In un tempo imprecisato nel mito c’era una sirena di nome Parthenope, era una delle figlie della ninfa Calliope e del fiume Acheloo, trasformata per metà in uccello, insieme alle sue sorelle, Leucosia e Ligea, dalla dea Demetra perché, e qua ci sono diverse versioni, non difesero la loro amica Persefone dal temibile Ade; chiesero alla dea Demetra di trasformarle per metà in uccelli per poter cercare meglio la loro cara amica Persefone; volevano preservare la loro castità. Divenute per metà uccelli furono costrette però a nutrirsi di uomini e per mangiarli li incantavano con le loro soavi voci, l’unico che non riuscirono ad uccidere fu Ulisse e disperate decisero di suicidarsi. Le onde portarono i loro corpi in vari punti del Tirreno, quello della sirena Leucosia nel Cilento, esattamente a Punta Licosa, vicino a Castellabate, l’altra fu trascinata fino in Calabria a Terina, e l’ultima  Parthenope fu rinvenuta nel golfo napoletano, fu raccolto, sepolto e venerato.

Intorno al VII secolo a. C. dei Greci provenienti da Cuma decisero di fondare una nuova città commerciale, scelsero di costruirla su di un promontorio, Pizzofalcone, protetta da un misterioso fiume, il perduto Sebeto, e sorvegliata da una minacciosa montagna con il pennacchio, lo Sterminator Vesevo (il Vesuvio). Fondarono la nuova colonia vicino ad un’altra già esistente Pithecusa sull’isola di Megarite, oggi occupata dal Castel dell’Ovo.

I Greci decisero di chiamare questa nuova colonia Partenope dal nome della misteriosa sirena Parthenope – colei che ha nome di fanciulla – la cui venerazione, secondo vari studiosi, era già preesistente al loro arrivo.

Per tutto il VI secolo, la polis Partenope legò la sua storia alla polis Cuma. Cercarono di arginare insieme l’avanzata etrusca ma non ci riuscirono, Cuma sopravvisse ma Partenope decadde, forse distrutta dagli stessi Cumani. Dopo qualche anno di abbandono e la fine della minaccia etrusca, intorno al 470 a.C., gli stessi Cumani decisero di fondare una nuova città commerciale, la chiamarono Neapolis per non confonderla con Partenope ribattezzata Palaepolis, ossia città vecchia, che fu progressivamente inglobata nella città nuova.

La città cambiò nome, divenne multietnica e multiculturale, ma non smise mai di venerare la sua Parthenope.

Infatti il suo culto era così forte che fu omaggiata con “le corse lampadiche”- consistevano nel correre tenendo in mano una fiaccola accesa per tutta la durata della corsa- e con il sacrificio di due buoi probabilmente sulla sua tomba. Le fu costruito anche un monumento ma di esso non si sa nulla, né la sua ubicazione, né la sua struttura ma l’unico che ne parla fu Strabone secondo cui il monumento alla sirena Parthenope era visibile già dal mare, quindi doveva verosimilmente trovarsi vicino al porto greco ubicato, nell’Evo Antico, tra il Maschio Angioino e il Palazzo Reale.

Con la fine dell’Evo Classico anche il culto della sirena Parthenope cadde ufficialmente dell’oblio ma non il suo ricordo. Sopravviveva in mille modi nel cuore del napoletano e sopravviveva anche in uno dei dolci più buoni e famosi creati a Napoli, la pastiera, la cui origine si deve proprio all’omaggio che gli antichi abitanti facevano a Parthenope donandole i primi raccolti di primavera; secondo una versione, fu omaggiata porgendole la prima ricotta, il primo grano e il primo miele di primavera, ma durante la processione ci fu un bel capitombolo tra gli offerenti e questi ingredienti cadendo si mescolarono tra loro, nacque la prima versione di pastiera.

Non sorprende quindi che alla fine del XVI secolo quando lungo via dell’Anticaglia fu ritrovata una grande testa di donna fu subito indicata come la testa della sirena Parthenope, anche se per molti studiosi sarebbe l’erma di Venere.

Questa grande testa ribattezzata ‘A Cap – la testa-, fu restaurata e posta su una base per volere di un nobile napoletano, un certo Alessandro di Mele e collocata vicino alla chiesa di San Giovanni a Mare; fu più volte  danneggiata, poi restaurata, fu ricollocata in diversi punti della città ma non ebbe mai vita facile perché fu sempre coinvolta nella turbolenta storia napoletana. Perse più volte il naso a causa della rabbia dei partenopei durante le varie rivolte, ma, stranamente, non fu mai né distrutta né smantellata, era pur sempre la sirena Parthenope spirito protettivo della città che, nonostante i secoli, rimaneva vivo tra i vicoli.

Affrontò anche le due guerre mondiali per poi trovare finalmente la giusta collocazione nel 1962 all’ingresso del palazzo San Giacomo, sede del Municipio, mentre una copia è stata posta lì dove in principio era collocata, vicino alla chiesa di San Giovanni a Mare in prossimità di Piazza Mercato.

Una curiosità, ‘a cap ‘e Napoli ha anche un secondo nome, Donna Marianna, la cui origine non è chiara, forse i napoletani la chiamarono così in onore alla rivoluzionaria francese Marianne la cui memoria infiammò gli animi durante la breve Repubblica Napoletana del 1799, oppure, secondo altri, il nome si deve al fatto che per un breve periodo fu collocata vicino alla chiesa di Santa Maria dell’Avvocatura, vicino a piazza Dante, dove si venerava il busto di Sant’Anna, da qui Maria-Anna, diciamo che sono due ipotesi opposte ma mostrano come i napoletani con il loro fare originale sono affezionati al loro passato tanto da dare un nome ad una testa come se fosse una persona.

Sicuramente il grande testone è stato usato anche per schernire chi aveva la testa grande o sproporzionata, ma oggi è solo ‘a cap ‘e Napoli, è la testa della sirena Partenope a cui il napoletano, nonostante il tempo, è affezionato.

Annalaura Uccella