I nazisti costretti a scappare
I tedeschi tentano ancora di scendere da Capodichino e da Capodimonte, con un frastuono infernale di carri armati che vomitano rabbiose sventagliate di mitraglia. “Il loro fuoco – scrive uno dei combattenti – era semplicemente terrorizzante“. Dalla parte alta della discesa di S. Teresa, sebbene sottoposti a tempestose scariche di mitragliatrici e di fucili, essi tirarono a spazzare d’infilata la rampa di S. Polito, che dovette essere sgomberata da quasi tutti gli armati, salvo pochi animosi eroi. Giunti i Tigre allo sbarramento tranviario, trovandolo davvero ostacolato, manifestarono la loro rabbia con un inutile mitragliamento delle vetture.
Altri tedeschi con numerosi fascisti occuparono la masseria Pezzalonga da utilizzare come base per le incursioni- rappresaglia nei quartieri, e qui avvenne lo scontro finale con i patrioti vomeresi. Si combatté aspramente dalla prima mattina al tardo pomeriggio del 30 settembre. Una cinquantina di uomini si offrì per contrastare le iniziative tedesche. Alcuni giovani riuscirono ad aggirare lo schieramento nemico e a colpirlo alle spalle. A causa delle scarse munizioni i patrioti caddero uno dopo l’altro. Giunti nuovi e numerosi rinforzi, tedeschi e fascisti dovettero ritirarsi portando però con loro alcuni ostaggi, 12 dei quali vennero uccisi e 32 feriti.
Si combatte nei diversi quartieri per tutta la giornata facendo fronte ai ripetuti tentativi dei carri armati tedeschi che vogliono scendere in città con l’obiettivo, non più ormai di domare la rivolta, ma di liberare i loro camerati fatti prigionieri dai patrioti.
Temendo una spedizione punitiva, i partigiani organizzarono un posto di guardia sulla strada della Pigna, nei pressi di Soccavo. La previsione si rivelò esatta. La sera del 29 settembre un ronzio di motori mise in allarme i patrioti che erano di guardia, sistemati in una casetta rustica ad un piano. Diciotto autoblindo tedeschi e un carro armato con in testa delle moto e un’auto civile stavano avanzando lentamente e giunti all’altezza del posto di guardia lanciarono una bomba a mano e cominciarono a sparare. Iniziò un violento scontro che stupì i tedeschi per l’immediata reazione.
I tedeschi tentano un’azione in forza per reprimere l’insurrezione. Unità motorizzate situate al campo sportivo al Vomero fanno una sortita, riescono ad avere un provvisorio sopravvento in alcuni punti e catturano 47 cittadini che rinchiudono nel campo sportivo coll’evidente intenzione di servirsene come ostaggi.
I tedeschi spararono all’impazzata contro palazzi e persone, uccidendo 6 civili.

Napoli-1943-scugnizzi
Da questo momento per gli insorti il problema principale divenne la liberazione degli ostaggi. Si trattava di una operazione rischiosa, ma che andava affrontata per evitare un massacro. Il piano venne preparato con l’aiuto di un giovane ufficiale, Vincenzo Stimolo, di un anziano professore, Antonino Tarsia e di un pittore, Eduardo Pansini. Vene creato un Comitato Partigiano nel liceo Sannazzaro e Stimolo ne divenne il capo. Egli riuscì a raccogliere molti uomini e li dispose non solo intorno al campo sportivo ma anche sui tetti e alle finestre delle abitazioni vicine allo stadio.
Gli assediati mancavano d’acqua e cominciavano a scarseggiare di munizioni. Anche la situazione degli assedianti peraltro era tutt’altro che facile.
L’assedio dei patrioti venne completato in breve tempo, dopo poche ore, infatti, i tedeschi dovettero arrendersi e chiesero di poter negoziare la resa. Una delegazione di patrioti si recò presso il Comando Germanico per discutere con il temuto colonnello Hans Scholl.
Scholl aveva assunto tutti i poteri a Napoli sin dal 13 settembre del 1943; fu lui ad ordinare la consegna delle armi, il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino, la distruzione di complessi industriali, le rappresaglie contro militari italiani, l’evacuazione della fascia costiera e soprattutto la chiamata al servizio obbligatorio di lavoro delle classi tra il 1910 e il 1925.
Ai tedeschi venne chiesto l’immediato rilascio dei prigionieri, in caso contrario lo stadio sarebbe stato immediatamente attaccato. Scholl ordinò alle proprie truppe il ripiegamento e di liberare i 47 ostaggi, in cambio i tedeschi ricevettero la garanzia di poter evacuare Napoli senza essere attaccati. Così al termine della prima giornata di lotta, la guarnigione tedesca aveva abbandonato il Vomero
È, in sostanza, una capitolazione, la più grave umiliazione per lo Scholl che aveva creduto d’imporre il suo dominio alla città e che ora chiede salva la vita per i suoi soldati ad un gruppo di « straccioni» ribelli.
Vennero liberati nella notte e alle 5 del mattino il colonnello Scholl, sconfitto ed umiliato, transitava per via Roma dirigendosi al nord.
Forse pochi lo sanno, ma a chiedere la resa al comandante della piazza fu l’antifascista Masullo di Bagnoli.
La città era finalmente libera e salva per opera dei patrioti, del popolo e degli antifascisti.
Rimanevano focolai di combattimento tra partigiani e fascisti che non avevano intenzione di arrendersi. I fascisti, che collaborarono con i tedeschi, rappresentavano una piccola minoranza del popolo napoletano: ma una minoranza che ebbe tanta parte, anche nel corso delle due settimane che precedono l’insurrezione, nel sostegno delle razzie, delle ruberie, delle distruzioni, operate dai tedeschi, delle azioni di rastrellamento e di deportazione di tanti napoletani. Così uno scontro violento si ebbe a Porta Capuana, ove una trentina di fascisti, appoggiati da guastatori tedeschi, avevano occupato la sede degli Arditi. Allontanatisi i tedeschi, i fascisti, che avevano trasformato la sede in un fortilizio, continuarono a sparare sui partigiani e sulla popolazione. La morte di una donna, uccisa dal fuoco fascista, provocò la pronta reazione dei partigiani e di tutto il quartiere. Per tre quarti d’ora si svolse una vera e propria battaglia: alla fine i fascisti furono costretti ad arrendersi. Così, a Piazza Dante, i cecchini fascisti, sparando dal terrazzo del Liceo Vittorio Emanuele, provocarono numerose vittime anche tra la popolazione non combattente. Attaccati in forza dai partigiani, fuggirono attraverso i palazzi che si estendono da Port’Alba fino a Piazza del Gesù. Anche a Montecalvario, dalla caserma Paisiello, che era stata giorni prima abbandonata dalle truppe italiane, i fascisti per tre giorni seminarono il terrore tra la popolazione della zona.
Molto attivi i fascisti furono anche nel tratto che va da Piazza Cavour all’Orto Botanico. Dalla cupola della chiesa, situata di fronte alla caserma Garibaldi, essi sparavano con una mitragliatrice su combattenti e civili.
La criminale azione fascista si sviluppò in tutti i giorni dell’insurrezione popolare e solo dopo numerosi attacchi fu definitivamente liquidata.

