Napoli: passione e morte, gioiello sottovalutato dell’Italia

Vibrante, caotica e gloriosamente fatiscente, Napoli è un luogo dove la vita, il romanticismo e la morte sono intrecciate con passione.

C’è molto da vedere nel Museo Archeologico di Napoli, che non è vietato. Ci sono le sculture classiche delle collezioni Farnese. Ci sono i mosaici romani di Pompei, come i dipinti, che offrono una panoramica molto elegante del mondo antico. Ma é così prevedibile, guardando con aria colpevole oltre la mia spalla, ho furtivamente dato uno sguardo nella galleria laterale conosciuta come il Gabinetto Segreto, la camera segreta che contiene arte pornografica di Pompei.

Prima della caduta del sipario della cenere, sembra che gli abitanti di Pompei fossero gente abbastanza vivace. Ci sono menages a trois, quattre etc. C’è Pan che copula con entusiasmo con una capra e Leela nell’abbraccio del suo cigno. C’è una bella ragazza nuda che monta il suo amante in una posizione che era probabilmente conosciuta come il “cocchiere” in epoca romana. In particolare mi piace il tipo che lotta con il proprio fallo, che sembrava che sembrava essersi rivoltato contro di lui come una bestia selvaggia.
A Roma, Firenze o Venezia, ci sarebbero code e biglietti e folle di persone gomito a gomito,  che  ignorano gli avvertimenti “Niente foto”. Ma qui a Napoli, mi sono trovato da solo nel Gabinetto con le fanciulle agili e dei satiri rampanti. Quando finalmente mi sono allontanato a fatica per vagare per le principali gallerie, ho trovato solo altre due persone, una coppia di studenti italiani. Non sembravano molto presi dalle monete del tardo impero. Erano insieme su una panchina di pietra, i loro arti ed eventualmente il loro futuro, intimamente intrecciati.

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Per chi conosce Napoli, la mancanza di visitatori è sia uno dei misteri, che una delle gioie della città. Immaginate di alzarvi a Firenze e scoprire che nessun altro ha avuto il buon senso di inserire la città nei loro itinerari confezionati. Agli Uffizi non ci sarebbe più una crisi della gestione della folla. Ci sarebbe la beatitudine.
Naturalmente, bisogna essere cauti dire che a Napoli sia beatitudine. Firenze sembra un convento a paragone. Questa non è una città di moderazione; le tradizioni estreme di Pompei, proprio intorno alla baia, sono ancora vive qui. Le voci sono forti, i saluti chiassosi, le pizze favolose, la gloriosa architettura, i riti religiosi strani.  E i falli nel museo archeologico sono dotati di ali di Cupido e campane finali.

Le pareti seppia di Napoli ‘si dicono molto sulla città. Esse sono dedicate alla passione e alla morte. Parleremo  della morte in seguito, com’è d’uopo. Ma la passione è ovunque – le coppie che si abbracciano, gli sguardi civettuoli, i graffiti infelici. Le pareti di Napoli sono affollate con le dichiarazioni d’amore mozzafiato. Ti Amo, Maria, ti amo, Maria. Tu sei il mio destino, Luca. Sposami, Gabriella. Sogno dei tuoi baci, Livia. Aspettami, Marco.

In questa atmosfera inebriante, mi sono innamorato di Napoli. Nessuno avrebbe accusato il centro storico, il vecchio centro storico, di essere bello, ma è oscuramente e meravigliosamente bello.  E’ anche crudo, passionale, segreto, generoso, fatiscente, glorioso, vibrante, e sfacciatamente corrotto e corruttore.
Amo la teatralità, il caos orientale delle sue strade, l’architettura che ha avuto inizio con gli antichi greci e si è conclusa con il Barocco. Amo il grasso, i vocali napoletani sensuali. Amo i bar trasandati dove il caffè viene servito zuccherato; le pasticcerie con le delicate sfogliatelle piene di panna; le friggitorie, con i loro ruggenti forni a legna e gorgoglianti pizze; il dorato, gli specchi smussati e i dipinti di bellezze Belle Epoque del Caffé Gambrinus; la stravaganza del Teatro dell’Opera, il più antico d’Europa, in cui Verdi era una volta direttore musicale e Caruso, un napoletano, non fu ben accolto e giurò di non tornarvi.

