire che la cultura è un servizio, però se la cultura è un servizio come la sanità, e quando ci ricoveriamo non paghiamo le strutture pubbliche, non capisco perché si debba pagare così tanto quando si entra in un teatro. Siccome gli italiani pagano le tasse e da quelle tasse viene prelevato ciò che diventa risorsa per attivare le manifestazioni culturali non è giusto che si paghi due volte il biglietto: prima con il 740 dichiarato e poi al botteghino. Quindi il messaggio che il Festival lancia è un messaggio di partecipazione ma non di carattere estetico, fittizio; è un messaggio di partecipazione autentico.

Possiamo dire che c’è un investimento corposo da parte della Regione Campania?

La Campania fa un investimento forte sul fronte di un festival di teatro. Non c’è nessun’altra regione che investa 6 milioni di euro su questo genere di festival.

Possiamo anche dire che la riduzione dei costi ha dato la possibilità a chi non ha grandi possibilità economiche di poter accedere alla cultura?

Assolutamente sì. Devi considerare che se hai una tessera Feltrinelli o se compri una copia di Repubblica il biglietto da 8 euro diventa 4. Il biglietto di 5 euro diventa 2.50 euro. Quindi si tratta di agevolazioni molto sensibili.

Giunto alla sua dodicesima edizione, il Napoli Teatro Festival è diventato ormai un appuntamento prezioso per la realtà teatrale. Come direttore artistico sente questa responsabilità?

Io sento sempre la responsabilità delle cose che faccio. Ne sono contento perché tutte le volte che noi sentiamo una responsabilità vuol dire che stiamo lavorando in maniera sensibile.

Cosa rappresenta per lei il teatro e qual è la funzione che esso assolve?

Il teatro è un anacronismo immortale. Fondamentalmente chi non va a teatro vive una volta sola. Chi va a teatro c’era già quando 5 mila anni fa Edipo si innamorò di sua madre e c’era già quando Romeo e Giulietta morirono per amore. In realtà il teatro è un anacronismo immortale perché esplora molte epoche e molte vite. Io sono appassionato di anacronismi. Attenzione però, perché l’anacronismo può riguardare qualcosa che rispetta il presente. Qualcosa che avvertiamo come passato. Ma l’anacronismo è anche qualcosa che rispetta il presente e avvertiamo come futuro. Quindi il teatro è sempre più indietro e sempre più avanti di ciò che stiamo vivendo. Questo perché da un lato ha la grande capacità di attivare la memoria e dall’altro lato ha la grande capacità di attivare la prospettiva. Nello stesso tempo però il teatro ha anche una fortissima dimensione del presente perché è l’unica forma d’arte in cui i vivi che sono sul palcoscenico parlano con i vivi che stanno in platea. Non c’è un’altra forma d’arte tra vivi e vivi. Tutte le altre forme sono mediate. Quando guardiamo un film, ad esempio, stiamo guardando immagini che sono contenute in una celluloide. Il teatro, dunque, si fonda su una duplice energia che viene attivata dal pubblico e dagli attori in quegli stessi istanti. Un avvenimento che riguarda fortemente il presente, che viene dal passato e che va verso il futuro. È un’energia circolante.

Sento di ringraziarla per queste riflessioni così delicate e profonde.

Vede, il teatro è una psicoanalisi inversa: l’analista cerca di razionalizzare, mettere luce e tradurre i simboli che sono in un sogno. L’attore non chiede questo. Chiede di sognare insieme a loro. Mentre l’analista traduce i simboli, il teatro li moltiplica perché chiede alla fantasia del pubblico di aggiungere elementi a quel sogno. Il teatro, dunque, è anche una garanzia di immaginazione.

Possiamo dire che il teatro riesce a far conoscere una parte di sé e che riesce a tirar fuori una parte che nel quotidiano non viene mostrata?

Assolutamente sì. È una forma irreale che non attiva l’abitudinarietà del quotidiano ma attiva i segreti immaginativi della nostra interiorità. È difficile che uno pensi sentimentalmente come la Giulietta di Shakespeare però è interessante per due ore pensare in quel modo. È interessante perché ci fa scoprire una parte di noi che non sospettavamo di avere e che poi scopriamo di avere.

34 giorni di programmazione e oltre 200 appuntamenti con il teatro, la danza e la musica. Una riflessione su uno spettacolo a cui tiene particolarmente.

I lavori a cui tengo sono più di uno. Quello che posso dire è: lasciamoci incuriosire dalle cose che non conosciamo. Penso che la spina dorsale della vita sia la sorpresa. Andiamo a vedere anche le cose che non conosciamo. Se nella vita pensassimo di sapere quello che ci accadrà nei prossimi 20 anni la nostra vita sarebbe interiormente finita. Diventerebbe una noia mortale. Vediamo gli artisti che stimiamo e andiamo anche a scoprire quelli che non conosciamo. Mi asterrei dal dare consigli. Direi piuttosto che mi interessa molto la nuova sezione che ho creato quest’anno relativa al teatro per ragazzi. Ecco, si vada a vedere anche il teatro per ragazzi. Si portino i propri figli a vedere il teatro per ragazzi, perché c’è una dimensione che può essere anche liberatoria o momentaneamente liberatoria rispetto all’aggressione delle mediazioni dei rapporti che passano attraverso i telefonini, i computer e attraverso un mondo molto utile. Ma utile è una cosa umanità un’altra.

Si chiude qui una chiacchierata dalla quale si esce arricchiti.