Prima parte

“Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.
Nato nel 1871 a Napoli, dove muore nel 1928, Aniello Costagliola è tra i più autorevoli esponenti della cultura letteraria napoletana a cavallo tra Otto e Novecento. Autore di canzoni (tra cui “Aria e Pusilleco“, “A canzone d”e fronne“, pubblicate dalla Santa Lucia e cantate solamente nelle edizioni della Piedigrotta), traduttore di opere dall’italiano al dialetto, drammaturgo, giornalista e critico teatrale, Costagliola è famoso soprattutto per l’ampia ricostruzione storico-critica del teatro e della canzone napoletana, “Napoli che se ne va“, la quale apparve per la casa editrice Giannini nel 1918.
Costagliola fu, però, soprattutto un autore di teatro e, in particolar modo, di teatro in dialetto napoletano (‘O Cumitato, Masaniello, Cronaca nera etc).
In “Napoli che se ne va”, l’autore apre così le pagine del suo libro: “Giace tra la punta della Campanella e il Capo Miseno il Paese dell’Immobilità. Si noma Napoli, ed è la Cina d’Italia. Dopo i cinesi e i turchi, noi siamo la gente più restia a diffondersi, a propagare sé e le cose sue, a cacciare almeno il naso oltre le pareti domestiche. Forse perché la nostra è una delle più incantevoli case fiorite sotto il sole, e non suscita nei suoi abitatori nostalgie di nuovi paesaggi marini o terrestri…”.
Così definisce l’Autore il grande Roberto Bracco:
Accanto a me, sulla medesima strada, deferente e fervoroso, era Aniello Costagliola. Conoscitore impareggiabile di tutta la scala degli strati sociali inferiori della Napoli d’oggi, della Napoli d’ieri, della Napoli storica, della Napoli morta e sopravvissuta nell’atmosfera oltre le cose tangibili; collezionista di tutte le favole, di tutte le leggende, di tutte le superstizioni, di tutte le stranezze pullulanti tra il Vesuvio e Posillipo fino a quando Posillipo e il Vesuvio hanno potuto difendere contro l’invasione della Civiltà crudele la più bizzarra e meravigliosa città del mondo; cultore e discernitore delle dovizie del nostro dialetto (…) Aniello Costagliola mise Napoli in ogni piega in ogni fibra in ogni molecola dei suoi lavori scenici“.
(Napoli – Gennaio, 1929. ROBERTO BRACCO)

(Elaborazione di Carlo Fedele)

