Intervista a Giuseppe Divaio ideatore di #napoliphotoproject, (https://instagram.com/napoliphotoproject) fenomeno internazionale del social network e in particolar modo di Instagram con quasi 30 mila seguaci.

Due volte utente suggerito“Two time suggested used” e tutto rigorosamente “Made in Napoli”.

Giuseppe Divaio classe 1981 nato a Piscinola, periferia Nord di Napoli, a due passi da Scampia. Dai suoi 1,82 di altezza, di passi ne deve aver fatto più di due per uscire “dall’ombra nera del Vesuvio” dove molti ragazzi si siedono e guardano solo da lontano il loro “posto al sole”. Di stare nell’oscurità, a Giuseppe Divaio, uomo aperto socialmente e mentalmente non andava giù, così armato solo delle sue capacità, ha avuto la possibilità e la forza di reinventare il suo destino andando verso la luce. Oggi descrive, con quella luce, giornalmente la sua Napoli,  mostrandola attraverso le sue fotografie al mondo.

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Che cosa è successo prima e dopo il tuo diploma?

Ho frequentato la scuola in periodi abbastanza “dislivellati” della mia vita.  Dopo il mio diploma e anche prima, la mia strada fu molto “poco equilibrata”: un classico dei ragazzi di giovane età che vivono una grande città con molti problemi come può essere la nostra.

Quando hai capito che la fotografia era una strada, un’opportunità?

Probabilmente ho capito che la fotografia era una strada a undici anni, però “come l’ho capita così”, l’ho dimenticata.  Ho ritrovato da poco una foto fatta nel 1991, all’epoca avevo dieci anni, era una composizione del panorama del porto d’Ischia, ed era evidentemente già molto attuale per quanto riguarda anche la mia visione fotografica. Sfortunatamente per me nessuno si accorse di quella fotografia, che probabilmente per l’età che avevo, era straordinaria. Così la mia propensione verso il mondo della fotografia ha avuto un brusco stop. Devo dirti però che sono partito anche molto tempo prima, con il disegno. Da bambino, ancora oggi mi raccontano che ero bravissimo, nei miei ricordi ci sono delle conferme perché in ogni posto che andavo, scuola o altro, qualsiasi lavoro che comprendesse dei disegni chiamavano, me senza far nessun tipo di selezione. Altro fatto che mi conferma questo, che in ogni scuola andassi non passava molto tempo che il Preside mi chiamasse e mi volesse convincere a tutti i costi di frequentare un indirizzo artistico ma io non ho mai voluto farlo. La vita poi mi ha portato su altre sponde in altre dimensioni che centrano poco con l’arte. 

Sei un fotografo affermato sul territorio di Napoli, ce ne parli?

Sì, sono un fotografo affermato sul territorio di Napoli nel senso che il mio nome in due anni ha avuto un’evoluzione straordinaria per quello che è stato il mio percorso, ma non solo su Napoli, io sono riuscito a uscire anche dal confine cittadino attraverso l’uso corretto del social network in particolare di Instagram, che mi ha dato visibilità a livello mondiale, infatti, sono stato due volte utente suggerito “Two time suggested used” e proiettato in tutto il mondo, addirittura le mie foto sono state definite da Instagram “straordinarie” e sono considerato come uno dei membri di un importante parte della comunità, formata 300 milioni di persone.  

Quando hai iniziato a portare “la fotografia” nelle scuole di Napoli?

Ho iniziato a portare la mia fotografia nelle scuole quando ho iniziato il mio percorso nel sociale. Realizzando dei reportage, tra l’altro è una cosa che farò sempre e per sempre. I reportage parlavano del sociale ma questa volta non volendo cercare per forza le negatività ma anzi rilevando le positività, che sono per quanto mi riguardano all’ottanta per cento, rispetto al venti per cento di negatività in città.

Il 20 Aprile ti abbiamo seguito all’istituto Alberghiero Vittorio Veneto di Scampia, i ragazzi erano partecipi ed entusiasti di come raccontavi la fotografia, utilizzavi termini semplici, parlavi la loro lingua. Hai dato un’opportunità a tutti, senza possedere una costosa reflex, di fare fotografia, contestualizzandola. Ci racconti di queste tue iniziative?

Sì sono stato molto contento di averti avuto con me all’Istituto Vittorio Veneto, che è una scuola che sto frequentando ultimamente alla quale sto dando un contributo per quanto riguarda la trasmissione delle conoscenze, in questo caso le mie, ed è fondamentale farlo in un modo non molto dettagliato, perché bisogna capire che i ragazzi non hanno delle base tecniche.  Io voglio dare immediatamente degli strumenti per fargli realizzare delle cose in modo semplice e immediato, provando a entusiasmarli con parole semplice piuttosto che allontanarli con i paroloni.  I ragazzi erano entusiasti e lo furono dalla prima volta, infatti, dopo la nostra “chiacchierata” che a me piace definire dialogo, fecero un coro da stadio per farmi rimanere altri dieci minuti. Per me fu una cosa straordinaria, meravigliosa. La scuola in seguito m’informò che non era mai successo prima, ma questo credo non sia un mio merito ma è merito dello strumento che porto, quello fotografico, artistico, e visivo che tutti noi abbiamo un poco sviluppato.  Il senso di voler mostrare qualcosa e farsi accettare attraverso quello che facciamo.

