Quinta parte
Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.
(Elaborazione di Carlo Fedele)

Una celebrità elettrica, dunque, quella di Te voglio bene assaie. Pochi giorni bastarono a diffonderla e a farle conquistare tutte le voci e tutti i cuori di Napoli. Teatri e baracche, caffè e osterie, saloni e salotti, piazze e vicoli echeggiavano delle allegre e pur patetiche note donizettiane. I versi del Sacco, così schietti e infantili, parevano fatti apposta per trovare un’eco immediata nell’anima dei napoletani. E quel «prèvete spugliato» di don Raffaele così lo agnominava il mio informatore, alludendo alla figura del Sacco che, pel volto pelato e sorridente e per la zazzera lunga fin quasi su gli omeri, somigliava ad un prete in abito borghese provò anche i triboli dell’imitazione e l’onor della caricatura. La canzone ebbe circa una dozzina di imitazioni e fu stampata in diciottomila esemplari. Un vero miracolo a quei tempi! Te voglio bene assaie, non è che il lamento di un innamorato, come si dice, «non corrosposto». Egli maledice il giorno in cui si sentì accendere la prima volta per l’ingrata creatura, e nel medesimo tempo chiede a costei mercé, e le narra le sofferenze delle sue notti insonni:
La notte tutte dormeno,
E io, che buò dormi!
Penzanne a nenna mia,
Mme sento ascevoli!
E cerca di commuoverla con la suggestione dei ricordi e col ricordo delle promesse:
Ricordate lo iuorno
Ca stive a me vicino
E te scorrevano nzino
Lo lacreme accossi.
Diciste a me: «Non chiagnere,
Ca tu lo mio sarraie».
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.
Codesta canzonetta superò in celebrità tutte le sue consorelle e coetanee, e tenne la priorità fin oltre il 1860. Neppure don Giulio Genoino, un versificatore abbondante e volgare, proclamato a quel tempo maestro di poesia popolare, e che può dirsi il capostipite di tutta la turba di canzonieri onde Napoli fu celebrata e afflitta per oltre un quarto di secolo, potette con le sue ‘nferte specie di strenne che egli soleva pubblicare in eccezionali ricorrenze festive eguagliare almeno il successo del querulo componimento sacchiano.
Nelle ‘nferte di don Giulio si trovano i versi di due canzonette popolarissime poco innanzi il 1848: una dedicata alla festa di Monte Vergine, l’altra a quella di Piedigrotta. Don Giulio era un improvvisatore felice, ma non si preoccupava soverchiamente, come tutta la folla dei suoi imitatori e successori, della originalità inventiva e della gentilezza formale. Era un fotografo del trivio, non un poeta. Aveva i suoi manichini belli e fatti; non faceva che adattare ad essi una veste, secondo le circostanze. Ma nella osservazione e nel gergo era napoletano verace. Nella canzone per la festa di Monte Vergine e nell’altra per quella di Piedigrotta, egli nulla sa immaginare di diverso dalle doglianze di una moglie ansiosa della gita al santuario della Madonna e costretta a lottare contro l’avarizia di suo marito, che quella gita non vuole concederle. Ma si veda con quanta efficacia di colore egli descrive la costumanza e fa parlare la sua «mogliera scontenta». Ecco Montevergene:
A Montevergene la gente a lava,
Sparanno trònole vide partì.
Nc’è ghiuta mammema, nce jette vava,
E chesta è mùtria de non ce j’.
Mm’aggio da mettere le frasche nfronte,
Ll’antrite a piènnole, da cca e da llà;
Mmano na pèrteca, ncopp’a lo ponte,

Cantanno l’aria «Perucca e ba!»
Non boglio perdere pe tte la fede;
Sarvarme ll’anema mme mporta cchiù.
Si tu si’ arèteco, che non ce crede,
E buoje dannàrete, dànnete tu!
Ed ecco Piedegrotta: è sempre la stessa moglie che canta al suo «marito cocciuto»:
Tu vi’ sto lesena comme mme ngotta!
Vi’ quanta collera mme fa piglia !
Lo preo, lo nfràceto, né a Piedegrotta
Lo malo fercola mme vo’ porta.
E io, che da giovene mme songo ausata
A ssi spettàcole la primma a ghi’,
Pozzo ncosciènzia sta gra’ ghiornata
Ncasa restàreme p’agnettechì ?
E avrisse l’anema, pe sso golìo,
De farme strùjere, neh, Carmeniè ?
No, portamènce, marito mio,
Si no… capisceme… so’ guaie pe tte.
Tu aie cchiù affechiènzia pe li tornise,
E io mo pe scrupolo te l’aggio ‘a di :
Vi’ ca so’ gràvida de quatto mise,
E pe ssi Civeche pozzo aborti.

