Divampa la rivolta
La prima e l’ultima fucilata furono sparate dal Vomero e dalla masseria Pezzalonga. La mattina del 28 settembre 1943, alcuni giovani che si erano rifugiati nel cascinale Pagliarone per sfuggire alle retate tedesche, usciti all’aperto notarono che nel tratto di mare tra Sorrento e Capri si stavano delineando decine di navi alleate.
Convinti di un immediato sbarco americano, a frotte riaffiorarono giovani, militari ed ex prigionieri alleati nascosti dal popolo. La flotta alleata era davanti ai loro occhi, ma era bloccata da banchi di mine, i napoletani non erano però al corrente di questo e si lanciarono subito nella caccia al nemico dando così inizio alle ” 4 giornate“.
Gli scontri iniziali avvennero dunque nella zona del Vomero vecchio. Una ventina di uomini male armati, guidati da un popolano noto come ” o baccalaiuolo“, incrociarono due motociclisti tedeschi e li uccisero. Tutte le pattuglie isolate di tedeschi vennero da quel momento attaccate e ad ogni scontro aumentava la disponibilità di armi e munizioni.
Giunsero soldati in massa, ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce si spandeva sulla città come pioggia col sole.
Nel corso della battaglia al Vomero si determina un obiettivo principale: la conquista del « centro» del quartiere costringendo i tedeschi a ripiegare da via Luca Giordano che lo attraversa diagonalmente. L’attacco viene eseguito a squadre e a balzi successivi come in una manovra di guerra regolare. Poi, dopo la furia popolare, anche la furia degli elementi si abbatte sul Vomero: un violento uragano fa sospendere le operazioni e nella notte il nemico perlustra le strade alla caccia degli insorti dileguatisi con le prime ombre.
Dagli annali degli storici della Resistenza napoletani:
I tedeschi erano ancora indecisi sul da farsi, temevano la rapida avanzata degli Alleati sbarcati a Salerno e, mentre cercavano di disarmare le truppe italiane, si preparavano ad abbandonare la città dandosi al saccheggio dei negozi. Numerosi furono gli episodi di resistenza. In via S. Brigida un carabiniere ed un gruppo di cittadini riuscirono a catturare alcuni militari tedeschi; il combattimento accesosi all’angolo di palazzo Salerno si allarga e raggiunge l’imbocco del tunnel della Vittoria ove sono parcheggiate diverse macchine nemiche. I tedeschi che si trovano nel palazzo reale sono fatti prigionieri; a piazza Plebiscito la battaglia si protrae per due ore, conflitti scoppiano anche in via Foria, a Porta Capuana, a piazza Umberto, in via Duomo, in via Chiaia, alla caserma Metropolitana, nel quartiere Vicaria. Uomini, donne, ragazzi, soldati e marinai danno prova in cento episodi di audacia e patriottismo.

4giornatedinapoli
I napoletani, dunque, uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell’armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione.
Nella notte tra il 27 e il 28 settembre la popolazione si alternò in un incessante via vai fra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d’indumenti, gli uomini in cerca d’armi e munizioni.
Fu un attimo. Tutte le strade che portavano fuori della città furono bloccate da suppellettili, che piovevano dalle finestre per ostruire il passaggio all’uscita come all’entrata.
A S. Elmo, al distretto di Foria, a S. Giovanni a Carbonara, al Vasto giovani patrioti penetravano nelle caserme e conquistavano armi e munizioni. Carabinieri, agenti di polizia, operai e intellettuali, donne del popolo, artigiani, tutti uniti assaltavano i depositi di armi e munizioni in diversi punti della città. Delle armi vennero fornite persino dal convento delle monache di via Conte della Cerra e dall’Albergo dei poveri di piazza Carlo III.
I tedeschi sin dalle prime ore del mattino del 28 settembre avevano smesso di invadere le case per effettuare i rastrellamenti, ma da piazza Dante una colonna di tedeschi stava spingendo alcune migliaia di giovani catturati. Gruppi di insorti non poterono intervenire immediatamente per la forte superiorità dei nazisti, ma i giovani sarebbero stati presto liberati dalla rivolta che si estendeva con la rapidità di un incendio.