 I miei termini semplici sono riferiti per questo. Dare la possibilità a tutti di provare a tirar fuori quello che tutti hanno dentro perché siamo esseri viventi straordinari dotati di un’intelligenza superiore che in genere non sfruttiamo appieno. Per quanto riguarda la contestualizzazione di cui parli per gli strumenti, io metto sempre al primo posto il PENSIERO più che lo strumento, perché come puoi vedere e come tu sai,  la cosa che conta più nell’arte visiva è l’immagine, quindi se ci soffermiamo di più su questo pensiero e proviamo a dare più importanza a sviluppare l’immagine, piuttosto che a dare importanza al tipo di strumento, allora abbiamo fatto un primo passo. 

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Sei la dimostrazione che si può fare molto e bene anche con pochi mezzi.  Ci parli di questa tua forma di autodidattismo?

La prima cosa su quale dobbiamo fare riferimento sono le nostre potenzialità come uomini e sulla nostra volontà.  Avere accesso anche a metodi accademici che possono essere studi universitari o scolastici di qualsiasi tipo, non è un male ma è qualcosa che va ad accrescere le nostre conoscenze, ma per quanto mi riguarda, non dovrebbe essere l’unico canale, anzi il canale preferenziale per avere accesso alla conoscenza dovrebbe essere la nostra volontà, d’accordo con le nostre esigenze e le nostre passioni.

 Se avessimo avuto un “Giuseppe Divaio” nelle nostre scuole a indicarci una via nelle arti visive, credi che la tua vita, e quella di tutti coloro dotati di un’anima artistica, sarebbe stata diversa?

Ti posso dire che sono stato il primo che non ha avuto nessuno che m’indirizzasse o spronasse a capire cosa potevo fare, ma questo non vuol dire che ci dobbiamo fermare, ognuno di noi a prescindere da me, nel suo piccolo possa dare un contributo, con un esempio, come diceva Ghandi <Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo> quindi evidentemente laddove riusciamo a fare qualcosa per qualcun altro, non stiamo facendo niente di straordinario, ma probabilmente stiamo seguendo solo il nostro normale processo biologico, noi siamo esseri con un’identità sociale, quindi ogni volta che facciamo qualcosa di buono per qualcun altro il nostro livello sociale cresce. 

Ci parli del tuo famoso progetto Napoli Photo Project?

Napoli Photo Project è nato due anni fa, esclusivamente come progetto fotografico su Napoli. Avevo l’esigenza all’epoca di far qualcosa per la mia vita e di dare un senso alle foto che facevo, che fino allora avevano poco equilibrio, erano un po’ sparse.  Così ho iniziato a fotografare Napoli e attraverso delle didascalie, a raccontarla.  Nel frattempo nel giro di due anni questo progetto ha avuto un’evoluzione per quanto mi riguarda straordinaria perché dalla fotografia siamo passati al video, che fa parte sempre dello stesso settore per poi addirittura sfociare nella scrittura. Questo progetto mi ha dato nuova linfa vitale per andare sempre più avanti.

A cosa stai lavorando?

Ora sto lavorando a due progetti che riguardano la scrittura di due libri: il primo tratta dell’uomo e il suo processo biologico fino ad arrivare alla sua salute mentale; il secondo parla di Napoli, attraverso le sue storie ed anche attraverso una mia biografia, partendo dal mio vissuto fin da bambino, passando per le storie che ho avuto, le persone incontrate, e le foto che ho scattato. Sto lavorando anche a un progetto che coinvolge degli imprenditori inglesi che hanno scelto me per delle foto in Campania e in Inghilterra. Porto avanti Napoli Photo Project e sto lavorano in questo momento al percorso scolastico che stai vedendo, un progetto di trasmissione degli strumenti, che in termine più povero si chiama insegnare. 

Progetti?

Sto mettendo in piedi una struttura per portare avanti questo tipo di attività sociale, e per portare avanti iniziative fotografiche che coinvolgano altri ragazzi. Con te Paola, stiamo ideando dei Tour che inizieranno senz’altro da Scampia per una linea di partenza con Napoli Photo Project che nacque in un piccolo studio di Piscinola, dove la mia idea rimbalza tuttora tra le mura dello stesso studio.

Paola Aucelli

Foto: Anima & Foto www.animaefoto.com