Sesta parte
Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.
(Elaborazione di Carlo Fedele)

Continua, in tanto, la gazzarra delle «canzoni di attualità», a tratti rotta da qualche geniale e non impeccabile componimento di carattere sentimentale o burlesco, fino al 1860. Gli straordinari eventi quotidiani son posti in versi e musica da improvvisatori e musicisti volgari, e già forniscono i temi alle parodie sancarliniane di Pasquale Altavilla e di Antonio Petito. Ma col 1860 ritorna in onore l’inno patriottico. Nel pomeriggio del sette settembre, Giuseppe Garibaldi, accompagnato da pochi uomini, entra a Napoli, e si alloga a Palazzo d’Angri. Francischiello, l’ultimo re di Casa Borbone, obbedisce al consiglio insidioso del suo primo ministro Liborio Romano, e abbandona la capitale del suo regno, e va a chiudersi entro i bastioni di Gaeta. Il popolo in delirio trascina al massacro le guardie di polizia borboniche, i così detti feruce; e inneggia al Dittatore, che saluta agitando il berretto dalle balaustre di Palazzo d’Angri, accanto a frate Pantaleo, il fiero monaco palermitano, armato di crocefisso e di carabina. Le donne del rione Pignasecca, capitanate dalla bella Sangiovannara, ostessa in quel rione, son rauche per innumerevoli evviva alla libertà e al suo gran dispensiero dalla camicia rossa. La coccarda tricolore è simbolo di nuova vita: e trionfa su tutti i cappelli e su tutti i cuori. E la canzone non manca: ‘A nocca: cioè, appunto, la coccarda, che è esposta nelle vetrine dei magazzini di via Toledo. Sul motivo di una sciatteria del Tancredi ‘O zuccularo: specie di calzolaio ambulante per feminucce il poeta Tommaso Ruffa improvvisa i versi della nuova canzone:
Nenna ne’, tengo na nocca:
Te la voglio rialà.
Miettatella mo a la chiocca,
Si cchiù bella vuò parè.
Ah ! si tu non cride a me,
Va a Toleto e va a vedè.
E il cantore «piega il simbolo dei tre colori della coccarda, che son quelli del vessillo sabaudo: il bianco è il candore della nuova fede, il verde dice la speranza di ogni bene venturo, e il rosso…
Chello russo, assaie carnale,
Sa’ che vo’ significà?
Ca mo simmo tutto eguale:
Simmo frate, o basta cca!
L’esaltazione popolare supera ogni limite, spezza ogni diga, invado anche le caserme e i monisteri. ‘A nocca stordisce Napoli. È cantata fino alla raucedine: e manda in delirio la folla che assiste all’ultima «parata» piedigrottesca, il giorno 8 settembre, alla quale interviene acclamatissimo il general Garibaldi. E quei mediocri versi e quello mediocrissime note vanno all’immortalità, e tengono per giorni e mesi il campo, insieme con le strofe clic il popolo ripeto al sopraggiungere dei forti bersaglieri di Piemonte:
Noi m’amo bersaglieri:
Veniamo dal Piemonte:
Portiamo scritta in fronte
La bella Libertà!
Nè manca, più tardi, la satira ai nuovi occupatori di Napoli:
Vi’ quanto è bella Napole:
Pare no franfellicco:
Ognuno vene e allicca.
Arronza e se ne va.