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Ma ciò che più ho amato era la sua resistenza al conformismo. Ci sono quartieri eleganti e alla moda come Chiaia, dove belle persone sfilano tra boutique costose e caffè eleganti. Ma il cuore pulsante di questa città, i vecchi quartieri del centro storico, i palazzi fatiscenti, le stradine anarchiche, non sono state sterilizzate con wine bar alla moda e rami di Zara. Napoli era ‘shabby chic’ prima che la frase fosse stata inventata. E rimane ostinatamente se stessa. Cercando di adattarsi al conformismo metrosexual sarebbe come cercare di  far modellare Boris Johnson dei prodotti per capelli maschili.

Quello che manca alla città in magazzini con nomi internazionali, viene compensato in tesoro artistico. Al Museo Archeologico, una volta che ti sei riuscito ad allontanare dalle delizie del Gabinetto Segreto, trovi che i mosaici raffinati e dipinti di Pompei sono tra i più bei artefatti romani in Italia. Fino al Museo di Capodimonte, l’ex Palazzo Reale dei Borboni, dove trovi gli splendidi Riberas e El Grecos e di Caravaggio l’oscura Flagellazione.
Giù nei fitti vicoli del centro storico, vi è un altro grande dipinto di Caravaggio – che era a Napoli in fuga da un’accusa di omicidio a Roma – nel Pio Monte de Misiercordia: la sorprendente e complessa ‘Sette opere di misericordia’. Continuado a camminare nella Cappella Sansevero si trova la figura struggente di marmo del Cristo velato; il dettaglio del drappeggio sopra il suo corpo è un virtuosismo tipicamente napoletano.
Intorno alla cappella vi è una collezione di statuine che illustrano le virtù. Non ho potuto fare a meno di notare che non c’era nulla di molto modesto sulla modestia. Il materiale impalpabile della tunica trasparente che adagia sensualmente sui capezzoli era molto più erotico di ogni altra cosa al Gabinetto.
Come una metafora del luogo, indice della complessità e del multistrato, ci sono vasti mondi sotterranei sotto i marciapiedi napoletani. In un piccolo appartamento fuori Vico Gigante, ho trovato la botola sotto il letto di una donna anziana che porta ad un teatro romano, scoperto solo nel 2003. Presso la chiesa di San Lorenzo Maggiore ho seguito una rampa di scalini di 10 metri e di 2.000 anni per una strada di Roma-Neapolis. Sono passato per un panificio, un negozio di vino, sono entrato in una lavanderia e una banca. Mentre Pompei è inondata di gruppi turistici e guide ronzanti, ero solo qui con il mondo antico.

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Quando ho fatto ritorno a livello della strada, sono stato accolto a dei ragazzi che giocavano a pallone contro le pareti di un edificio del 12 ° secolo. Sopra di me i balconi erano decorati con il bucato, e indumenti intimi della nonna. Un gruppo di ragazze passando, gettavano occhiate di disprezzo ai giovani che sbavavano dietro di loro. Una Vespa apparve al’improvviso; sul sedile posteriore un uomo teneva in equilibrio un divano su braccia tese. La musica di una banda è improvvisamente è scoppiata dietro  l’angolo, ottoni a tutto volume e batteria martellante. Grondanti di sudore, uomini robusti portavano cartelli della Madonna. Sul retro c’erano le foto di un uomo recentemente scomparso. I musicisti erano buskers per i morti. Amici e parenti lasciano cadere le monete in un cappello e chinano il rispettosamente il capo a questa parata.