Napoli-1943-distribuzione-armi
Dalle alture di Capodimonte all’alba del l° ottobre il cannone teutonico tuonava ancora concentrando il suo tiro sulla zona che da piazza Mazzini si stende per via Foria, via Costantinopoli sino a Port’Alba portando lo sterminio fra la popolazione. Fu l’ultimo crimine perpretato in città.
Quando gli alleati però entrarono nel capoluogo, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s’era liberata da sola.
Costretti alla fuga i nazisti sfogano la rabbia per il colpo ricevuto: distruggono le più preziose memorie di quel popolo che non ha piegato la testa sotto i suoi ordini, consumando un’atroce vendetta. In una villa di San Paolo Belsito, presso Nola, i tedeschi distrussero con fuoco l’archivio storico di Napoli, nella villa messo in salvo, uno dei maggiori tesori del nostro patrimonio civile, ricco di oltre 50.000 pergamene, di 30.000 volumi di documenti e di raccolte preziosissime per la storia della città, per quella dell’Italia e per quella d’Europa.
E non fu un danno involontario, poiché avvertiti gli ufficiali tedeschi dell’inestimabile contenuto di quelle centinaia di casse raccolte nella villa, e scongiurati di non toccarle, essi tuttavia ordinarono l’incendio e lo vollero totale, per quell’infernale odio, che dall’8 settembre portavano alla nostra gente e che li avrebbero spinti a distruggere l’Italia“. (Attilio Tamaro, Due anni di storia, 1943-1945)
I combattenti nelle quattro giornate di Napoli, secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano furono 1589, 168 i morti e alcune centinaia i feriti, mutilati ed invalidi; 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.
In base alla relazione del sacerdote patriota Antonio Bellucci, “gli uccisi dai tedeschi – come risulta dal registro del cimitero di Poggioreale – fra militari, civili, uomini e donne di ogni età furono 562
Oltre alla medaglia d’oro, Napoli ebbe altre 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo.
Le medaglie d’oro furono assegnate ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; medaglie d’argento ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.
Tra le decine e decine di combattimenti, tanti giovinetti.
Il dodicenne Gennaro Capuozzo funziona da servente ad una mitragliatrice in via Santa Teresa presa sotto il fuoco di carri armati tedeschi, finché cade sfracellato, colpito in pieno da una granata sul posto di combattimento.
Ecco la motivazione della medaglia d’oro concessa alla memoria:
«Appena dodicenne durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo“.
Filippo Illuminato e Pasquale Formisano, l’uno di tredici, l’altro di diciassette anni corrono incontro a due autoblindo che da via Chiaia cercano d’imboccare via Roma. “Lo scontro fu assai breve ma impressionante; vi fu chi vide i due intrepidi giovanetti avanzare decisamente sotto le impetuose raffiche di mitragliatrice fino a quando caddero esanimi a pochi passi dalle autoblindo, nell’atto di scagliare ancora una bomba“.

scugni
Si distinsero durante le quattro giornate, assieme agli altri combattenti, gli “scugnizzi“, ragazzi che non si riparavano dai colpi e andavano all’attacco spavaldamente come cavalieri antichi. Rifulse il loro eroismo in azioni temerarie, autentiche pazzie, compiute senza misurare il rischio pur di battere il nemico. Smentirono con la loro audacia e lo spirito di sacrificio le vecchie calunnie che indicavano Napoli come un centro di corruzione; perché un paese sia sano non è sufficiente possegga degli uomini onesti, è necessario che questi siano più audaci e più intraprendenti delle canaglie. Gli “scugnizzi” avevano dimostrato di esserlo.

di Carlo Fedele

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