Introduzione

Il fiume Sebeto ha nel mondo una nomea assolutamente sproporzionata alla sua consistenza di ruscelletto arido sei mesi dell’anno. Tre quarti dei napoletani quasi ignorano in quale parte della loro città scorra e quali termini di questa bagni quel rigagnolo famoso. Lo chiamano con un diminutivo che dice tutta l’importanza del trascurabile corso d’acqua: ‘o sciummetiello. Ma le dimensioni crescono in ragion diretta del quadrato delle distanze: e nella fantasia dei lontani il Sebeto, celebrato per le vicende storiche e per i costumi caratteristici del suo paese, è fiume immortale, come il Po, l’Adige e il Tevere, ed è considerato come il simbolo significatore di tutta la vita napoletana. Piccolo. fiume glorioso, come il piccolo e irrequieto monte Vesuvio: lungo quelle umili rive, e: su quelle umili falde visse, dal tempo leggendario di Spartaco fino a venti anni fa, un popolo di pescatori, campagnoli e poeti, artefice geniale di reti, di aratri e di armonie.
Nessun popolo, più di quello napoletano, ebbe tenaci le sue abitudini, a traverso i secoli. Preda di troppe dominazioni e di educazioni diverse, e a volte cozzanti, esso è rimasto il figlio genuino del suo cielo, del suo monte e del suo mare. Nelle pagine pepate del Satyricon, Petronio Arbiter, illustrando l’avventura erotica capitata ai giovani Gitone, Encolpio ed Ascylto, sedotti dalle grazie di Quartilla, in una festa di sacerdotesse pagane alla grotta di Pozzuoli, accenna a persone e consuetudini caratteristiche dell’antica terra cumana, e ci ricorda il «cantastorie», (specie di rapsòdo popolare), il «maruzzaro» (venditor di lumache cotte), la «verdummara» (erbivendola), «‘o pannàzzaro» (mercante di panni vecchi), il «cantante a stesa», e non poche costumanze e locuzioni plebee, rimaste immutate al tempo nostro. E siamo all’epoca neroniana. La stessa voce par di udire, dopo circa diciotto secoli. Ecco, nell’anno 1845, come Emanuele Bidera, un greco trasmigrato a Napoli per ragioni politiche, descrive nella sua Passeggiata per Napoli e contorni un libro povero di forma, ma ricco di osservazioni la gente partenopea di quella età: «La nobiltà non sa del tutto spogliarsi dell’alterezza spagnuola; il mezzo ceto infiora i suoi discorsi di sentenze latine; la plebe solo, tenace alle sue origini, non sa dimenticare di essere stata greca. Essa conserva tuttora usi propri degli antichi spartani. Se vedrai una madre minacciare, scuotere il suo bambino in fasce, non la stimare snaturala, o inumana; ossa lo fa per renderlo desto, forte, paziente alle sventure della vita; cosi le spartane educavano i loro figli. Se vecchio o vecchia si sposa, viene come in Isparta vituperato dalla plebe. Se qualche furbo t’invola il fazzoletto, lo fa con più destrezza di uno spartano. Ma il lazzarone non è l’ilota, né lo schiavo o il liberto dei romani; esso è un uomo libero, disinvolto, leale, arguto, epigrammatico; e se ereditò le superstizioni dagli etruschi o dai latini, come la jettatura, sono, questi, pregiudizii efimeri, che non allignano nel fondo del suo cuore.
Le sue feste sacre ora alla Madonna dell’Arco, ora a quella di Monte Vergine o di Piedigrotta, co’ loro carri festivi, pieni di rami, di cembali, di gioia e di canti, sono un simulacro degli antichi baccanali. Ha i suoi rapsodi nei cantastorie del Molo; aveva i suoi giuochi ginnastici; né vi fu chi meglio di lui sapesse assestare una pietra. Questa plebe non ha vita intima che nelle poche ore del sonno: è laboriosa, pacifica. Quel venditore, che da un canto all’altro empie la strada di grida per vendere la sua merce, litigioso, atrabiliare, fiero, spacciata la mercanzia, lo vedrai sdrajarsi tranquillo e dormire al sole: è un tiranno da teatro, che ha finita la sua parte. Questo volgo, che ti sembra di nessuna cosa si curi, è più curioso di una ragazza da marito: dove uno guarda, si arrestano tutti, immobili, a guardare; e che guarda tanta folla di gente? un canario fuggito dalla gabbia! Plebe amante di forestieri e di conviti, che per solennizzare una festività impegna e si disfà delle cose più necessarie della vita: improvvida dell’avvenire come il cafro, che vende il suo letto il mattino, e ne piange a sera: piena di vita e di attività: spensierata, garrula, loquace, schiamazzatrice, incapace di odio, ma tutta lingua e tutta cuore: ecco la plebe napolitana». Certo, in un volgare men fiorito del latino petroniano, il buon Bidera, à proposito di Napoli, ripete, su per giù, le medesime cose e illustra gli stessi personaggi dello squisito Arbiter elegantiarum. Nè le cronache intermedie, pervenute fino a noi, accennano a mutamenti nel carattere popolare: le varie signorie di Francia e di Spagna riuscirono mediocremente, o non riuscirono affatto, a modificare l’indole paesana.
Fino a venti anni fa: ora, non più. Napoli comincia a rinnovarsi, essenzialmente: ereditò da Palepoli le belle tradizioni, le semplici consuetudini, arti e mestieri, e tenne immutata l’anima primitiva, con le sue esuberanze e con le sue lacune: ora, ella assume figura e consistenza di grande officina. La modernità ha imposto anche a Napoli la sua legge di rinnovamento. I musulmani si tramutano in uomini d’affari. I contemplatori si avviano ad essere calcolatori. L’officina annulla la bottega; la società anonima uccide l’azienda individuale; il trust assorbe l’associazione in partecipazione e il pubblico mercato. Tale rinnovamento, che importa ricchezza, educazione, igiene, è bene e necessario che avvenga; ma sia consentito all’osservatore sentimentale di rimpiangere il tramonto di una civiltà fatta di poco cervello e di molto cuore, e di constatare che l’alba nuova ricaccia nell’ombra tutta una tradizione magnifica di poesia.

Fine prima parte