Napoli sembra ossessionata dalla morte cosi’come è con il sesso. Tra le dichiarazioni d’amore, avvisi di morte sono intonacati sulle pareti come vecchie pubblicità, con immagini sgranate del defunto. Annunciano date delle messe commemorative, pagate dalla famiglia, per l’anniversario della loro morte. A metà di Via dei Tribunali – l’antica strada romana che taglia in due il centro storico – ho trovato la chiesa della morte. Erbacce germogliate dalla facciata scura di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e teschi di bronzo arroccato su plinti sotto ringhiera in ferro. Mentre salivo le scale, un brivido mi ha attraversato la schiena. Potrei essere arrivato al castello di Dracula.

Preghiere per i morti sono centrali al cattolicesimo. Ma a Santa Maria la pratica della preghiera per i morti è stata vietata nel 1969. Si è scoperto che i fedeli, che s stavano facendo prendere la mano dal fervore delle loro devozioni, pregavano per i morti sbagliati.
In fondo alla navata, una guida ha aperto una botola e mi ha portato giù da una rampa di scale. In fondo siamo usciti in un’altra chiesa, una replica costruita direttamente sotto quello sopra. In questa chiesa sotterranea, i muri erano grigi e senza fronzoli; eravamo entrati nel dominio dei morti. Teschi mi fissavano dalle nicchie lungo le pareti tra un mucchio di ossa sbiancate. Intorno a loro ci sono preghiere e messaggi, sbiadite fotografie, fiori morti, gioielli di plastica. In un angolo lontano, una giovane donna preme la fronte contro i muri di pietra sussurrando i segreti del suo cuore ai morti.
Tradizionalmente questa chiesa sotterranea è stata un luogo di sepoltura per i morti anonimi, per coloro che sono morti senza famiglia o memoriale. Ho guardato giù attraverso le griglie, vero le tombe di questi indigenti. Un culto sviluppato attorno a queste anime intrappolate in purgatorio, una sorta di affare spirituale. La gente veniva a pregare per loro, per aiutare il loro passaggio in paradiso, in cambio, del loro aiuto nella ricerca di mariti, fertilità o fortuna.

Il Vaticano è intervenuto per porre fine a questa esaltazione indecorosa dei poveri, sottolineando che i fedeli avrebbero dovuto essere al piano di sopra a pregare per i santi, gli apostoli e la Vergine. Ma questa è Napoli, resistente alle autorità e ai firmatari ancora a scendere nelle chiesa sotterranea. La giovane donna aveva finito le sue preghiere e si è fermata per un attimo nella navata spettrale. Sembrava in difficoltà. La guida offre conforto, chiedendole perché era venuta. “Per amore,” ha detto. “Sono venuta per amore.”

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Guardando fuori alla baia ed il Vesuvio ed ancora più lontanoFu Goethe, innamorato di Napoli e la sua amante italiana, che ha reso popolare la frase “Vedi Napoli e poi muori”, promuovendo l’idea che nulla potrà mai mettere in ombra questa città. E ‘la baia, naturalmente, che attira la massima attenzione con un panorama che spazia dalla grande massa del Vesuvio, oltre la penisola sorrentina a Capri, inseguendo l’orizzonte come un fantasma.

Ma Goethe non parlava solo della baia. Amava la città, il caos entusiasta del centro storico, e la sua stravaganza in tutto: dal dolore all’architettura, dall’amore alla pasticceria. E’ tempo per i visitatori di riconquistarla.

Naples: Passion and death in Italy’s underrated gem

Vibrant, chaotic and gloriously dilapidated, Naples is a place where life, romance and death are passionately entwined. Stanley Stewart falls in love

There is plenty to see in the Naples Archaeological Museum that is not X-rated. There are the classical sculptures from the Farnese collections. There are the Roman mosaics from Pompeii, fine as paintings, which offer such an elegant insight into the ancient world. But oh so predictably, glancing guiltily over my shoulder, I have skulked into the side gallery known as the Gabinetto Segreto, the Secret Chamber. It contains the porn from Pompeii.

