I Personaggi, gli Scugnizzi, il film
Che cos’è il coraggio per un Napoletano? Gennarino Capuozzo, anni 8, dopo aver battagliato in tutti gli scontri a Santa Teresa, sale su una mitragliatrice sul terrazzo del convento delle Filippine e rimane lì a combattere per liberare Napoli fino alla morte.
Che cos’è il coraggio per un Napoletano? Vincenzo Baiani, 12 anni di Materdei, stava pure lui su quella sputa morte al convento e vi rimase fino alla fine. Che cos’è il coraggio per un Napoletano? Antonio Garofalo di Piazza Mazzini di anni 12, anche lui, su quell’inferno, stessa fine come molti, come tanti scugnizzi in tutta la città.
Che cos’è il coraggio per un Napoletano?
Mario Menichini, neanche venti di anni, soldato, corre col suo fucile incontro ad un camion pieno di Nazisti che sbuca da via Chiaia, scarica tutto il suo caricatore contro i nemici che avanzano e gli grida: “Jatevenne fetiente!”, mentre altri scugnizzi s’arrampicano sui tiger e si lasciano scoppiare nella cabina del carro armato“.
(Luigi De Rosa, recensione di “La lunga notte”
di Aldo De Gioia e Anna Aita)

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Dalla vittoria di Napoli, la Resistenza italiana traeva esempio e conferma della possibilità di condurre la guerra partigiana e di concluderla in concomitanza con le offensive decisive alleate, con l’insurrezione vittoriosa nelle grandi città.
Per quattro giorni, dal 28 settembre all’1 ottobre 1943, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga.
Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche (i fucili ’91 dell’altra guerra e perfino i moschetti dei balilla senza otturatori, che dovettero essere recuperati altrove), aumentavano di numero giorno dopo giorno. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città.
I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta.
« Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu d’allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana» (Luigi Longo: dopo l’8 settembre del ’43, diede vita alle Brigate Garibaldi. Vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, stretto collaboratore di Parri, fu tra i principali organizzatori dell’insurrezione nel Nord Italia dell’aprile del ’45)
Napoli che costringe i tedeschi ad abbandonare la città nella quale stavano per entrare le truppe alleate diventa ed è città-simbolo della Resistenza italiana ed europea, avendo pagato un tributo di morti e feriti e per questo le fu conferita la medaglia d’oro:
Con un superbo slancio patriottico sapeva ritrovare in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata in un impari lotta col secolare nemico, offriva alla Patria nelle Quattro Giornate di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria“.
Finiti i bombardamenti, le granate, i morti e il terrore, persino il Vesuvio, dopo una tremenda eruzione coincisa proprio con le quattro giornate, smise di fumare. “S’è levato ‘o cappiello“, dissero i napoletani, interpretandolo come segno di saluto alla rinascita che stava per cominciare.

Le quattro giornate 1

I ragazzi di via Nardones.
Riuniti in una cantina rifornita d’ogni armamentario, laddove i vicoletti di Montecalvario finiscono e si scende giù, fino a piazza Trieste e Trento a fianco di via Chiaia, decisero di agire contro i nazisti, e di farlo insieme per aiutare la città calpestata.
Mario Menichini, Pasquale Formisano, Vincenzo Baiano, Antonio Garofalo, Filippo Illuminato, Gennaro Capuozzo, amici di sempre, la sera del 26 settembre divennero i ragazzi di via Nardones.
La loro prima missione fu quella di raggiungere Capodimonte, dove s’erano rifugiati i soldati italiani, e costruire un collegamento col resto della città.
All’arrivo inatteso dei ragazzi andarono incontro i capitani Mario Orbitello e Vittorio Occhiuzzi. Volevano sapere come essere aiutati e come muoversi. “Vi procureremo noi le armi” gli risposero quelli, svelando il segreto della cantina. Il cammino per tornare indietro si rivelò assai rischioso, le ronde sorvegliano implacabili e i posti di blocco tenevano a guinzaglio i popolosi quartieri dell’Arenella, dei Colli Aminei e dei Camaldoli. Fu su uno di quei muri, che quei ragazzi, scugnizzi nell’anima e nel polso gridarono, a loro modo, la loro rabbia. “Abbasso i fascisti!“, “Morte ai tedeschi!” scrissero.
Nel frattempo la resistenza ai tedeschi era scesa in città, nel cuore storico di Napoli. Ormai era lì che si combatteva, vicolo contro vicolo, palmo contro palmo. Subito furono barricate. Con centinaia di napoletani pronti a combattere e i ragazzi di via Nardones in prima linea, a fianco dei più grandi. Pasquale Formisano e Filippo Illuminato scesero sulla barricata a via Chiaia, Antonio Garofalo si spostò a piazza Mazzini, Vincenzo Baiano a Materdei. Gennarino, il più piccolo di loro, si recò sulla barricata di via Santa Teresa degli Scalzi. Affrontando intrepidamente il piombo dei tedeschi, si fece largo tra il fumo della lotta e lì, lanciando una bottiglia incendiaria ed una bomba a mano contro il carro armato “Tigre“, cadde, senza vita, falciato dai colpi delle mitragliatrici.
Così moriva il più piccolo e il più scugnizzo di via Nardones. Il giorno dopo le fucilate naziste uccisero anche Filippo e Pasquale, e la stessa sorte toccò anche a Vincenzo Baiano. A quel punto il capitano Occhiuzzi chiamò all’appello Mario Menichini. Ora lui, il più grande della cantina, non poteva mollare. Il suo compito sarebbe stato quello di raggiungere il capitano Fadda. Morì anche lui, in via Roma dilaniato da una raffica di colpi.
(Ilcorsaro.info)