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Poi, si ritorna al canto patetico o satirico. E nell’enorme emporio poetico-musicale, in uno sbalorditivo confusionismo di gentilezza e di volgarità, si distinguono non poche canzonette; e tra queste: ‘O mare e ba! che ha versi e note di indicibile nostalgia marinaresca; Dimme na vota sì, che s’inizia con questa felicissima immagine:
Quanta prete ce volino a fa’ no ponte,
Tanta suspire tu mme si’ costata;
Pecchè doie stelle t’hanno miso nfronte,
Pecchè sti stelle mm’hanno affatturato
Dimme na vota sì, ca mme vuò bene!
Non farme cchiù d’ammore ascevolì!
e Lo passariello, tenera e biricchina, e Taggia fa’ na mmasciatella, La palommella, Ciento stelle, Fenesta vascia, ed altre che io ricordo, ma non cito nei loro testi, per… difficoltà di spazio. Noto soltanto un duettino d’amore del Paturzo, Chi è che tòzzola? (Chi è che picchia alla porta?) che ebbe lunga fortuna. È il tenero diverbio tra una giovinetta ritrosa e il suo fidanzato, che la invita a venir fuori di casa, nell’ora di siesta, a far l’amore, mentre la mamma dorme. Ma quella non vuole. Finalmente, dopo una fila arguta di botte e risposte, i due si accoppiano; e il duettino finisce… con la concessione di un bacio su la mano. Ella finge l’ingenua; e chiede:
Pecchè sta mano
S’ha da vasà?
e l’altro, più furbo, giustifica con prontezza:
Pe pura e semplice
Fraternità!
Ma, in tanta abbondanza di produzione, scarsissime e ancora ingombre di scorie son le cose di poesia. Potette, spesso, in quei tempi, la canzonetta assorgere a dignità d’arte musicale per le melodie del Donizetti, del Mercadante, del Ricci e d’altri non pochi; non cosi per l’opera poetica. Troppi verseggiatori, anche felici; e poeta uno soltanto: Marco d’Arienzo, il più degno dell’amor popolare, e il più reietto (1). A distanza di secoli, il d’Arienzo raccolse l’eredità ideale di Velardiniello, per trasmetterla a Salvatore di Giacomo. Oltre l’opera di questi tre poeti casalinghi, e di pochi altri, tutto il resto del patrimonio poetico napoletano a me par vano ingombro, o quasi. Alla accademia macaronica del Basile e alle improvvisazioni triviali del Genoino e degli ultimi e pervicaci imitatori di costui, opposero quei tre solitari, in epoche diverse, la schietta espressione del sentimento popolare, in veste gentile, quasi direi aristocratica. Seppero essi dirozzare il dialetto, e cancellare dal vocabolario paesano ogni trivialità, e dallo sterminato emporio delle immagini quelle scegliere, le quali, senza tradire la verità, non offendono l’eleganza e il buon gusto, cioè gli attributi essenziali di ogni opera di bellezza. Furono purificatori, e strapparono al fondaco l’anima popolare, per farla vivere «in più spirabil aere».
Nell’ora stessa in cui don Giulio Genoino e i suoi figliuoli spirituali inondavano Napoli e i suoi trentasei casali di lor cantafère, Marco d’Arienzo incastonava nelle scene di una sua opera comica Piedigrotta (2), oltre la famosissima Tarantella napoletana, queste perfette strofe di una Canzona nuvella:
Quanno è vennegna ammore abbampa e coce.
E ncopp’ a la collina
Non c’è chi è bella cchiù de Catarina.
Lo iuorno che vedette. a Catarina
Era d’ottobre, e ghieva a vennegnare;
Lucea comme a la stella matutina,
Che fa ll’aucielle e ll’uommene cantare.
Ammore è fuoco doce,
Ch’allumma e coce coce;
Ma ntiempo de vennegna
Abbampa e coce cchiù.
Cuchericù!
Chicherichì!
Core a core si nun se stregne,
Mme faie mori speruto, oje Catari !

Par di vivere, leggendo, tutta la tenerezza e tutta la soavità di un’egloga del Sannazzaro. E c’è un’altra composizione di questo poeta pur se tratta, come fu, dalla iscrizione dettata da un popolano sul frontone di una taverna o, come vogliono altri, da un centone dell’abate Capasso, – tutta la placida filosofia napoletana del carpe diem. Udite:
Magnammo, amice mieie, un po’ vevimmo,
Nzi’ c’arde lo locigno a la cannela:
Pocca st’ora de spasso che tenimmo
Scappa, comme pe mare fa la vela.
Nce simmo mo: vedimmoncenne bene!
Lo presente è nu scìuscìo, e nun se vede;
Lo passato è passato, e cchiù non vene;
E a lo dimane chi nce mette fede?
Poesia, questa: appunto perché tale, poco intesa e poco accetta, allora. La canzone genoiniana continuò a dominare, nelle composizioni dei successori di don Giulio, quali il d’Ambra, il Rocco, il Bardare, il Bugni, il Teodoro, un tipografo Cardone, i due pubblicisti Beppino Turco e Leopoldo Spinelli, un impiegatuccio Stellato, uno scultore Della Campa, e anche un mastro d’ascia Nicola Marfè, fin oltre il 1880. E fu canzone fatta, quasi sempre, su motivi di cronaca cittadina, nella quale si intrufolava, a forza o a dispetto, un episodio d’amore. Ogni avvenimento politico o mondano, ogni innovazione civica o statale, ogni moda, ogni motto e, anche, ogni delitto ebbe la sua canzonetta d’occasione. Per tutti i gusti e per tutte le bocche. Ma, anche allora, il successo fu dei musicisti, i quali vestirono di belle note orridi versi. E ricordo, a questo proposito, l’enorme successo, che ancor dura nel mondo, di Funiculì-funiculà, una canzone destinata a celebrare l’istituzione della ferrovia funicolare del Vesuvio: brutti versi di Peppino Turco su bella musica del maestro Luigi Denza. Così, di altre canzoni e di altri maestri. Fra questi ultimi, notevolissimi, oltre il Denza, Vincenzo Valente, Luigi Caracciolo e Daniele Napoletano, i quali, quando si allearono a poeti degni, come il Bracco, il di Giacomo, il Russo, il Cinquegrana, il Fiordelisi, il Marvasi e qualche altro, riuscirono a far della canzone una perfetta composizione d’arte.
Ma il volgo dei poetastri fu debellato da Salvatore di Giacomo.

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(1) Rivendichiamo la buona fama di codesto poeta; poiché vollero alcuni critici, su notizie troppo vaghe, affermare che il d’Arienzo facesse comporre da altri, mediante compenso, le cose poetiche che poi sottoscriveva col suo nome.
(2) Questa opera, così prediletta dai napoletani, fu rappresentata la prima volta al teatro Nuovo di Napoli, nell’anno 1852. La musica è del maestro Luigi Ricci, autore di parecchio altro opere giocoso.

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