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Before the ash curtain descended, it seems the inhabitants of Pompeii were pretty frisky folk. There are threesomes, there are foursomes, there are moresomes. There is Pan enthusiastically copulating with a goat and Leela in the embrace of her swan. There is a naked lovely mounting her lover in a position that was possibly known as the “charioteer” in Roman times. I particularly like the chap wrestling with his own phallus, which seemed to have turned on him like a wild beast.
In Rome, Florence or Venice, there would be queues and tickets and unseemly rubbernecking crowds ignoring the “No Pictures” warnings. But here in Naples, I found myself alone in the gabinetto with the lithe maidens and the rampant satyrs. When I finally tore myself away to wander the main galleries, I found only two other people, a couple of Italian students. They didn’t seem very taken with the late Roman coinage. They were together on a stone bench, their limbs and possibly their futures, intimately entwined.

To anyone who knows Naples, the lack of visitors is both one of the mysteries and the joys of the city. Imagine turning up in Florence and finding that no one else had the sense to include the city on their packed itineraries. The Uffizi would no longer be a crowd-management crisis. It would be bliss.
Blissed-out Naples, of course, makes cautious, conservative Florence look and sound like a convent. This is not a city of restraint; the full-on traditions of Pompeii, just around the bay, are alive and well here. The voices are loud, the greetings boisterous, the pizzas fabulous, the driving atrocious, the architecture glorious, the religious rituals weird, and the policemen more fabulously turned out than a Gilbert and Sullivan rear admiral. And the phalluses in the gabinetto come with cupid wings and trailing bells.
Naples’ peeling sepia walls tell you a lot about the city. They are devoted to passion and death. We will come to death later, as we all must. But the passion is everywhere – the canoodling couples, the flirtatious gazes, the lovelorn graffiti. Naples walls are crowded with breathless declarations of love. Te Amo, Maria, I love you, Maria. You are my destiny, Luca. Marry me, Gabriella. I dream of your kisses, Livia. Wait for me, Marco.

Naples is “raw, passionate, secretive, generous, dilapidated, glorious, vibrant and unabashedly corrupt”
In this heady atmosphere, I fell for Naples. No one would accuse the centro storico, the old historical centre, of being pretty, but she is darkly and ravishingly beautiful. She is also raw, passionate, secretive, generous, dilapidated, glorious, vibrant, and unabashedly corrupt and corrupting.
I love her theatricality, the oriental chaos of her streets, the architecture that began with the ancient Greeks and ended with the Baroque. I love the fat, sensual Neapolitan vowels. I love the scruffy bars where coffee is served zuccherato, ready sweetened; the pasticcerie with the delicate sfogliatelle bursting with cream; the friggitorie, with their roaring wood-fired ovens and bubbling pizzas; the gilt, the bevelled mirrors and the painted Belle Époque beauties of the Café Gabrini; the extravagance of the opera house, the oldest in Europe, where Verdi was once musical director and Caruso, a Neapolitan, got such a poor reception he vowed never to return.
But what I most loved was her resistance to gentrification. There are smart and fashionable districts such as Chiaia, where beautiful people parade between expensive boutiques and elegant cafés. But the beating heart of this city, the old quarters of the centro storico, the crumbling palazzi, the anarchic streets, have not been sanitised with trendy wine bars and branches of Zara. Naples was shabby chic before the phrase was invented. And she remains stubbornly herself. Trying to fit her up for cool metrosexual gentrification would be like trying to get Boris Johnson to model men’s haircare products.