Lo splendido film di Nanni Loy

Partendo dal libro di Aldo De JacoLa città insorge: le quattro giornate di Napoli“, il regista Nanni Loy ci racconta l’insurrezione che mise in fuga i tedeschi da Napoli.
A metà strada tra il film documentario, il film storico e il dramma popolare, Le quattro giornate di Napoli ha preteso di dare degli avvenimenti napoletani del 1943 una rappresentazione il più possibile obiettiva, una ricostruzione il più possibile fedele, una interpretazione il più possibile storicamente esatta.
Lo splendido film di Nanni Loy del 1962 (Le quattro giornate di Napoli) rappresenta bene il momento in cui tutti insieme, popolani e borghesi, vecchi e ragazzini, donne ed uomini, ex soldati, decisero di ribellarsi e combattere.
Nanni Loy non ricostruì gli ambienti in studio, ma preferì coraggiosamente girare tutte le scene, anche quelle tecnicamente più difficili, nel dedalo di vie intorno a Piazza Carlo III, in una stazione della Funicolare di Montesanto, alla Sanità, a Piazza San Luigi, ai Ventaglieri, a Largo Tarsia, a Salita Pontecorvo, a Vico Rosario a Portamedina, al Rettifilo.
Tra i vari episodi narrati, è certamente documentato, quello dell’insurrezione dei piccoli ospiti della gloriosa “Casa dello Scugnizzo“.
Questi ragazzi senza casa, né famiglia, conducevano la loro esistenza nell’ospizio posto nel quartiere Materdei, tutto sommato sopportando come necessaria un’ospitalità che sapeva di segregazione. Ascoltando gli echi della battaglia e la conseguente vulnerabilità della via di fuga, decidono di lasciare l’ospizio e scappare. Ma un po’ per impulso, un po’ per gioco, un po’ per eroismo, si lasciano coinvolgere nelle vicende dell’insurrezione, lasciando molte vittime sul selciato delle strade cittadine, trasformate in estemporanei campi di battaglia. Uno degli scontri più violenti, di cui furono protagonisti questi giovani partigiani condotti dal direttore del Collegio, si svolse nella stazione Corso della funicolare di Montesanto.
Loy descrive, con la precisione e l’accuratezza di uno storico, ciò che accadde a Napoli tra il 28 settembre ed il 1 ottobre 1943, il sacrificio dei giovani e giovanissimi, la dura presa di coscienza dei militari di fronte al dissolversi dello stato, l’impegno degli intellettuali, la rabbia della tanta gente semplice.
I tanti interpreti che hanno voluto partecipare al film, dimostrano come all’epoca fosse ancor viva la memoria della sofferenza della città.

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Mai il regista chiama per nome i protagonisti della storia così Antonio Tarsia Incuria docente liceale capo dell’insurrezione nel quartiere Vomero è semplicemente “‘o professore” e l’ufficiale che si unisce alla rivolta (Gian Maria Volontè) è detto “‘o capitano“.
Si coglie nella pellicola lo spirito del popolo napoletano: oscillante continuamente tra dramma e commedia ed è per questo, infatti, che molti attori noti all’epoca per pellicole leggere sanno ben rendere anche nell’assoluta drammaticità e concitatezza delle situazioni, e altrettanto bene sanno inserirsi nelle infinite trame che tessono il canovaccio della vicenda.
Le Quattro Giornate di Napoli“, per giudizio unanime della critica e del pubblico uno degli autentici “cult movie” del dopoguerra italiano, è un film spettacolare, ricco di pathos, ben recitato e diretto, e conserva, ancora oggi, tutto il suo vigore espressivo ed il suo valore etico, costituendo una preziosa testimonianza storica per le generazioni future.
Un film per ricordare l’ansia di libertà allora e ora. Una testimonianza storica, non solo per la città di Napoli, ma per tutti quelli che rifiutano la guerra e che per la libertà e la propria dignità sanno combattere.

di Carlo Fedele

Le altre puntate le puoi leggere nella rubrica “La storia di Napoli”, oppure cliccando qui > http://www.napoliflash24.it/category/turismo-2/la-storia-di-napoli/