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Tutta la pletora canzonettistica, fino al 1880, cioè fino all’apparizione di Salvatore di Giacomo in questo campo della letteratura partenopea, dilaga per la forma dalla fonte genoiniana e da quella sacchiana per la sostanza, o dall’una, o dall’altra, o dalla fusione di entrambe. Imperversa di quelli anni il diluvio della canzone, onde l’eco si espande nel regno delle Due Sicilie, in Italia ed oltre le Alpi e i tre mari. «La nascita di queste canzoni, così il Bidera nella sua Passeggiata, è un mistero: chi sia il poeta, chi il maestro di sì armoniose melodie, nessuno lo sa, né cura di saperlo; tanto vero, che si ama spesso l’opera, e non l’autore di essa: i piccoli lazzaroni le vanno vendendo, poscia, stampate per Toledo, ed esse hanno la durata di un anno» (1). Pure, in tanta colluvie, nomi di poeti e musicisti, e strofe di elegie e satire e serenate e tarantelle sono scampati all’oblìo. Ricordo, fra i poeti, il Bolognese, il barone Zezza, Raffaele Colucci, Ernesto del Preité, il tipografo Paolella e artista autentico e trascurato in un’epoca ancor troppo ingombra di volgarità Marco d’Arienzo; tra i musicisti, Gaetano Donizetti, Saverio Mercadante, Pietro Labriola, Luigi Ricci, Luigi Cammarano, Carlo Scalisi; e tra le composizioni, oltre Te voglio bene assaie, La conocchia del Donizetti, Luisella del Labriola su versi di Mariano Paolella, La zeppolaiola del Genoino, Il cocchiere d’affitto del Cammarano su versi di Domenico Bolognese, Li capille de Carolina del Labriola, anche su versi del Bolognese, Lo cardillo del Riccardi su versi di Ernesto del Preite, e L’amante scornuso, e La canzone d’Afragola, e cento e mille altre di autori anonimi o dimenticati, tratto, quasi sempre, dagli «Avvenimenti del giorno».
Ad accrescere il tumulto di tante voci canore, irrompe anche la canzone patriottica. E’ il 1848. Re Bomba Ferdinando secondo ha concesso al suo popolo la costituzione. Napoli è esultante; il sinistro capo della polizia regia, Francesco Saverio del Carretto, volge le terga ai napoletani angariati dalle sue nequizie. Il loquace popolano don Michele Viscusi, di sopra una botto improvvisata a tribuna, va per rioni suburbani a spiegare agl’ ignari, con le sue prediche fiorite di male parole, i benefici del nuovo regime politico. Dice corna di del Carretto e dei reazionari, e gloria dei liberali. E il popolo conchiude le contumelie viscusiano col canto corale:
Bró! Bró! Brebetebró!
Morte a li nfame ! Viva lo Re!
Gl’«infami» sono, naturalmente, i reazionari, già «sudditi fedelissimi». Ma sopraggiunge il 15 maggio. Il re viola il patto, e scioglie la Camera dei deputati. Il popolo erige le barricate, e fa a schioppettate con la «guardia svizzera». I liberali o periscono nell’urto, come lo studente Luigi La Vista, o son rinchiusi nelle carceri di Santa Maria Apparente, come Luigi Settembrini, i pittori Saverio Altamura e Achille Vertunni, lo studente Diomede Marvasi e lo stesso don Michele Viscusi. E il «popolaccio» così definito il popolo dai giornali conservatori ritorna ora al tiranno, dopo aver parteggiato per i liberali, e canta ancora, nell’ebbrezza di una nuova Santa Fede:
Brè! Brè! Brebetebrè!
Morte a li nfame! Viva lo Re!
Ed ora, naturalmente, gli «infami» sono i liberali!
Tutto, in quelli anni, serve a motivo o a pretesto di canzonetta: la venuta a Napoli di papi o re o ambasciatori, l’inaugurazione del sistema di illuminazione col gas o di qualche bottega da caffè o trattoria o salumeria importante, l’ultima moda, il «serraglio delle belve», le «foche ammaestrate», i «quadri plastici», il Sansone e il Tompouce del baraccone, i nuovi sigari, e anche il «nuovo grasso lucido per le scarpe»: tutto, ripeto, serve di motivo o pretesto a lavorar canzonette. La nenia gareggia con la tarantella, la strofa passionale con quella satirica, l’elegia con la caricatura. Ogni modo poetico-musicale trova il consenso popolare: dal canto a figliola, specie di cantilena con coro, celebrante alla festa di Montevergine l’acqua miracolosa di San Modestino di Nola, su la nenia:
Chell’acqna santa, ca scenne a lo core
Gomme scenne l’acquazza a le viole,
E l’acqua ca guarisce de l’ammortì
E sana d’ogne male le figliole;
alla tarantella a due voci, cantata da una figliuola ansiosa di maritarsi e dalla sua madre indulgente:
E la luna mmiez’ ‘o mare…
Mamma mia, mmariteme tu!
Figlia mia, chi t’aggia dà?
Mamma mia, piènzece tu.
Si te do’ lo scarpariello,
Lo scarpariello non fa pe te:
Sempe va e sempe vene:
Sempe ‘à suglia mmano tene…
E si po’ va nfantasia,
‘A suglia nfaccia ‘a figlia mia!
e, in fine, alla serenata, in cui l’innamorato che parte esprime alla sua donna tutta la pena dell’abbandono:
Io vengo, nenna mia, a cercà licenza,
Ca lo patrone a buordo mm’ha chiammato.
Quanto mme sape a duro sta partenza.
Lo ssape chisto core nnammorato!
A la marina affàcciate dimane:
Vedè te voglio primma de partire.
Tu da terra mme faie nu vasamane,
Da buordo io te risponno co’ sospire.
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(1) Si ricorda, fra gli editori di canzoni, il tipografo Azzolino. Ma i grandi editori e raccoglitori di versi e musiche, dal 1825 al 1879, furono prima Guglielmo e poi Teodoro Cottrau, successi all’editore di musica Gérard. I Cottran raccoglievano canzoni, e sposso so no attribuivano la paternità. E se no trovano moltissimo nelle loro pubblicazioni: Passatempi musicali, L’Eco del Vesuvio, L’Ero di Napoli; quà la citazione porterebbe in lungo. Altro editore notevole del tempo fu il Fabbricatore, di cui si conservano lo edizioni nella Biblioteca di San Pietro a Maiella.

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