What the city lacks in stripped warehouses of international brands, it makes up for in artistic treasure. At the Archaeological Museum, once you have torn yourself away from the delights of the Gabinetto Segreto, the exquisite mosaics and paintings from Pompeii are among the most beautiful Roman artefacts in Italy. Up at the Capodimonte Museum, the former Bourbon Royal Palace, look for the splendid Riberas and El Grecos and for Caravaggio’s dark Flagellation.
Down in the dense lanes and alleys of the centro storico, there is another great Caravaggio – he was in Naples on the run from a murder rap in Rome – in the Pio Monte de Misiercordo: the startling and complex Seven Acts of Mercy. Up the street in the Capella Sansevero lies the poignant marble figure of the veiled Christ; the detail of the drapery over his body is a typically Neapolitan flourish of virtuosity.
Around the chapel is a collection of statuettes illustrating the virtues. I couldn’t help but notice that there was nothing very modest about Modesty. The gossamer material of her see-through blouse snagging sexily on her nipples was much more erotic than anything in the gabinetto.
Like some metaphor of place, some pointer to multilayered complexity, there are vast subterranean worlds beneath the Neapolitan pavements. In a small flat off Vico Gigante, I found the trap door beneath an old woman’s bed that leads to a Roman theatre, only discovered in 2003. At the church of San Lorenzo Maggiore I followed a flight of steps down 10 metres and 2,000 years to a street of Roman Neapolis. I passed a bakery, looked in on a wine shop, stepped into a laundry and a bank. While Pompeii is inundated with tour groups and droning guides, I was alone here with the ancient world.
Back on street level, boys were thumping a football against 12th-century walls. Above me the balconies were bannered with laundry, tiny thongs almost lost between granny’s bloomers. A group of girls passed, casting looks of casual contempt at the young men drooling in their wake. A Vespa appeared; the man riding pillion was balancing a sofa on outstretched arms.

A band suddenly burst around a corner, brass instruments blaring and drums pounding. Bathed in sweat, stout men carried banners of the Madonna. On the reverse were photos of the recently deceased. The musicians were buskers for the dead. Friends and relations dropped coins into a proffered hat and bowed their heads as this noisy memorial parade passed.
Naples seems as obsessed with death as it is with sex. Among the ragged declarations of love, death notices are plastered on the walls like old adverts, with grainy pictures of the deceased. They announce dates of memorial masses, paid for by the family, and performed on the anniversary of their death.
Halfway along Via dei Tribunali – the ancient Roman street that bisects the centro storico – I found the church of death. Weeds sprouted from the dark facade of Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco and bronze skulls perched on plinths beneath iron railings. As I climbed the steps, a chill seemed to descend on the street. I might have been arriving at Dracula’s castle.
Prayers to the dead are central to Catholicism. But in Santa Maria the practice of praying to the dead was banned in 1969. It turned out that the worshippers, who were getting out of hand with the fervour of their devotions, were praying to the wrong dead.
At the back of the nave, a guide opened a trap door and led me down a flight of stairs. At the bottom we emerged in another church, a replica built directly beneath the one above. In this underworld church, the walls were grey and unadorned; we had entered the domain of the dead. Skulls stared at me from the niches around the walls among a litter of bleached bones. Around them were petitioning messages, faded photographs, dead flowers, plastic jewellery. In a far corner, a young woman pressed her forehead against the stone walls murmuring the secrets of her heart to the dead.
Traditionally this church underground has been a burial place for the anonymous dead, for those who died without family or memorial. I gazed down through grilles in the floors at these paupers’ graves. A cult developed around these souls trapped in purgatory, a kind of spiritual bargain. People came to pray for them, to help their passage to paradise. In return, the living sought their help in their quest for husbands, fertility or good fortune.
The Vatican stepped in to put a stop to this unseemly glorification of the poor, pointing out that worshippers should have been upstairs praying to the saints, the apostles, the Virgin. But this is Naples, resistant to authority, and the petitioners still make the descent to the underground nave. The young woman had finished her prayers and stood for a moment in the ghostly nave. She seemed distressed. The guide offered comfort, asking why she had come. “For love,” she said. “I have come for love.”

Looking out to the bay and Vesuvius beyond
It was Goethe, in love with Naples and his Italian mistress, who popularised the phrase “See Naples and die”, promoting the idea that nothing could ever outshine this city. It is the bay, of course, that prompts the greatest swooning with a panorama that stretches from the great bulk of Vesuvius, past the Sorrentine peninsula to Capri, stalking the horizon like a ghost.
But Goethe wasn’t just talking about the bay. He loved the city, the enthusiastic chaos of the centro storico, and its capacity for extravagance in everything from grief to architecture, from love to pastries. It is time for visitors to reclaim it.
Naples essentials

The Telegraph

traduzione

Simona Caruso