i271737
Si combatte nella zona Ferrovia-Vasto, a S. Giovanni Carbonara, sulla collina del Vomero, a Stella, a Materdei, al Rettifilo, a Foria, a Monteoliveto. Le sparatorie improvvise che si accendono e si spengono rapidamente testimoniano che si tratta di azioni sporadiche, non inquadrate, di iniziative “spontanee”, ma via via gli scoppi si fanno più frequenti, i colpi si susseguono gli uni agli altri, i parabellum sgranano in continuità.
Giovani, militari e ufficiali, ex prigionieri, patrioti ed antifascisti rimasti nascosti, sino a poche ore prima, uscivano dagli scantinati, dalle grotte, dai vicoli e armati scendevano a gruppi nel centro dei quartieri e della città. Particolarmente aspra la lotta alla Speranzella, in via Poveri Bisognosi. I tram vengono rovesciati per impedire il passaggio ai carri armati tedeschi, barricate vengono erette in via Duomo, a porta S. Gennaro e nei vicoli che sboccano al rettifilo.
Le macchine tedesche sembrano impazzite, sfuggendo ad un gruppo di insorti incappano in un altro, i carri armati imboccano una strada e se la trovano improvvisamente ostruita da una barricata, in altri punti vengono immobilizzati da arditi attaccanti, le bottiglie “Molotov” dimostrano la loro efficacia. La lotta continua seppure senza un’unica direzione, ma estesa e dilagante come lava inarrestabile per tutta la giornata.
Si combattè successivamente anche nei pressi dell’aeroporto Capodichino, dove una pattuglia tedesca uccise tre avieri italiani e costituì un posto di blocco presso Piazza Ottocalli. Da un palazzo vicino irruppero nella piazza una ventina di giovani che ingaggiarono un combattimento con i tedeschi. La sparatoria si concluse con la morte dei tedeschi. Più tardi i cadaveri dei tre avieri vennero caricati sul cassone di un camioncino e portati in processione per le strade della città. La vista dei morti e il racconto delle atrocità tedesche alimentarono la rivolta.
I tedeschi continuano a battersi perché vogliono lasciarsi aperta la via alla ritirata, essere padroni delle arterie principali e continuare nell’opera di distruzione degli impianti industriali della città.
Esempio maggiore di questa naturale confluenza degli sforzi insurrezionali l’azione svolta da un gruppo di patrioti che a Moiarello di Capodimonte s’impossessano di una batteria da 37/54 e riescono a bloccare per tutta la giornata il tentativo di una colonna di carri Tigre e di autoblindo tedesche di scendere da Capodichino sulla città; probabilmente, se quel tentativo fosse riuscito, la lotta popolare avrebbe avuto un corso diverso o comunque più sfavorevole e cruento.
La rivolta popolare comincia ad organizzarsi, ad individuare alcuni obiettivi da conseguire nella ininterrotta ondata del combattimento a viso aperto. Sorge la prima barricata a piazza Nazionale, vengono costituite postazioni d’arme presso il Museo, si chiarisce l’indirizzo principale sorto spontaneamente: impedire che il tedesco attraversi la città verso nord nel corso del ripiegamento e gettare cosi il disordine e il panico nelle sue truppe incalzate da vicino dagli alleati.
La prima giornata si chiude con successo per gli insorti che all’indomani, 29 settembre, vedono accresciuto il loro numero. Il 29 segna il culmine dell’insurrezione napoletana e, mentre prosegue il generoso afflusso dei giovani e degli adolescenti fra le file degli insorti (muore sotto il fuoco di un autoblindo il non ancora ventenne Mario Menichini), affiorano i primi elementi organizzativi. Al Vomero si costituisce il Comando partigiano per iniziativa di Antonino Tarsia. In ogni rione emerge nel corso della lotta una figura di «capo-popolo» intorno a cui gravitano i gruppi degli insorti: a Chiaia si fa luce Stefano Fadda, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte. Ovunque gli scontri diventano più intensi e persistenti.

Napoli-ottobre-1943
A Capodimonte è strenuamente difeso dai partigiani del rione l’unico serbatoio rimasto intatto dall’immane distruzione ed assicurato, in seguito al successo dell’azione, il rifornimento dell’acqua potabile ad alcuni rioni ancora per due o tre giorni.
Nonostante le azioni di guerriglia, venne assicurata sempre la distribuzione dei generi di prima necessità e la distribuzione dell’acqua e fu addirittura pubblicato un giornale ” La barricata“.
Sulle barricate s’incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come la« Lenuccia» (Maddalena Cerasuolo).
La partigiana, simbolo dell’insurrezione popolare, emblema del femminismo anticipato di 20 anni. Negli anni in cui le donne non avevano ancora diritto al voto, anni in cui esisteva il delitto d’onore e la violenza sessuale era solo un danno alla morale, Lenuccia impedì che i tedeschi depredassero una fabbrica, parlamentò con le SS, partecipò alla battaglia del Ponte della Sanità che oggi porta il suo nome. Lenuccia con l’elmetto e la pistola è l’immagine della Napoli antifascista. In ricordo dei 168 partigiani napoletani caduti per la liberazione proviamo a raccontare a noi stessi e alle nuove generazioni la storia di una donna che nonostante la sua città fosse liberata, nonostante avesse dato il suo contributo, si paracadutò più volte tra le linee nemiche, ad Anzio e lungo la linea gotica.

di Carlo Fedele

Le altre puntate le puoi leggere nella rubrica “La storia di Napoli”, oppure cliccando qui > http://www.napoliflash24.it/category/turismo-2/la-storia-di-napoli/